Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

giovedì 5 aprile 2012

Apologia dell'inquietudine/4

Delia, forse?


Ecco la quarta puntata del nostro feuilleton di primavera. Pubblico mano a mano che l'autore misterioso (è stato soprannominato così dai lettori) mi manda i capitoli, che io controllo, sistemo un pochino e poi metto online. Lui sostiene che non ci sia nulla di biografico, io chiarisco che non c'è nulla di autobiografico. E' un racconto, un'invenzione. Commenti eccetera per cortesia sul blog e non su mail privata. Buona lettura.

Delia aveva lasciato l'appartamento di L. con l'aria di una che al check-in ti passa davanti senza chiedere permesso, ti frega la fila, imbarca dodici valigie, litiga con l'impiegata della compagnia aerea, chiede di parlare con il direttore, si fa passare l'assistente e giura che la storia finirà davanti all'amministratore delegato, che-lei-conosce-bene. E tu sei li' a darti dell'imbecille perché la tua mente comincia a chiedersi quanto bene lo conoscerà, anche se tu non c'entri proprio. E invece di incazzarti, ti chiedi se si sia rifatta il seno o se quella generosa esposizione di rotondità possa davvero essere natura viva. Ed è soltanto una volta a bordo, a undicimila metri d'altezza, che ti togli la curiosità e ti prendi la rivincita sulla storia delle fila al check-in: quando, cioè, l'amica dell'amministratore delegato chiama la hostess e, piangendo, anzi piangendo allarmata, le sussurra trattenendo il bisogno di urlare che c'è un'emergenza, che l'aereo deve scendere. Che le è esplosa una boccia. Dunque: natura morta. In fondo avevi visto giusto.
Delia se n'era andata dall'appartamento di L. con la stessa faccia che la povera ragazza implosa aveva fatto sopra le nuvole. Fiera. Mortificata. Inviperita. Il dente che le era saltato poco prima se lo teneva nel fazzoletto, ma già lo vedeva pendere da un filo di cuoio attorno al suo collo, insieme a quello che avrebbe fatto saltare al dentista, con il pugno che stava architettando e che gli avrebbe dato (o ma quanto daaaaato) la mattina seguente. Bastardo! Buono a nulla! E fesso, ma quanto feeeeesso, lui che ci provava ogni volta.
Delia detestava trascorrere tutto quel tempo allungata sulla sedia, su quella specie di letto matrimoniale freddo e sintetico, stesa come un insetto a cui lui, dall'alto ma con la faccia vicinissima, guardava ovunque fuorché in bocca. Detestava quella sua aria da amante consapevole che in una camera d'albergo ti si avvicina perfettamente sbarbato con addosso una vestaglia scura con le iniziali del nome (come se importasse davvero, un nome...) ricamate sul taschino. Detestava essere nelle sue mani. Detestava le caramelle all'anice che immancabilmente succhiava. Detestava il suo fiato profumato con la forza. E detestava le telefonate del suo dentista con il meccanico: brevi intermezzi durante i quali ripeteva mille volte il nome Porsche, mille volte il numero 911, mille volte la parola otto cilindri, e mille volte “cabrio”. Arabo per Delia. Lasciasse perdere, effetto su di lei zero. Idem per l'orologio. Per i moccassini. Per la t-shirt. Per i capelli (doveva-esserseli-incollati-al-cranio).
Delia stava ormai salendo i gradini di casa. Si era fatta la strada a cento all'ora. Tutta a piedi. Aveva camminato sul corpo del suo dentista. Aveva infierito. Un tacco dopo l'altro. E aveva sperato di fargli moooolto male. Ora, mentre girava la chiave nella serratura, si chiedeva perché continuava ad andarci, se lo detestava tanto. Se lo era chiesto piu' volte, in passato. Ci andava perché tutte le sue amiche lo adoravano e tutte dicevano che faceva miracoli. L'unico miracolo di cui lei avrebbe ammesso l'esistenza era la moltiplicazione vertiginosa dei quattrini: che il dentista guadagnava a palate. Domani l'avrebbe steso. Gli avrebbe preso il dente che avrebbe senza dubbio ceduto sotto l'impeto del suo dritto sinistro. E se ne sarebbe andata. Un trofeo meritato. Da mostrare ad A. Perché A. era il dentista da cui avrebbe sempre voluto andare. E questa volta avrebbe preso il coraggio a due mani e lo avrebbe chiamato. Non lo aveva mai fatto, a causa di quella volta. Si erano incontrati, una decina di anni prima, in una discoteca. Si erano parlati fino alle quattro di mattina. Erano rimasti senza fiato. Entrambi. Si erano raccontati. E A. le aveva spiegato che faceva il dentista. Non si erano mai piu' rivisti. Delia era rimasta affascinata da quell'uomo. E paralizzata. C'era un fondo denso di inquietudine che l'aveva convinta a tenersi alla larga. Un'inquietudine che lo sguardo di A. aveva risvegliato in lei.
Delia era ormai sotto la doccia. I pensieri erano finiti nello scarico, insieme alla schiuma dello shampoo.
A qualche isolato di distanza, nelle orecchie di L. risuonava ancora il lamento del telefono che segnalava l'interruzione della linea. Era indeciso se ignorare le parole concitate di A. dall'altro capo del filo e rimettere il disco di Miles Davis oppure prendersi una birra ghiacciata dal frigorifero. Non aveva fatto in tempo a decidere, perché qualcuno alla porta stava bussando. Nessuno bussava a casa di L. a quell'ora. Mai.

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