Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

giovedì 30 maggio 2013

Il mondo a SpazioReale. E nella tua città.



Questo è un altro manifesto con il quale vi invitiamo a visitare World Press Photo a SpazioReale. Abbiamo scelto una immagine a colori (vedi la donna sotto) e una in bianco e nero. Le vedrete, in questi giorni, esposte nella vostra città. La donna nella fotografia a colori è una siriana ferita a Idlib: con questa immagine, messa dentro la nostra realtà quotidiana, SpazioReale vuole lanciare un messaggio, dire, cioè, che tutto quello che accade nel mondo ci riguarda. Anche le due donne afgane che cuciono il vestito di cerimonia di una Barbie.

Vi aspetto a SpazioReale il 7 giugno.



Il 7 giugno alle ore 18.30 siete tutti cordialmente invitati a SpazioReale (Antico Convento delle Agostiniane, Monte Carasso). Inauguriamo l'esposizione World Press Photo 2013. La più prestigiosa rassegna internazionale dedicata al fotogiornalismo sarà visitabile per la prima volta nella Svizzera italiana. Alla serata interverrà anche Reto Ceschi, giornalista RSI, e Karl Lundin di World Press Photo. Dirò qualche cosa anch'io, in qualità di curatore di SpazioReale, e soprattutto avrò il piacere di darvi il benvenuto. Maggiori informazioni le trovate QUI.

lunedì 27 maggio 2013

Lessi. E in salsa verde (in 80 secondi).


Ottanta secondi di voce. Per non credere (fino in fondo) a quello che ci dicono. Clicca qui sotto.

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Gas, gas...


La signora Carla Del Ponte aveva sparato senza farci vedere nulla: "i ribelli in Siria usano gas tossici nei combattimenti". Il mondo, impazzito. Per meno di 24 ore, ma è già qualcosa. Poi il silenzio. E le voci di corridoio nella diplomazia svizzera e in quella internazionale: "questi ticinesi!" (da fonti autorevoli).

I reporter di Le monde l'hanno sparata grossa oggi facendoci vedere troppo poco di un ipotetico impiego di armi chimiche (gas) da parte delle truppe governative siriane. Il mondo, finora, sta impazzendo comunque. L'articolo (e i commenti) più il video dei giornalisti di Le Monde sono visibili cercando QUI.

La ricostruzione scritta non fa una piega: documentata e non sensazionalistica. Mi sorprende una cosa, una soltanto: per due mesi giornalista e fotografo/cameraman sono stati insieme in Siria, a Damasco, poco fuori. E tutto quello che sul presunto utilizzo di gas sono in grado di mostrarci è QUESTO video? Troppo poco, onestamente. Il caso peggiore visibile è un ragazzo steso su un lettino a cui i medici fanno un'iniezione e sistemano sul volto un mascherina dell'ossigeno. Noto, tuttavia, dopo avere letto che fra i sintomi degli attacchi di cui i giornalisti sono stati testimoni, c'è anche questo, l'assenza di arrossamento degli occhi. Il ragazzo sembra avere difficoltà a respirare, ma null'altro.

Ora: non metto in dubbio la credibilità del reportage di Le Monde e nemmeno quella delle testimoninanze raccolte. E tuttavia, come avevo fatto per la signora Del Ponte, preciso: quello che (non) ci avete mostrato non basta a convincerci.

Oggi il mondo va così: quello che non vedi non esiste. In due mesi di lavoro, niente immagini? Apparentemente, anche il fotografo di Le Monde ha accusato i sintomi da avvelenamento in seguito a un attacco al gas: niente immagini, nemmeno qui?

Sulla questione “utilizzo di gas” in Siria si decide la guerra occidentale contro il regime di Assad. Chiedo ai mostri sacri di Le Monde un po' di precisione in più. Visibile. Non perché non crediamo alle parole. Ma perché, vuoi mettere un'immagine?

Morte di Yara.

Yara Abbas
Una donna al fronte, una giornalista. Dalla parte del governo siriano, ma questo non dovrebbe farne un bersaglio agli occhi di nessuno, nemmeno del cecchino (stando alle info disponibili) che l'avrebbe uccisa nei pressi di Qusair, la cittadina siriana teatro di violentissimi scontri in questi giorni. Yara lavorava per la TV governativa Al-Ikhbariyah. Era un volto molto conosciuto in Siria. Forse non era libera di raccontare tutto quello che vedeva e tutto quello che pensava. Ma ormai è difficile farlo anche dall'altra parte, quella dei ribelli.
Sul conflitto, e sui giornalisti che lo raccontano, Amnesty International scrive: "Syria's government and elements of the rebel movement are deliberately targeting journalist".

domenica 26 maggio 2013

Sulla novità.

Messaggio per i lettori del blog: la novità di contributi in audio è in versione "beta", vale a dire stiamo provando modalità di caricamento dei files da supporti e località diverse. Per fare questo ci saranno contributi di lunghezza variabile per i prossimi giorni, in seguito verrà introdotta una formula unica e più agile. In realtà, tutto questo è in preparazione del lancio di una piattaforma diversa. Continuate a scrivere, al blog oppure a me direttamente con idee, suggerimenti e critiche. La versione "scritta" non verrà abbandonata. 

sabato 25 maggio 2013

Non ho letto una cosa.


Abbiamo letto di tutto, credo anche voi. L'omicidio di Woolwich, Londra, ci ha dato la scossa. Abbiamo letto di tutto per cercare le risposte, insufficienti di fronte a un'azione come quella dei due ragazzi che uccidono, tentando di farlo a pezzi, un soldato britannico. Resta, come il fumo di una sigaretta che galleggia nell'aria, il senso dello sgomento. Mi auguro che sia lo stesso che proviamo di fronte a ogni efferatezza: di gente che fa a pezzi gli altri ne è pieno il mondo, se non mi sbaglio anche quello piccolo e antico che si chiama Ticino.

Non ho letto una cosa, credo nemmeno voi, nei commenti che necessariamente hanno riempito le pagine dei giornali e i minuti di trasmissione radio e tv. La scrivo qui di seguito, con il beneficio dell'errore, perché in realtà tutto tutto non si può leggere. Magari qualcuno l'ha scritta. Non credo.

Chi fosse interessato al seguito e quindi al testo intero lo può ascoltare cliccando qui sotto.


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venerdì 24 maggio 2013

Il senso del taccuino: novità!

Domani nel Senso del taccuino sulla Regione: "Prigioniera di una nuvola". Qui di seguito il (solito) estratto. Con una novità: in versione da ascoltare. Introduco così una novità del Blog che, di suo, introduce un'altra novità che presto vi presenterò.


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martedì 21 maggio 2013

Se rinasco, lo rifaccio.

(c) 2013 weast productions
Se rinasco, lo rifaccio: vi spiego perché domani sera, mercoledì 22 maggio, presso l'Auditorium dell'Università della Svizzera italiana. Appuntamento alle ore 20.00. Con le immagini e i racconti di uno che nella vita non poteva fare altro che il reporter: perché altro non sapeva fare. Un incontro per svelare al pubblico le avventure e le disavventure di un mestiere, quello del reporter, che è come il primo amore: non lo scordi mai. E, probabilmente, è quello giusto. Nella foto: la mia camera da letto in Afghanistan. Parlerò anche di lei. Vi aspetto!

giovedì 16 maggio 2013

Libero di essere matto. Svolta nel caso El Ghanam.

(c) 2013 weast productions
Libero. Per ora, libero di essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Più avanti, si vedrà. Lo ha stabilito la Corte d'appello del Canton Ginevra. È una svolta nella vicenda che vede Mohammed Al Ghanam, rifugiato politico, in internamento nel carcere di Champ-Dollon da sette anni. Il suo avvocato d'ufficio (El Ghanam non ha mai voluto avvocati) definisce la sentenza "la fine di una ingiustizia enorme". L'ex colonnello egiziano, caduto in disgrazia a casa sua dopo avere criticato l'ex presidente Mubarak e il suo sistema, aveva trovato asilo in Svizzera nel 2001. Era in carcere a Champ-Dollon, nel Canton Ginevra, perché ritenuto pericoloso per la Svizzera. Una storia dai molti lati oscuri e, a volte, anche incredibili e assurdi. "I giudici svizzeri hanno trovato che Mohammed Al Ghanam non era poi così pericoloso come si pensava", aggiunge l'avvocato Bayenet. E continua: "È vero, ci sono state pressioni dei servizi segreti svizzeri, quelle del Dipartimento di giustizia  polizia del Canton Ginevra. Tutto questo ha avuto un ruolo nella sua incarcerazione." Pierre Bayenet conclude: "Ha perso sette anni della sua vita. Credo che alcune conseguenze non saranno mai più guaribili". L'intervista e la ricostruzione di una vicenda che scotta ancora e che imbarazza parecchio le autorità ginevrine e federali, questa sera nel TG della TV Svizzera RSI. Il 24.5.2012 Falò aveva trasmesso questo nostro reportage sul caso. Per vederlo clicca QUI.

mercoledì 15 maggio 2013

Finalmente da vicino!

(c) 2013 weast productions

Questa sera una (giovane) signora alla stazione di servizio miguardaemidice: "finalmente la vedo da vicino!" Io - ma simpatico, sorridendo: "Perché, signora, prima mi vedeva da lontano?" E la giovanesignora: "No, in televisione".

Istante straordinario che ti spara il ragionamento lontanissimo, come un pezzo d'artiglieria da 150mm e oltre. La televisione che si fa oggi ti mostra il mondo da lontano. Te lo fa vedere piccolo, issimo. Non te lo fa quasi più vedere.

Domani sera, a Balerna, parleremo anche di questo. Di come fare la rivoluzione a questa televisione.

martedì 14 maggio 2013

Come gessi storti sulle lavagne.

(c) 2013 facciadareporter


Stai tranquilla: ho chiuso le imposte.
Dove stavi.

Fuori, la pioggia che si svuota, viene da sud.
C'è un vento, dietro, che le sussurra bastardo:
uh-uh-uh-uh.
Lei chiede di passare la notte - soltanto. 
Insiste.
Unghie di povericristi grattano sul nostro ascolto,
come gessi storti
sulle lavagne.
C'è così tanto posto. 
Bentornata.
Anche così.

Fuori fuoco amico.

(c) 2013 weast productions

Un'altra traccia, per giovedì sera:

L'immagine sottratta al fuori fuoco della vita non utilizza mezzi termini, non lo manda a dire. Dice che tutto ci riguarda. Tutto quanto succede al mondo ci riguarda.

lunedì 13 maggio 2013

Fuori fuoco è la vita.



Chi avrà tempo e voglia di esserci è cordialmente invitato giovedì sera, 16 maggio, alle 20.30 presso la Sala della Nunziatura a Balerna. Io sarò lì, con una serata che proporrà immagini e qualche racconto e - mi sforzerò - anche qualche ragionamento. A farmi da guida un titolo, che spiegherò:

Fuori fuoco è la vita.

Vi aspetto!

Qui di seguito un breve estratto anticipatore:

L'attenzione verso una immagine (una fotografia, ma non soltanto) produce una narrazione assolutamente soggettiva. Riguarda, cioè, me che guardo e chi, in questo momento, sto guardando. Io ne faccio un racconto. Racconto ciò che è già racconto, che nasce da una intenzione narrativa, quella del fotografo o dell'operatore.

Due racconti si intrecciano.

È in questo istante che ciò che guardo (l'immagine) diventa importante – direi: indispensabile - per la mia vita. Io guardo una immagine che RI-guarda la mia vita.

venerdì 10 maggio 2013

Il senso del taccuino.

Domani nel Senso del taccuino sulla Regione: "A due passi dalla tua vita". La storia che ho raccolto bevendo un caffè e fumando una (più di una) sigaretta lungo il fiume, a Londra.
Qui di seguito il (solito) estratto:


Osservo il fiume. Si sta portando via i tetti dei grattacieli, le insegne delle banche. Si sciolgono nella luce che accumula la sera. Guardo la ragazza che mi racconta la sua vita nel centro di Londra.

Volevo lasciarmi alle spalle la guerra. Volevo lui. Vederlo, dopo tanto tempo. Starmene sola, con lui, parlare, ascoltarlo. Dirgli che avevo scelto lui e non quello che restava della nostra rivoluzione. Che volevo finire gli studi. All'aeroporto non c'era. A casa degli amici con cui mi aveva spiegato che abitava non c'era. C'era la stanza in cui aveva vissuto, quella che sarebbe toccata a me: “benvenuta fra di noi, tu devi essere La Pazza”. “Sono io. Lui dov'è?” “Beh, lui non abita più qui da un po' di tempo”. “Sarebbe?” “Si è sposato, non lo sapevi?” “Sposato?” “Sì, con la professoressa d'inglese. Ha trent'anni più di lui, ma lui non ha fatto una piega”. Non l'ho fatta neanch'io, capisci? Niente, zero. Anzi: mi sono messa a ridere. Davanti agli altri ragazzi. Poi, mi sono chiusa in camera, senza fretta, e ho scritto. Mi sono scritta una lunga lettera. Con il programma della mia nuova vita. Punto uno: ricordare sempre mio fratello. Due: chiamare papà e mamma una volta al mese e dire che gli studi di Medicina vanno bene. Tre: dimenticare lui e perdonare la professoressa d'inglese. Quattro: evitare nuovi casini. Quinto: ammettere di essere romantica, ma stare bene da sola. Sesto: fare il punto della mia vita raccontandola a un perfetto sconosciuto, un giorno.

mercoledì 8 maggio 2013

Spazio al mondo. Per non appenderlo a un chiodo.

Lavori in corso a SpazioReale.
A SpazioReale ci stiamo preparando: per un nuovo appuntamento con il pubblico. Un appuntamento che ci farà aprire gli occhi. Sul mondo. Abbiamo ripensato il design della luce, per darne di diversa - quella che merita - a ciò che vogliamo mostrarvi. E stiamo anche preparando un nuovo linguaggio delle pareti, degli spazi, perché la realtà non puoi appenderla a un chiodo. Per ora, questo. 

Calzini di ricambio.


Devo dire grazie a una mia fedele lettrice (grazie, Stefania, per questa foto!) se, da oggi, posso partire in viaggio senza timore di ritrovarmi a togliere le scarpe e a dovere confessare un buco (se mi va bene uno soltanto) nei calzini.  Il post "Le mie calze bucate" ha ottenuto l'effetto auspicato: la generosità.

lunedì 6 maggio 2013

Pulizia umanitaria.

(c) 2013 weast productions

Sto capendo, lentamente. Ci sto arrivando.

Gli Stati Uniti: sostengono di avere elementi per credere – ma non fino in fondo, non ancora – che in Siria i militari del presidente Bashar Al Assad abbiano usato armi chimiche (gas Sarin) contro ribelli e popolazione civile. È la famigerata linea rossa che, stando al presidente Obama, se oltrepassata farebbe reagire gli Stati Uniti, come non si sa, ma regire sì. Lo hanno detto: chi s'impiccia chiedendo le prove?

La procuratrice Carla del Ponte: si dice non sorpresa dall'aver letto in un rapporto del suo “team di investigatori” (composto da chi, ci spiega, e sguinzagliato dove, ci spiega?) che esistono “concreti sospetti anche se non ancora prove inconfutabili” che in Siria si sia usato del gas Sarin. Chi lo ha usato? I ribelli. Perché? La signora Del Ponte: “... che poi non ci sorprende, perché negli opponenti (al presidente Al Assad, n.d.r.) si sono infiltrati questi... questi combattenti stranieri, gente che viene da fuori, eccetera... questi guerriglieri e così via.” Non sorprende chi? Lei, il team di investigatori, la Commisisone ONU sui crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Siria? Avanti. Ancora l'ex procuratrice: “se c'è stato un utilizzo di armi chimiche per il momento noi lo abbiamo da parte degli opponenti.” Quelli buoni oppure i cattivi? Chi il mattino si fa la barba, o chi non se la fa? Chi è del posto, chi viene da fuori? Ooohhhh, già sentito, somewhere.... Ermeneutica etno-georgrafica applicata a una guerra. 

Israele: due recentissimi attacchi dal cielo contro installazioni militari siriane. Poche ore prima della dichiarazione TV della signora Del Ponte. Niente parole, bombe.
 
Robert Fisk ha scritto che dopo il raid israeliano ci siamo dentro anche noi in questa guerra, l'Europa e l'Occidente. Visto che sono occidentale anch'io, anch'io ci sono dentro.
Ti prego, non farmi fare il dietrologo, no, il dietrologo no!
Okay, allora penso, lentamente, e lentamente ci sto arrivando.

L'Occidente sta facendo una operazione di pulizia umanitaria preliminare: stiamo, cioè, spazzando via il terreno da quello che di umano in Siria resta, e ne resta, ne resta. Stiamo preparando il terreno. A che cosa, non lo so, ma so che lo stiamo facendo. Stiamo creando una immensa discarica dentro la quale abbiamo gettato i civili, quelli che hanno creduto e credono nella rivoluzione (aiuto: e chi la usa più questa parola?), creduto al cambiamento, ma anche quelli che hanno dubitato sempre, che sono rimasti "fedeli" al regime non per tornaconto, ma per convinzione o paura del vuoto. La richiuderemo, questa discarica, con una bella frase ad effetto (magari anche strampalata) ed ecco fatto: piazza pulita. Resta, soltanto, una distesa luccicante sulla quale si muovono come gnomi indiavolati uomini non molto alti ma lesti, con la barba lunga e un lanciagranate in spalla. Oppure soldati in divisa che ancora obbediscono (ma come fanno se è tanto bastardo?, ci chiederemo) a un presidente in rovina, assecondati da bande di civili indemoniati pronti a tutto - questi sì - in nome del portafoglio e dell'appartenenza confessionale, e forse più del portafoglio, se posso aggiungere.

Comunque vada, andrà come vogliono Loro, gli attori internazionali (scrivo "Loro" maiuscolo, oggi che metto in minuscolo persino "dio"), anche se non ne hanno la minima idea di come andrà: ci avranno preparati, spiegandoci che, da qualsiasi parte stiamo, con Bashar o con i ribelli, non ci dobbiamo preocupare. Se la mattanza continua, sapremo (ce lo hanno spiegato, ci hanno preparati) che a combattersi saranno soldati governativi che FORSE usano le armi chimiche contro ribelli talmente somari da allearsi con dei barbuti che FORSE usano le armi chimiche. Oppure: se interverremo (se l'Occidente interverrà, militarmente), sapremo che le (nostre) bombe cadranno soltanto su soldati governativi che FORSE usano il gas Sarin o su barbuti che FORSE usano il gas Sarin.
Che confusione! O: che chiarezza. Che mondo messo bene. Che guerra simmetrica, ormai, ora sì, simmetrica, gas per gas. 

Se qualcuno pensa che:
  1. la dichiarazione di Obama & Co. + l'attaco israeliano
  2. la dichiarazione della signora Del Ponte
  3. il cartellino giallo che oggi (a nemmeno 24 ore dalla sua dichiarazione TV) la signora si è presa dal suo capo a capo della Commissione di inchiesta sui crimini di guerra et contro l'umanità in Siria costituiscano corpi sconnessi o vasi non comunicanti, me lo dica. 

    Io, non ci credo.
Credo questo: stanno partorendo la tempesta perfetta. Mediatica e linguistica. Interviste e dichiarazioni a catena che si neutralizzano. Parole che significano e non significano. Recano il senso e il controsenso, il peso e l'assenza di gravità. Questo producono. Una marea di parole senza senso. Private del senso. Il verbum  sventrato.

Andiamo avanti. Parole che la stampa riprende e utilizza a piacere (basta guardare chi ha davvero notato o segnalato i dubbi che le parole stesse della signora Del Ponte incarnavano – quasi autonomamente, di loro spontanea volontà, come non reggendo il peso che era stato loro ordinato di sopportare – e direi i dubbi che nemmeno la signora Del Ponte riusciva a mascherare mentre pronunciava le sue parole in TV: fra i giornali scritti nelle lingue che conosco, citerei Der Spiegel).

Non lo fanno apposta. Ci sono dentro. Stanno al gioco. Oggi dico questo, domani dico quello, dopodomani magari non dico nulla.

Nel mio piccolo, dal mio nulla, deploro un elemento soltanto: che hanno già fatto il funerale ai civili, in Siria. A tutti quanti. A tutti quelli che dentro la Siria vivono ancora. Obama, l'Europa, gli israeliani, i fratelli arabi, gli alleati persiani. Persino la Commissione dell'ONU che indaga sui crimini commessi contro l'umanità (che io capisco come: contro gli esseri umani siriani, okay, ma intesi anche come incarnazione di tutti gli altri, e quindi anche di noi, dell'umanità intera, pure quella non direttamente coinvolta), persino l'ONU, ooohhh, ci ha messo una pietra sopra. Sulla Siria. 

E via che vado.

domenica 5 maggio 2013

Ovunque: sul silenzio.

Questa sera arrivi dopo la Siria. Non che, prima, andasse in modo diverso. Ma è un dopo per dire. Lo sai.

Oggi ho aperto le finestre, dove stavi. Credo sia stata, per ore, la sola azione della giornata. Guardare un film è un'azione? Se lo è, allora ho fatto due cose.

Ho lasciato che entrasse l'aria tiepida. E luce, tanta luce. Si è posata ovunque: sul silenzio. 

Le prove di Carla. E il sacrificio dei caduti.

(c) 2013 weast productions

Vi confesserò una cosa. Sono accese le luci? Sta girando la telecamera? State registrando il suono? Mi sentiiiite? Mi sentono, tutti? Okay, andiamo. 
Ho forti... concreti sospetti che il mio vicino di casa abbia fatto a pezzi sua moglie. Con la scure. Ma non ho ancora prove inconfutabili. Il fatto sembra essere avvenuto nell'appartamento dei due. L'appartamento non lo vedo dalla mia finestra, c'è, in mezzo, la facciata di una casa. Nell'appartamento non ci sono mai entrato, perché il mio vicino non mi ha mai autorizzato a farlo, sarei potuto passare per la cantina, so che è possibile, c'è una finestra rotta e mai riparata, ma ho preferito non provarci. La moglie, invece, mi aveva implorato di andarci a più riprese. Fra i due tirava da tre anni ormai una brutta aria, guerra in casa. Ho fatto, invece, alcuni giri fuori il giardino, senza sporcarmi troppo. Oltre, mai.
Tuttavia, la settimana scorsa ho dato un'occhiata al diario che tiene una mia vicina di casa più vicina al vicino in questione sospettato di omicidio per mezzo scure: è una signora anziana che si fa tutti gli affari possibili, tranne i suoi. Siccome nel quartiere eravamo in apprensione per quella guerra domestica, l'abbiamo ufficialmente incaricata di tenere gli occhi aperti. Sfogliando le pagine del suo diario, al quale ho da sempre un autorizzato accesso, mi sono accorto che l'arzilla vecchietta, parlando con alcuni inquilini fuggiti per troppo chiasso dalla casa nella quale il mio vicino sospettato abita (la vecchietta ha tutto il tempo del mondo), giunge a formulare forti... concreti sospetti che il vicino l'abbia fatta grossa e, scappatagli la mano, abbia esagerato: e giù un fendente con l'ascia.
Crimine. Omicidio. E pensare – pensare – che nemmeno dieci giorni fa tutti nel quartiere – ma dico: tutti, il sindaco della città incluso – pensavano che se un giorno qualcuno fosse stato in grado di compiere un atto scellerato, per dire utilizzare la scure!, questo qualcuno sarebbe stata la moglie. Anzi, si diceva in giro che i sospetti – anche qui – erano concreti e credibili, che esistevano addirittura dei “campioni” (campioni?), insomma, quasi delle prove che ci avesse già provato. E invece no. Vedi come va il mondo. 
Pensandoci bene, appare plausibile che sia stato piuttosto lui, il marito, a utilizzare la scure: con la gente che lasciava entrare in casa, certi ceffi, di un brutto vero, frequentazioni per nulla raccomandabili: stranieri, gente che viene da fuori, eccetera, attaccabrighe e così via. 
Per il momento io, che mi interessavo al mio vicino di casa per i rumori molesti che dal suo appartamento si diffondevano e che rischiavano di togliere il sonno al quartiere, senza, cioè, minimamente pensare all'ipotetico utilizzo della scure, ma così, tanto per tenerlo d'occhio, beh, io, oggi come vi parlo, sono in possesso di indicazioni che dicono questo: se qualcuno, in quell'appartamento, la scure l'ha usata, è stato il marito. Prove inconfutabili, tuttavia, scusate, ancora zero.

Ecco, questa è una (mia personale) interpretazione narrativa dell'intervista che la signora procuratrice Carla Del Ponte, esponente della Commissione d'inchiesta dell'ONU sui crimini di guerra in Siria, ha rilasciato qualche ora fa ai media. Per ascoltarla e vederla, cliccate QUI.

I lettori del Blog conoscono la mia posizione su questa commissione d'inchiesta (sui presupposti) e sulle dichiarazioni che, fino ad oggi, sono state fatte, in particolare dalla signora. Ho preferito, in luogo di commentare la sua intervista, immaginarla – riprendendo però alla lettera alcune frasi – e cambiando  l'ambientazione e i personaggi, insomma lo stile narrativo. Qualcuno potrebbe chiamarlo uno straniamento. Che, spesso, consente di vedere meglio e più in profondità che non passando attraverso una serie di pensieri che poi sono, sempre e soltanto, frutto e figli di chi li produce.
Dell'intervista in questione non mi interessano tanto, questa sera, gli scenari evocati e una infinità di ragionamenti che potremmo ricamarci sopra: mi interessano i contenuti e il linguaggio, l'approccio alla realtà e a questa guerra. Lo stile, diciamo. E quella che chiamo, alle 22 e 42 di domenica sera, l'etica dello sguardo.

Quindi una frase, in chiusura, ma che sia scritta nel granito, o con l'inchiosto indelebile, che risuoni: desidero ricordare, e rendere onore, ai miei colleghi e confratelli giornalisti, fotografi, cameramen, giornalisti-cittadini siririani, che hanno perso la vita in Siria. Per fare uscire dal paese in guerra o portare a casa una testimonianza credibile, seria, anche: umana. Di ciò che sta accadendo, su tutti i fronti, tutti quelli avvicinabili, con o senza autorizzazioni. Hanno pagato questa sfida e questo atto di coraggio con il sacrificio della vita. Onore a voi. 

mercoledì 1 maggio 2013

Cotta, come la pasta di un tedesco.

(c) 2013 weast productions

Ti scrivo questo. Visto e registrato oggi. Chissà se ti piace.

Che non abbia fine e anzi si trasformi in un grido collettivo il rotolio del pallone sul campo d'erba finta. E che non finiscano mai le unghie, sotto i suoi denti: una generosa distesa di cheratina e magari, prima di lei, illusione plastica, bugia sintetica, un bello strato d'artigli posticci. Ceeentimetri da divorare, diiio che nervoso. La ragazza bionda con le Converse ai piedi, i jeans a tenerla dentro come un cordone di sicurezza e come se i chili di troppo non fossero in realtà una benedizione, gli occhi come il radar di una batteria antiaerea inquieti sul bersaglio mobile, get it, baby, get it! E il cuore: ossignore il cuore, a mille e cotto come la pasta di un tedesco. A vederla, un due ore prima, fare timidi giri del campo sola, senza che ancora nessuno si fosse degnato di farsi vivo, e nemmeno lui, lui che l'aveva chiamata: questa sera gioco. E poi, di nuovo, incontrata altrove, per caso e in mezzo al deserto delle sere che qui si consumano, presa in un riscaldamento di muscoli e giunture inteso in senso sacrificale e altruistico: dedicato a lui, che fra un po' avrebbe sul serio giocato. E, trascorse le due ore, rieccola: a bordo campo. Campetto. Bruga d'erba corta e senza fiato. Sola, lontana centimetri 56 da un altro spettatore noioso e che ci prova e ci prova e ci prova. Nulla da fare, sorry buddy. Unghie rimaste: due. Sguardo: stupendo e melodrammatico. Bersaglio: lui. E lui: la palla, la palla, passami la pallaaaaaa! Esortazione rivolta a un compagno di rissa. Cade una bestemmia, e cade, guardacaso, anche la saetta di un temporale che chiama l'estate. Da bordocampo un ragazzo di colore, a cavallo sulla staccionata, esclama, come riflettendo, non bestemmiare. Senza rabbia, soltanto respiro che esce accarezzando le corde. Vocali. È musulmano, arrivato da poco e dachissadove. Non bestemmiare. Meglio dell'arbitro, di ogni arbitro del mondo. Niente parole brutte, questa sera, non ora, non in questo istante: la ragazza con le Converse è a fine unghie, la partita è a fine tempo. Lui ha sprecato una rete. Ma sta finendo, ooohhhh come sta finendo, in quella di lei. Così presente e costante e non altrimenti distraibile a bordo campo. Una preghiera, non turbata da altro. Tutta amore. E senza unghie. Cotta, come la pasta di un tedesco.