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Lo so che è sabato. Ma: mi è venuta
in mente una cosa, e dopo averne trovato un
approfondimento leggendo l'ultimo numero della London Review of Books, la scrivo.
La forza delle immagini. La cosa è
questa. Va di moda dire che siamo tutti ormai assuefatti alle
immagini, insensibili, bombardati dalle immagini eccetera, siano esse
fotografiche o in movimento. Non è la prima volta che ne parlo e non
sarà l'ultima di cui approfitto per dire che sono palle.
Prendiamo la città siriana di Aleppo,
la sua parte orientale, per essere precisi. Ha suscitato paragoni
storici con Sarajevo, Dresda, Guernica in relazione alla sorte
toccata alla popolazione civile. Ha spinto, addirittura, in parti
diverse del mondo, persone a scendere per strada e a manifestare
solidarietà.
Che cosa ha originato questa
mobilitazione, e prima ancora questa emozione alla quale abbiamo
tutti concesso spazio dentro la nostra vita? Le immagini. Le immagini
che giungevano da Aleppo est. Nessuno, tuttavia, si è chiesto, si è
mai chiesto: chi le realizzava, queste immagini? Ricordate il bambino
sull'ambulanza e i volti sporchi di polvere delle persone estratte
dalle macerie dopo i bombardamenti?
Non le ha realizzate alcun giornalista
professionista, inviato da qualche testata, motivato dal desiderio
(ce lo auguriamo tutti) di raccontare la verità. Le hanno realizzate
persone sul posto, i cosiddetti media activists.
Non si tratta, qui, di mettere in
dubbio la veridicità di queste scene o la buona fede di questi
ragazzi. I bombardamenti ci sono stati (siriani e russi) e le vittime
pure. È tuttavia indispensabile riflettere sul fatto che la stampa
internazionale ha accettato di buon grado di pubblicare fotografie e
di mostrare filmati realizzati da sconosciuti, non da giornalisti
inviati, ma da persone che vivevano ad Aleppo est, ogni giorno a
contatto con i guerriglieri, in particolare con quelli più
estremisti e radicalizzati. I quali nelle immagini pubblicate e messe
in onda dai media main stream (televisioni pubbliche, giornali
blasonati eccetera) non figuravano mai. Perché? Perché chi scattava
fotografie o filmava ad Aleppo lo poteva fare soltanto seguendo le
direttive di chi comandava: i gruppi armati più influenti. La guerra
funziona così. Ci fosse stato un giornalista sul posto avrebbe anche
lui potuto scattare soltanto quelle stesse fotografie, e non altre,
ma perlomeno avrebbe potuto (dovuto, essere chiamato a) spiegare in
che situazione era costretto a lavorare e dichiarare che si trattava
di fotografie scattate in condizioni controllate da terzi. Di nuovo:
questo elemento (tuttavia importantissimo) non confuta il contenuto
delle immagini (a volte potrebbe, ma come verificarlo?, non è sempre
possibile), ma ne costituisce tuttavia un'appendice fondamentale, una
sorta di irrinunciabile metafile accluso a ciascun fotogramma.
In parole povere, è in gioco la trave maestra del giornalismo:
l'indipendenza.
Nella pubblicazione e messa in onda di
queste immagini, nessuna scritta in sovrimpressione e nessun
avvertimento editoriale informava del fatto che la loro fonte era
totalmente sconosciuta. La “stampa libera” ha operato una forma
di sottile censura che definirei autoassolutoria.
Grazie a queste immagini, tuttavia, la
gente è scesa in piazza e tutti abbiamo detto “basta”
all'assedio di Aleppo. Le immagini hanno sempre una loro forza, anche
quando accettiamo di non chiedere chi le ha realizzate. In realtà,
dovremmo sempre chiederlo, e chiedere che ci venga detto. È il solo
modo per trasformare il nostro sguardo sul mondo in un atto di
indipendenza.
Passo indietro, fino al 2011: quando
dalla Siria giungevano le immagini realizzate dai giovani che
manifestavano, ancora senza armi, vi ricordate? La stampa, in
quell'epoca, si era scatenata, dichiarando che queste immagini le
mostrava, ma senza poterne garantire la veridicità. L'opinione
pubblica mondiale, ormai stanca di arabi che chiedevano più libertà
e un po' di democrazia, chiuse anche il secondo occhio e si
addormentò.
Ne riaprì uno per Aleppo, dopo anni di
guerra, nel 2016, grazie alle immagini che tutta la stampa metteva in
circolo, senza confessare di non averle e di non poterle verificare,
di non avere nessun giornalista, diciamo di fiducia, sul posto, senza
confessare di sapere che queste immagini erano state scattate e
filmate alla presenza di guerriglieri invisibili che controllavano
tutto, ad Aleppo est. Servivano immagini e andavano bene quelle,
soprattutto perché erano quasi gratis, quando non addirittura
gratuite.
Ecco la forza delle immagini,
verificate o meno che siano. Tiene svegli sempre, anche quando
vengono proposte senza alcuna riserva, quasi fossero provviste (pur
non essendolo) di una firma capace di fornire una risposta seria e documentata alla
riflessione su chi le ha messe al mondo e in quali condizioni.
Lo ripeto: chiedere questa firma è un
modo non soltanto di esercitare la propria indipendenza nei confronti
della realtà e del racconto che ce ne viene dato, ma anche di
rispettare le vittime.
A Mosul sta succedendo qualcosa che
assomiglia ad Aleppo e, anzi, stando alle cifre disponibili e a quanto ho visto sul terreno, supera (o potrebbe
superare) Aleppo in relazione alla popolazione civile colpita e in
fuga. La particolarità, in questo caso, è che nessuno manda
immagini da Mosul. Allo “Stato islamico” non interessa produrre
una narrazione focalizzata sulla popolazione civile, se ne infischia,
la colpisce sparando o con colpi di mortaio quando tenta la fuga. Al
Governo iracheno e alle forze della coalizione (USA, UK) coinvolte
sul terreno e in particolare, queste ultime, dall'aria con attacchi
aerei non interessa produrre indicatori che forniscano un quadro preciso
delle vittime, fra i soldati iracheni e fra i civili.
In assenza di immagini, nessuna
redazione è disposta ad andarle a cercare, perché questo
significherebbe mettere lo sguardo su una guerra che ha quale nemico
un'entità militare e ideologica esecrabile, ma che come tutte le
guerre causa vittime anche fra i civili. E quindi? E quindi fa
sorgere domande. Dovrebbe, almeno.
Ci si accontenta di qualche sequenza di
soldati iracheni coinvolti in combattimenti, più o meno realistici
quando non addirittura preparati per l'occasione, in realtà
insignificanti nell'assomigliarsi di tutte le azioni di carattere
bellico, nella tautologia della guerra.
Se cominciassero a giungere immagini
anche da Mosul, dovremmo scendere per strada di nuovo, e chiedere che
la sua popolazione venga risparmiata. Da chi? Dallo “Stato
islamico”, certo, ma anche dagli altri protagonisti coinvolti, quelli
che stanno dalla parte buona. Perché la guerra è così. Non fa
differenza, anche se (anche quando) si infila i guanti di velluto.
La forza delle immagini è misurabile
in modo particolare quando di immagini non ne esistono. Zero
immagini, zero problemi.
Faccia da reporter, invece, qualche
immagine di civili in fuga da e dentro Mosul la pubblica. Tanto, è sabato.
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