Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

mercoledì 13 dicembre 2017

Sperpero la vita: nelle parole.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Sanno
di anice stellato
i miei capelli.
Il mattino.

Quando
apro gli occhi.

Dopo:
di cannella.
E cardamomo.
Di cartamo: sanno.

Fra le mie dita.
È un gioco,
per ora.

A mezzogiorno
hanno:
la nota
(lontana)
dei chiodi di garofano.

Il pomeriggio 
sono liquirizia.
Sommaco.
Zafferano. 
Ginepro.
Salvia.

E tamarindo.

La sera fieno greco.
E aneto.

La notte sono un incendio:
zenzero.

Quando cadono le bombe:
di curcuma sanno
quando la gente muore.

Quando penso a te:
di cumino nero.

Se tu mi pensassi:
di vaniglia.

Vedi come sono,
bastardo?

Sperpero la vita:
nelle parole. 


(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

domenica 10 dicembre 2017

Provino scalpore.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Ho i polmoni pieni:
di gas lacrimogeno.
Due spugne bagnate.
Fanno sciiiii.
Quando tiro dentro aria.
Anche quando la tiro fuori.

È grave?
Dimmi: sto per morire?
Esagero?
Sono la solita.

Sono uscita di casa:
a cercarti.
Senza senno.

Dove sei?

Se c'è da morire,
è fra le tue braccia.
Davanti a tutti.
Che ci vedano.
Ci guardino.

Provino:
scalpore.

Voglio morire
per te.
E per me.
E.
E basta,
ragazzo.
Per noi,
se si può dire.
Ancora.

Se si può pensare,
proprio adesso.
Almeno: pensare.
Questo.

(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza, attualizzata in queste ore. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

sabato 9 dicembre 2017

(Quasi) tutta la vita.

IL SENSO DEL TACCUINO.      


(c) 2017 weast productions / all rights reserved.
  
    Questa fotografia e quella del lancio di ieri mostra un ragazzino nella Striscia di Gaza all'interno dello studio di uno psichiatra. Nella fotografia di oggi il ragazzino ci osserva attraverso una radiografia del suo cranio. La madre dice che "è impazzito a causa delle bombe". Il medico dice che "non è il solo". La cronaca dice che sono tornate a cadere. Io dico che "non cambia mai nulla". E che voglio cominciare parlando d'altro. 
   
   Uno che al ristorante chiede “Allora, come va la tua vita vita coniugale?” alla ragazza seduta al lato opposto del tavolo, che non risponde, lo guarda però con una faccia che dice tutto, infine dice qualcosa anche lei: “Ci diamo dentro alla grande. Grazie, va tutto bene”. Adesso è quello che ha fatto la domanda a guardare la ragazza, con una faccia che soltanto gli uomini sanno fare, quando non sanno più cosa dire, e se disponessero di poteri speciali vorrebbero usarli subito per diventare invisibili e teletrasportarsi da un'altra parte, magari in un altro ristorante, per poi irrimediabilmente rifare la stessa domanda, a questo punto ridiventerebbero invisibili e si riteletrasporterebbero. 

   C'ero anch'io quando è stata formulata la domanda sulla “vita coniugale” della ragazza. Non allo stesso tavolo, ma c'ero. Stavo pensando a come interpretare la decisione del Presidente Trump di riconoscere Gerusalemme quale città capitale di Israele. Uno va al ristorante e pensa a Trump... La frase rivolta alla giovane donna mi ha strappato dalle braccia del Presidente e mi ha fatto ridere. L'ho preso come un segnale della vita, quasi volesse rivendicare il suo primato su quell'ammasso di pietre che è Gerusalemme. Il giorno dopo sorridevo ancora. Ho chiamato un mio caro amico a Betlemme. Al telefono ha risposto così: “Trump?”. E si è messo a ridere. Mi ha spiegato che è ancora troppo presto per capire come andrà a finire. Ha ragione. Ha aggiunto che qualcuno ci lascerà la vita. Non saranno mai i figli dei leader politici palestinesi, quelli di Ramallah o quelli di Gaza. Saranno dei poveri sfigati qualunque, mandati a tirare sassi contro i soldati israeliani armati fino ai denti. Il mio amico di Betlemme ha continuato dicendo che i figli dei leader e dei politici palestinesi studiano nelle università americane o britanniche. Ha aggiunto che nella giornata che si era appena conclusa aveva visto scontri un po' ovunque, nei villaggi attorno a Betlemme. Soldati israeliani da una parte, giovani palestinesi dall'altra. 

   Ho raccontato al mio amico di Betlemme la microstoria della sera prima, quella del ristorante. Lui ci ha pensato su, poi ha detto che la vita è uno spasso e che troppa gente non sa cosa farsene e che spesso chi saprebbe cosa farne non può farlo. Gli ho chiesto perché i palestinesi si sono incazzati tanto dopo la decisione di Trump, considerato che Gerusalemme è interamente controllata dagli israeliani. Ha risposto che è vero, ma che non puoi togliere proprio tutti i sogni alla gente, che la gente ha bisogno di un'illusione, almeno una, nella vita, alla quale stare dietro. 

   Il mio amico di Betlemme ha ragione: la decisione del Bullo della Casa Bianca di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele è come prendere a schiaffi un poveraccio ormai a terra al quale, poco prima, hai spaccato le ossa. Hai già vinto, perché infierire? 

   Dopo essere rientrato dal ristorante e dopo la telefonata con il mio amico palestinese, ho ripensato a Gerusalemme: ci ho vissuto 9 anni, durante i quali l'ho vista cambiare a una velocità impressionante. Recentemente ci sono tornato, dopo qualche anno di assenza: era di nuovo cambiata. Provo una grande fatica a immaginare lo spazio per le illusioni, anche per una sola, concesso ai palestinesi. 

   Un aspetto positivo (anche se amaramente positivo) della decisione del Bullo della Casa Bianca di spostare l'ambasciata statunitense a Gerusalemme c'è: il mondo è tornato a parlare dei palestinesi. Ma come, esistono ancora? A ben guardare ce ne sarebbe un altro: ci permette di constatare come tutti i governanti che criticano questa decisione l'abbiano direttamente assecondata permettendo la trasformazione di Gerusalemme, dalla città vecchia ai quartieri fuori delle mura. I palestinesi, in buona parte musulmani, ma non soltanto, qualche cristiano è rimasto, vivono come gli indiani: in una riserva artificiale, controllata e circondata dalle autorità israeliane. 

   Sto arrossendo mentre lo scrivo, ma c'è anche un terzo aspetto (amaramente) positivo: stiamo capendo come tale complicità investa nella stessa misura anche l'Autorità palestinese e senza esclusione e senza eccezioni tutti i partiti politici palestinesi. Di fronte all'evidenza dell'inarrestabilità della colonizzazione israeliana della Cisgiordania (e della volontà del mondo di non fermarla) e quindi della oggettiva irrealizzabilità di uno Stato palestinese alle condizioni attuali, hanno tutti quanti preferito mantenere i privilegi legati alla loro pseudo-funzione anziché concludere di non avere più alcun ruolo serio da interpretare. Smantellare l'Autorità palestinese e dichiarare gli Accordi di Oslo non soltanto falliti, ma fallimentari, metterebbe Israele e il suo Governo di fronte alla reale responsabilità di dovere gestire milioni di persone di cui occupa illegalmente la terra in Cisgiordania (non lo dico io, lo dice il diritto internazionale). 

   C'è un ultimo aspetto positivo: la decisione di Trump ci permette di riflettere. Ad esempio su come i palestinesi siano tenuti in vita artificialmente dai contributi finanziari e dai programmi umanitari internazionali. Senza il fiume di milioni di dollari destinati ogni anno all'Autorità palestinese e senza la miriade di organizzazioni governative e non governative presenti sul terreno in Cisgiordania e Gaza, il compito di affrontare queste spese e di gestire questa rete toccherebbe a chi impedisce (politicamente e con fatti acquisiti sul terreno) la formazione di uno Stato (o di una struttura che gli assomigli) capace di funzionare in modo indipendente e politicamente maturo. Corruzione e clientelismo nell'Autorità nazionale palestinese sono la diretta conseguenza di una politica assistenzialista occidentale ma non soltanto (centrano anche gli Stati arabi) priva di visioni e immaginazione.

   Nel 2002, quando sono andato a vivere a Gerusalemme, avevo conosciuto alcuni ragazzi palestinesi. Li ho rivisti oggi: sono diventati uomini adulti. “È passata (quasi) tutta la vita”, dicono. Non hanno nemmeno quarant'anni. È passata in fretta. Se potessero diventerebbero invisibili e si teletrasporterebbero da un'altra parte. 

venerdì 8 dicembre 2017

Il senso del taccuino.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Domani nel Senso del taccuino su Faccia da reporter:

"(Quasi) tutta la vita".

Qui di seguito il solito estratto.

Il bullo Trump, Gerusalemme, i palestinesi che sono rimasti a piedi, il mio amico di Betlemme convinto che nelle manifestazioni contro gli israeliani muoiono soltanto i figli degli altri, mai i figli dei leader (ha ragione), uno che al ristorante chiede "Come va la tua vita coniugale?" a una ragazza che sta dall'altra parte del tavolo e che non risponde, ma lo guarda con una faccia che dice tutto. 


martedì 5 dicembre 2017

Quando hai le mani.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Quando hai le mani:
che sanno di mandarino.
Di gasolio.
Di sporco.
Di terra.
Di te.
Di sigarette.
Di polvere da sparo.

Mi prende paura.

La voglia di provarti.
Anche.

(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

sabato 2 dicembre 2017

Regala una fotografia.

Mi sono chiesto: perché non scrivere che a Natale si può regalare una fotografia? Si può. Una fotografia racconta la vita: la vita degli altri. Che riguarda la nostra. Sempre di più. È come la nostra. È la nostra.

Gli scatti che vi propongo di seguito sono stati realizzati in Siria, in Iraq, in Libano, in Grecia, altrove ancora. Dentro, c'è la vita. Non sono scatti "leggeri", ma sono veri.

C'è la vita dei cristiani in Medio Oriente, degli yazidi, dei musulmani, di tutti gli esseri umani costretti a subire la violenza e le guerre: quelle di invasione e quelle di liberazione. Non sempre queste persone sono nella condizione di fuggire e di cercare riparo altrove.

Il mio lavoro è questo: andare a vedere come vive chi è investito dalla guerra. È un lavoro semplice: chiede curiosità e un po' di coraggio. Soprattutto indipendenza.

A che cosa serve il mio mestiere? Serve a sapere come è messo il mondo.

Ecco: forse qualcuno fra i lettori di Faccia da reporter avrà il desiderio di regalare un'istantanea che racconta come è messo il mondo ritratto attraverso lo sguardo di Gianluca Grossi.

Gli scatti qui riportati in bassa risoluzione e con logo sono disponibili nei formati 30 x 40 cm nonché 50 x 70 cm (entrambi i formati senza cornice). Sono stampati su carta cotone Museo Portfolio RAG da 300 g (ottima fattura). A richiesta con o senza bordo bianco incluso nella stampa (passepartout). Ciascuna tiratura sarà firmata dall'autore. Ulteriori formati disponibili su richiesta.

Insieme alla fotografia verrà fornito il suo racconto, affidato a una intera pagina (A4).

Le fotografie saranno consegnate a domicilio (formato 50 x 70 cm) oppure inviate per posta (formato 30 x 40 cm).

Per ottenere le informazioni relative al prezzo di una o più riproduzioni si prega di scrivere a info@weastproductions.tv.

Vogliate indicare il numero della/e fotografia/e (riportato in didascalia) quale riferimento.

Risponderò subito.

Ecco gli scatti ordinabili:


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mercoledì 29 novembre 2017

Se.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

La faccia che faresti
se venissero tutti a guardarti.
Per vedere:
se piangi o ridi,
se muori di fame,
se stai al buio,
se mangi e dormi,
se vai di corpo,
se sei viva o sei morta,
se sei viva quanto,
se sei morta come, e perché,
se puoi farlo vedere, come sei morta,
se le bombe ammazzano davvero,
se ti è rimasta una gamba,
o se ti è rimasto un braccio, se sei morta senza,
senza una gamba,
senza un braccio,
che brutta morte,
se preghi, se preghi,
se credi in dio,
se credi in dio,
se non ci credi.
Come, non credi
a niente?

Se ti vengono le infezioni.
Dove ti vengono.
Ci sarà un motivo.
Se ti lavi.
Se studi.
Se leggi.

Se commetti peccato.

Se fai all'amore.
Se sei sposata.
Se digiuni.
Se mangi cani.
Se mangi gatti.

Se ti tocchi.
Quanto ti tocchi.
Se pensi alla condizione delle donne.
Se sei per la libertà delle donne.
Se sei per l'asservimento delle donne.
Se sei coperta,
quanto sei coperta.
Se nascondi il volto,
quanto volto nascondi.
Se non lo nascondi: quanto
di esso
non nascondi. E perché.
Se nascondi i piedi.
O no.
Le mani.
O no.
Se sono scalzi,
i piedi,
o con le calze.

Se ti lacchi le unghie.
Quante?
Tutte?
Di che colore?
È importante.
Di che colore?

Se pensi agli uomini.
Ai maschi.
Quanto ci pensi.
A quanti.
A quanti nello stesso istante.
Se sei per o contro gli uomini.
Se ti piacciono gli uomini.
Se ti piacciono: le donne.
Rilasceresti, in questo
ultimo
caso,
un'intervista?

Se non ti piace nessuno.

Se pensi.
Quanto e quando.
Se sei sola.
Se sei male accompagnata.
Se fumi. Quanto. Dove.
Se fumi. Rispondi!
Se leggi libri.
Se ti senti sfigata per non essere
nata altrove.

Se fumi di notte.

Se rimproveri ai tuoi genitori
di essersi accoppiati a Gaza,
non altrove.
Di averti messa al mondo nella Striscia.

Se ti sei già fatta
una striscia.
Per sopravvivere.
Se sei contro le strisce.
Se attraversi sulle strisce.
Se ci sono le strisce:
a Gaza.
Se le auto si fermano,
quando sei 
sulle strisce.
O no.
Se ti piacerebbe che si fermassero.
Come si fermano
da noi.

Se hai qualcosa da dire
in televisione.
Da aggiungere.

Se hai ancora il ciclo:
con tutta la paura che hai avuto.
Se è vero che la guerra,
che la guerra:
rende tutti arrapati.
E fate figli.

Se pensi che poteva andarti peggio.
Se provi rabbia per chi
gli va meglio.

Se preferisci i fiori ai fucili.
Se hai mai imbracciato un fucile.
Se è vero che hai pianto:
quando un drone ha spappolato
tua madre e tuo fratello.

Se è vero che a Gaza si ride.

La faccia che faresti
tu
a essere nato a Gaza.

La faccia che faresti
davanti a quelli
che vengono qui e chiedono
della nostra vita.

Dov'è il reparto dei surgelati?
Dov'è la verdura.
La frutta, il pane.
Lo shampoo.
Il deodorante.
Il dentifricio.
Il filo inter-
dentale.
La mia vita.

La faccia che faresti
se tu fossi nato qui.
Non è perché mi ami,
non è perché ti amo,
che mi capisci.

E che sai
qualcosa
di me.


(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).