Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

sabato 20 gennaio 2018

Sospiri di quartiere.

IL SENSO DEL TACCUINO


(c) 2018 weast productions / tutti i diritti riservati.

   Un curriculum vitae non è un'autobiografia: se lo fosse dovresti scrivere un libro quando cerchi lavoro. Il problema è che non lo leggerebbe nessuno. Quelli delle risorse umane non leggono. L'idea le era venuta a Beirut. La città si presta alle idee. O alla loro totale assenza. Era tornata in albergo. Aveva trascorso quattro ore fra aperitivo, cena e dopocena con il responsabile delle risorse umane di un importante gruppo di telecomunicazioni con sede principale a Dubai. Si erano dati appuntamento nella sola città raggiungibile da entrambi senza affrontare lunghe ore di volo. Quelli del gruppo cercavano qualcuno per la sicurezza, era venuta a saperlo attraverso un amico. Lei, di sicurezza qualcosa sapeva. A cena, quando lui le aveva chiesto di fornirle un curriculum vitae, lei l'aveva presa larga, cominciando da quando era bambina e giocava soltanto con i maschi, mai con le sue coetanee. Da ragazza, aveva aggiunto, aveva continuato a giocare con i maschi, fino al giorno in cui aveva capito che si poteva anche frequentarli, incontrarli e baciarli di nascosto.

  Si era resa conto che un curriculum vitae non è un'autobiografia nell'istante in cui l'uomo che le stava di fronte, dall'altra parte del tavolo al ristorante, aveva cominciato a guardarla in modo strano. Come se l'argomento, ormai, non fosse più il posto di lavoro a Dubai. Lo aveva spaventato. Gli aveva raccontato troppe cose, troppa vita, troppo della sua vita. La faccia di lui aveva cominciato a cambiare quando lei, ormai, stava illustrando gli anni più recenti della sua vita, cose, insomma, accadute quattro, massimo cinque anni prima. Forse, stava pensando seduta sul grande letto della camera d'albergo, scalza e con addosso soltanto una maglietta, non avrebbe dovuto menzionare il fatto che lei aveva ucciso. Ucciso, sì. Non per gelosia (si dice che le donne, solitamente, uccidano per gelosia) non per interesse finanziario (anche qui: si dice che le donne, se uccidono, uccidano per sete di denaro) e nemmeno per follia (si  dice anche questo delle donne). Lei aveva ucciso per convinzione: in guerra. 

   Per illustrare all'uomo che le stava di fronte i dettagli di questa parentesi della sua vita non c'era più stata l'occasione. Il dopocena lo avevano trascorso insieme in un bar alla moda, con la musica alta e, soprattutto, con lui che aveva ormai deciso che per il lavoro in questione non era idonea, ma per andarci a letto quella notte sicuramente sì. A volte, pensare troppo è sconveniente. Le idee fisse finiscono con l'essere leggibili. Lei glielo aveva letto in faccia, come se improvvisamente il responsabile delle risorse umane si fosse trasformato in un gobbo televisivo, in una pagina di Kindle, perfettamente illuminata, come se, fra lei e lui, avesse preso posto al tavolino che condividevano un suggeritore professionista, incaricato, più che di ricordare le battute, di fornire un'interpretazione dell'azione teatrale. 

   Poteva metterci una croce sopra, si era detta. Con quello, lei, a letto non ci sarebbe mai andata. Nemmeno morta. Tanto più che se le avesse chiesto ulteriori elementi sul suo curriculum vitae avrebbe corso il rischio di non reggerli. Quelli delle risorse umane, aveva concluso, detengono un potere che nasconde l'incapacità di capire l'essere umano. Lo aveva salutato ed era rientrata in albergo. A piedi. Le piaceva il rumore che facevano i tacchi delle sue scarpe nella notte. In qualsiasi città si trovasse. Le piaceva fumare camminando.  

   E: le piaceva quella città. Non Beirut, da dove era ripartita il giorno dopo, senza lavoro ma anche senza doversi fare una doccia lunga tre ore per togliersi dalla pelle l'odore di un altro. Le piaceva la sua nuova città. Era tutto diverso. Nessuno la conosceva e lei non conosceva nessuno. Quando usciva dal piccolo appartamento che aveva acquistato nel centro storico, un affare pazzesco non poteva fare a meno di concludere ogni volta che ci pensava, era come se cominciasse a vivere per la prima volta. E come se ogni volta ne avesse la trasparente consapevolezza. Quando mai le era successo, nella sua vecchia vita? Sentiva di essere una ragazza, nonostante i suoi anni non meritassero quella definizione, sebbene di poco. Gli anni magari no, lei invece se la meritava tutta. Aveva cominciato a contare gli uomini che la guardavano, che per strada le mettevano gli occhi addosso, alcuni erano affamati, altri invece comunicavano un tacito apprezzamento, meno aggressivo. Le piaceva che gli uomini la guardassero. Anche questo la faceva sentire viva, in modo diverso da prima. 

   C'era qualcosa d'altro, di insolito. Era una sensazione strepitosa: la sensazione della libertà. Quando si era davvero sentita libera, prima? Mai. Mai o quasi. Ora si sentiva libera. Avrebbe potuto decidere cosa fare, ogni giorno. Avrebbe potuto fare ogni giorno una cosa diversa. Le piaceva alzarsi la mattina presto e passeggiare nelle vie del suo quartiere. L'aria era fresca e quasi pulita, soltanto più tardi si sarebbe riempita del frastuono delle automobili e dei motorini, dell'odore del gasolio carburato male e di tante altre cose. Le donne, a quell'ora del mattino, facevano l'amore con le finestre aperte. L'aria trasmetteva le variazioni vocali del loro godimento. Ogni volta, ascoltandole, si immaginava che stessero partecipando a un concorso canoro trasmesso da una stazione radiofonica. Facevano a gara a quella che urlava di più e meglio. Se una emetteva una nota lunga e alta, quasi stridula, al punto che c'era da impensierirsi, subito un'altra rispondeva con una repentina e imperiosa variazione, tendente al basso, un colpo di voce breve e concentrato. 

   Quando i preti (la casa in cui abitava apparteneva al ricco clero locale) le avevano venduto l'appartamento, l'avevano avvertita, anzi (aveva avuto questa impressione) messa in guardia: il quartiere, la mattina presto, si animava e cedeva alle tentazioni, le avevano spiegato, non tutti arrossendo, ma due dei tre presenti sì, quelli erano arrossiti. Lei aveva provato a immaginare come avrebbero reagito se avessero saputo davanti a chi avevano poc'anzi cambiato colore. Come avrebbe reagito anche quello che non era arrossito.

   I preti, per fortuna, non le avevano chiesto il curriculum vitae. E lei non era ricascata nella tentazione dell'autobiografia. Aveva quindi taciuto, senza provare sensi di colpa, il suo recente passato. Aveva taciuto i bersagli colpiti (colpiti per sempre), che solitamente erano delle teste o dei torsi, entrambi umani, e che per uno scrupolo contabile (soltanto per questo: non si era mai vantata dei successi ottenuti con i suoi compagni di battaglia ) aveva inciso con intagli minuscoli e precisi fatti con il coltello sul calcio del suo Berrett M107 A1, il fucile di precisione che era diventato il suo uomo nl corso degli anni, e non erano stati pochi, che aveva trascorso nella guerra di Siria. Erano stati insieme sempre. Lei gli parlava. Aveva l'impressione che lui rispondesse, con la precisione immancabile dei tiri messi a segno. 

   Lei era stata una delle pochissime donne siriane (c'è chi dice l'unica, ma lei nega) a combattere fra gli insorti in Siria, in particolare nella prima fase di questa guerra. I combattenti maschi la rispettavano, anzi sembravano temerla. Nessuno ci aveva mai provato, con lei. A perte uno. Uno che le piaceva. Non avevano mai combinato nulla insieme, nemmeno quando ne avrebbero avuta l'occasione, certi che nessuno li avrebbe scoperti. Avevano parlato, questo sì. Parlavano nelle lunghe notti, quando sul fronte si muoveva poco e si stava svegli fumando sigarette e bevendo lei tè e lui caffè. Litri di tè e caffè. E decine di sigarette, lei al mentolo, lui le Marlboro rosse che entravano dalla Turchia. Una di quelle notti, lei gli aveva detto che quando sarebbe finita la guerra sarebbero andati insieme a Istanbul, avrebbero preso una camera d'albergo e si sarebbero concessi ciò che non si erano concessi in Siria. Avrebbero smesso di uccidere e si sarebbero fatti di tutto, per dieci giorni. Si sarebbero fatti a pezzi. Senza uscire mai dalla camera. Lui, dapprima, non aveva capito. Lei gli aveva spiegato che avrebbero fatto l'amore. 

   Lui era morto due settimane dopo questa proposta notturna. Un cecchino, dall'altra parte del fronte, lo aveva dapprima accecato con il riflesso di uno specchietto, costringendolo a muoversi dentro il suo “nido”, ricavato in un'abitazione bombardata e disabitata. Poi aveva messo a fuoco il bersaglio. Aveva inspirato, trattenuto l'aria nei polmoni e fatto fuoco. Il colpo di fucile gli aveva attraversato la testa, entrando dalla fronte e uscendo dalla nuca. Un colpo pulito.

   Racconta tutto questo seduta al tavolo di un caffè all'aperto nella sua nuova città, il cui nome chiede che non venga scritto. L'aria non è calda, ma si sta bene lo stesso. Indossa un giaccone di tela blu, dei jeans e degli scarponcini che, vagamente, ricordano quelli dei militari. Le dico che avrebbe potuto fare l'attrice. Mi sento un idiota subito dopo avere pronunciato questa frase. La donna che ho di fronte non è bellissima, ma è come se ciascun suo movimento, ciascun gesto suggerissero la sua straordinaria storia. Quella trascorsa, e quella che sta prendendo forma oggi. C'è qualcosa di irresistibile, in questa ragazza, che non è più una ragazza ma è come se lo fosse, come se fosse tornata a esserlo. Lei dà un'ultimo tiro alla sigaretta e la schiaccia nel posacenere. Non dice nulla, per un bel po'. E tu, cosa avresti potuto fare?, mi chiede, senza avvisaglie. Forse la stessa cosa che hai fatto tu, rispondo. Ride. Dice: ma la scriverai davvero, questa storia?   




   

venerdì 19 gennaio 2018

Il senso del taccuino.

(c) 2018 weast productions / vietata la riproduzione.

Domani nel Senso del taccuino su Faccia da reporter: "Sospiri di quartiere". Qui di seguito il consueto estratto.

   Le piaceva quella città. Era tutto nuovo. Nessuno la conosceva e lei non conosceva nessuno. Quando usciva dal piccolo appartamento che aveva acquistato nel centro storico, un affare pazzesco non poteva fare a meno di concludere ogni volta che ci pensava, era come se cominciasse a vivere per la prima volta. E come se ogni volta ne avesse la trasparente consapevolezza. Quando mai le era successo, nella sua vecchia vita? Sentiva di essere una ragazza, nonostante i suoi anni non meritassero questa definizione, sebbene di poco. Gli anni magari no, lei invece se la meritava tutta. Aveva cominciato a contare gli uomini che la guardavano, che per strada le mettevano gli occhi addosso, alcuni erano affamati, altri invece comunicavano un tacito apprezzamento, meno aggressivo. Le piaceva che gli uomini la guardassero. Anche questo la faceva sentire viva. 

   C'era qualcosa d'altro, di insolito. Era una sensazione strepitosa: la sensazione della libertà. Quando si era davvero sentita libera, prima? Mai. Mai o quasi. Ora si sentiva libera. Avrebbe potuto decidere cosa fare, ogni giorno. Avrebbe potuto fare ogni giorno una cosa diversa. Le piaceva alzarsi la mattina presto e passeggiare nelle vie del suo quartiere. L'aria era fresca e quasi pulita, soltanto più tardi si sarebbe riempita del frastuono delle automobili e dei motorini, dell'odore del gasolio carburato male e di tante altre cose. Le donne, a quell'ora, facevano l'amore con le finestre aperte. L'aria trasportava le variazioni sonore del loro godimento. Ogni volta, ascoltandole, si immaginava che stessero partecipando a un concorso canoro trasmesso da una stazione radiofonica. Facevano a gara a quella che urlava di più e meglio. Se una emetteva una nota lunga e alta, quasi stridula, al punto che c'era da impensierirsi (per un istante soltanto), subito un'altra rispondeva con una repentina e imperiosa variazione, tendente al basso, un colpo di voce breve e concentrato. 

   Quando i preti (la casa in cui abitava apparteneva al ricco clero locale) le avevano venduto l'appartamento, l'avevano avvertita, anzi (aveva avuto questa impressione) messa in guardia: il quartiere, la mattina presto, si animava e cedeva alle tentazioni, le avevano spiegato, non tutti arrossendo, ma due dei tre presenti sì, quelli erano arrossiti. Lei aveva provato a immaginare come avrebbero reagito se avessero saputo davanti a chi avevano poc'anzi cambiato colore. Come avrebbe reagito anche quello che non era arrossito se avesse saputo chi era lei, per davvero.

domenica 31 dicembre 2017

"Voglio che tu...". Gli auguri di Faccia da Reporter per il 2018.

(c) 2017 weast productions

Care lettrici e cari lettori: Faccia da Reporter vi fa i migliori auguri per l'anno che sta per iniziare. Ieri è giunta una nuova poesia da Gaza, scritta dalla giovane autrice che ormai conoscete, anche se soltanto attraverso i suoi testi. Ho impiegato parte della notte trascorsa per tradurla, ammetto con poca sapienza. Intanto, però, è in italiano. Sia lei a portarvi gli auspici per il 2018.


Ho la bocca che sa di sa-
le.
La lingua di erbe aromatiche.
Un po': pizzica.

Ho il corpo
che non sta
più
fermo.

Sono entrata, 
celandomi,
nel mare. 

Alle 11 e qualcosa
di oggi.
Non ne sono ancora uscita.
Mi piace.
Sto bene.

E tu?

Non chiedo nulla
al nuovo anno
(facciamo che sia
anche il mio,
anche il nostro).

No: qualcosa chiedo.
Voglio che tu
mi metta addosso
le tue mani.

Che mi lasci
sulla pelle
un po' di terra
e di grasso,
di sabbia,
di sporco,
l'odore dei
tuoi nascondigli,
la paura che hai,
sempre,
di morire.
L'odore della polvere
da sparo.
Il sapore, che
leccherò via,
di quello che fai
e che io ignoro.
Il peso del tuo
sudore, voglio.

Voglio provare:
che cosa significa
finire a pezzi.
Davanti a te.

Ti chiederò di
rimetterli insieme.
Come ti va.

Andrà bene
anche a me. 

sabato 16 dicembre 2017

Tanti auguri ai lettori di "Faccia da reporter".

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

   Oggi ho ricevuto un regalo particolare e bellissimo da una persona che segue il mio lavoro: questa sedia, con sopra la frase che mi sono tatuato sulla pelle e che fa da bussola al mio scrivere, fotografare e filmare ("Il mondo non si racconta mai abbastanza"), nonché arricchita da altre combinazioni di parole e significati.

   Tale persona mi ha spiegato che la sedia è stata pensata per viaggiare: e per chiedere a chi incontrerò viaggiando di sedersi un attimo e di raccontarmi il suo mondo, e perché no la sua vita.

   Ho risposto che lo farò, l'anno prossimo. Partirà un progetto nuovo e inedito, non a gennaio, ma pochissimo dopo (ci stiamo "dando sotto", come si dice), dentro il quale la "sedia viaggiante" troverà la sua collocazione. Terrò aggiornati le lettrici e i lettori.

   Per ora vi faccio i miei più cordiali auguri affinché trascorriate delle buone festività. E un buon Natale. Che sia la sedia, così decorata, il mio augurio. Un abbraccio.



mercoledì 13 dicembre 2017

Sperpero la vita: nelle parole.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Sanno
di anice stellato
i miei capelli.
Il mattino.

Quando
apro gli occhi.

Dopo:
di cannella.
E cardamomo.
Di cartamo: sanno.

Fra le mie dita.
È un gioco,
per ora.

A mezzogiorno
hanno:
la nota
(lontana)
dei chiodi di garofano.

Il pomeriggio 
sono liquirizia.
Sommaco.
Zafferano. 
Ginepro.
Salvia.

E tamarindo.

La sera fieno greco.
E aneto.

La notte sono un incendio:
zenzero.

Quando cadono le bombe:
di curcuma sanno
quando la gente muore.

Quando penso a te:
di cumino nero.

Se tu mi pensassi:
di vaniglia.

Vedi come sono,
bastardo?

Sperpero la vita:
nelle parole. 


(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

domenica 10 dicembre 2017

Provino scalpore.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Ho i polmoni pieni:
di gas lacrimogeno.
Due spugne bagnate.
Fanno sciiiii.
Quando tiro dentro aria.
Anche quando la tiro fuori.

È grave?
Dimmi: sto per morire?
Esagero?
Sono la solita.

Sono uscita di casa:
a cercarti.
Senza senno.

Dove sei?

Se c'è da morire,
è fra le tue braccia.
Davanti a tutti.
Che ci vedano.
Ci guardino.

Provino:
scalpore.

Voglio morire
per te.
E per me.
E.
E basta,
ragazzo.
Per noi,
se si può dire.
Ancora.

Se si può pensare,
proprio adesso.
Almeno: pensare.
Questo.

(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza, attualizzata in queste ore. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

sabato 9 dicembre 2017

(Quasi) tutta la vita.

IL SENSO DEL TACCUINO.      


(c) 2017 weast productions / all rights reserved.
  
    Questa fotografia e quella del lancio di ieri mostra un ragazzino nella Striscia di Gaza all'interno dello studio di uno psichiatra. Nella fotografia di oggi il ragazzino ci osserva attraverso una radiografia del suo cranio. La madre dice che "è impazzito a causa delle bombe". Il medico dice che "non è il solo". La cronaca dice che sono tornate a cadere. Io dico che "non cambia mai nulla". E che voglio cominciare parlando d'altro. 
   
   Uno che al ristorante chiede “Allora, come va la tua vita vita coniugale?” alla ragazza seduta al lato opposto del tavolo, che non risponde, lo guarda però con una faccia che dice tutto, infine dice qualcosa anche lei: “Ci diamo dentro alla grande. Grazie, va tutto bene”. Adesso è quello che ha fatto la domanda a guardare la ragazza, con una faccia che soltanto gli uomini sanno fare, quando non sanno più cosa dire, e se disponessero di poteri speciali vorrebbero usarli subito per diventare invisibili e teletrasportarsi da un'altra parte, magari in un altro ristorante, per poi irrimediabilmente rifare la stessa domanda, a questo punto ridiventerebbero invisibili e si riteletrasporterebbero. 

   C'ero anch'io quando è stata formulata la domanda sulla “vita coniugale” della ragazza. Non allo stesso tavolo, ma c'ero. Stavo pensando a come interpretare la decisione del Presidente Trump di riconoscere Gerusalemme quale città capitale di Israele. Uno va al ristorante e pensa a Trump... La frase rivolta alla giovane donna mi ha strappato dalle braccia del Presidente e mi ha fatto ridere. L'ho preso come un segnale della vita, quasi volesse rivendicare il suo primato su quell'ammasso di pietre che è Gerusalemme. Il giorno dopo sorridevo ancora. Ho chiamato un mio caro amico a Betlemme. Al telefono ha risposto così: “Trump?”. E si è messo a ridere. Mi ha spiegato che è ancora troppo presto per capire come andrà a finire. Ha ragione. Ha aggiunto che qualcuno ci lascerà la vita. Non saranno mai i figli dei leader politici palestinesi, quelli di Ramallah o quelli di Gaza. Saranno dei poveri sfigati qualunque, mandati a tirare sassi contro i soldati israeliani armati fino ai denti. Il mio amico di Betlemme ha continuato dicendo che i figli dei leader e dei politici palestinesi studiano nelle università americane o britanniche. Ha aggiunto che nella giornata che si era appena conclusa aveva visto scontri un po' ovunque, nei villaggi attorno a Betlemme. Soldati israeliani da una parte, giovani palestinesi dall'altra. 

   Ho raccontato al mio amico di Betlemme la microstoria della sera prima, quella del ristorante. Lui ci ha pensato su, poi ha detto che la vita è uno spasso e che troppa gente non sa cosa farsene e che spesso chi saprebbe cosa farne non può farlo. Gli ho chiesto perché i palestinesi si sono incazzati tanto dopo la decisione di Trump, considerato che Gerusalemme è interamente controllata dagli israeliani. Ha risposto che è vero, ma che non puoi togliere proprio tutti i sogni alla gente, che la gente ha bisogno di un'illusione, almeno una, nella vita, alla quale stare dietro. 

   Il mio amico di Betlemme ha ragione: la decisione del Bullo della Casa Bianca di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele è come prendere a schiaffi un poveraccio ormai a terra al quale, poco prima, hai spaccato le ossa. Hai già vinto, perché infierire? 

   Dopo essere rientrato dal ristorante e dopo la telefonata con il mio amico palestinese, ho ripensato a Gerusalemme: ci ho vissuto 9 anni, durante i quali l'ho vista cambiare a una velocità impressionante. Recentemente ci sono tornato, dopo qualche anno di assenza: era di nuovo cambiata. Provo una grande fatica a immaginare lo spazio per le illusioni, anche per una sola, concesso ai palestinesi. 

   Un aspetto positivo (anche se amaramente positivo) della decisione del Bullo della Casa Bianca di spostare l'ambasciata statunitense a Gerusalemme c'è: il mondo è tornato a parlare dei palestinesi. Ma come, esistono ancora? A ben guardare ce ne sarebbe un altro: ci permette di constatare come tutti i governanti che criticano questa decisione l'abbiano direttamente assecondata permettendo la trasformazione di Gerusalemme, dalla città vecchia ai quartieri fuori delle mura. I palestinesi, in buona parte musulmani, ma non soltanto, qualche cristiano è rimasto, vivono come gli indiani: in una riserva artificiale, controllata e circondata dalle autorità israeliane. 

   Sto arrossendo mentre lo scrivo, ma c'è anche un terzo aspetto (amaramente) positivo: stiamo capendo come tale complicità investa nella stessa misura anche l'Autorità palestinese e senza esclusione e senza eccezioni tutti i partiti politici palestinesi. Di fronte all'evidenza dell'inarrestabilità della colonizzazione israeliana della Cisgiordania (e della volontà del mondo di non fermarla) e quindi della oggettiva irrealizzabilità di uno Stato palestinese alle condizioni attuali, hanno tutti quanti preferito mantenere i privilegi legati alla loro pseudo-funzione anziché concludere di non avere più alcun ruolo serio da interpretare. Smantellare l'Autorità palestinese e dichiarare gli Accordi di Oslo non soltanto falliti, ma fallimentari, metterebbe Israele e il suo Governo di fronte alla reale responsabilità di dovere gestire milioni di persone di cui occupa illegalmente la terra in Cisgiordania (non lo dico io, lo dice il diritto internazionale). 

   C'è un ultimo aspetto positivo: la decisione di Trump ci permette di riflettere. Ad esempio su come i palestinesi siano tenuti in vita artificialmente dai contributi finanziari e dai programmi umanitari internazionali. Senza il fiume di milioni di dollari destinati ogni anno all'Autorità palestinese e senza la miriade di organizzazioni governative e non governative presenti sul terreno in Cisgiordania e Gaza, il compito di affrontare queste spese e di gestire questa rete toccherebbe a chi impedisce (politicamente e con fatti acquisiti sul terreno) la formazione di uno Stato (o di una struttura che gli assomigli) capace di funzionare in modo indipendente e politicamente maturo. Corruzione e clientelismo nell'Autorità nazionale palestinese sono la diretta conseguenza di una politica assistenzialista occidentale ma non soltanto (centrano anche gli Stati arabi) priva di visioni e immaginazione.

   Nel 2002, quando sono andato a vivere a Gerusalemme, avevo conosciuto alcuni ragazzi palestinesi. Li ho rivisti oggi: sono diventati uomini adulti. “È passata (quasi) tutta la vita”, dicono. Non hanno nemmeno quarant'anni. È passata in fretta. Se potessero diventerebbero invisibili e si teletrasporterebbero da un'altra parte.