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Raccontare
sabato 25 febbraio 2017
Una ragazza al fronte. Una vera giornalista.
sabato 18 febbraio 2017
"Resistenza" è un tatuaggio sulla pelle.
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Ho scritto che l'idea di lasciare Palestinesi e Israeliani alla loro sorte è l'ultima trappola posta dalla follia. In relazione alle dichiarazioni della Casa Bianca di qualche giorno fa. L'ho scritto oggi, 18 febbraio. In romancio come si dice “Casa bianca”? Chasa bianca? Blanca? Weissa? Dico romancio, con tutto il rispetto parlando: per definire la portata delle mie riflessioni. Arrivano, se arrivano, alla Svizzera. Quindi: das Weisse Haus, la Maison Blanche. E la Chasa bianca. Anche se, mi sia concesso aggiungerlo, fra le sorgenti del mio pubblico figurano, e con un rispettabile numero di click, gli Stati Uniti. Probabilmente è la CIA o la NSA. Questi click non contano, quindi. Sono stalking. Abituato anche a questo.
Esistono
due tipi di giornalisti: quelli che stanno con il potere e quelli che
stanno con la loro testata. Che, di nuovo, rappresenta un potere,
economico e politico, ideologico, spesso anche un potere vacuo, un
pozzo vuoto, per dirla tutta: zero. E poi esistono quelli che stanno con la loro testa. Spesso hanno un Blog. Io sto con il mio Blog, non vuol dire che ho una testa. Vai a
chiedere un accredito stampa per il tuo Blog e ti accorgerai che ti
prendono a calci. Quindi: un Blog non è una testata. È un Blog e
basta. Non è ancora, tuttavia, una garanzia. È un Blog. Punto.
Frutto del cervello al quale fa riferimento. Sempre meglio che zero.
Da prendere per quello che è. Da discutere e criticare.
Vi
invito gentilmente a compiere uno sforzo di memoria storica. Torniamo
al dopo 11 settembre 2001. Trascuriamo di chiederci che cosa avrebbe
detto e fatto il Presidente George W. Bush se non ci fossero stati
gli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono. Andiamo a
riascoltare, invece, che cosa ha detto. Lavoriamo sui fatti. Non
serve recarci in archivio, oppure sfogliare i giornali. C'è Youtube.
Andiamo ad ascoltarci che cosa ha detto George W., e che cosa ha
detto l'allora segretario di Stato Collin Powell (non andate a
guardarvi le fotografie di Platon, lo edificano a posteriori),
ascoltiamoci le palle senza fine sulle presunte armi chimiche
irachene, con tanto di pseudofialetta agitata di fronte all'Assemblea
dell'ONU. Ragazzi! E ascoltiamoci che cosa hanno detto Dick Cheney,
Donald Rumsfeld (paura!), Tony Blair e nella seconda amministrazione
Bush la signora Condoleeza Rice e tutti gli altri ancora. Vi concedo
15 minuti.
Trascorrono
15 minuti, lentamente.
Avete
visto, ascoltato? Vi siete resi conto di che cosa ci siamo bevuti? Di
che cosa abbiamo dato per vero, per oro colato? Di che cosa abbiamo accettato, stando
zitti, proni, a cuccia, con il cervello spento? Che strano: anche la
stampa, all'epoca, non emise un rantolo. Zitta. Zitta anche la
stampa. E quindi zitti tutti. Anzi: la stampa a fare da sponsor al silenzio.
Andiamoci
a rivedere le dirette dagli studi della CNN ecc., gli articoli dei
grandi giornali: “War on terror” era la scritta che figurava
ovunque, ogni giorno, ogni secondo. Guerra al terrorismo contro
l'Afghanistan, guerra al terrorismo contro l'Iraq. Lo dico per
esserci stato non so quante volte, in quei Paesi, poco tempo fa
ancora, per averli raccontati mettendoci tutta la mia vita: li hanno
distrutti, li hanno ridotti al sanguinamento, allo svenamento, alla
morte per emorragia di cui siamo testimoni muti.
Nessuno,
allora, aveva chiesto alcunché al Presidente George W. Bush e alla
sua squadra. Andava bene tutto. Guerra. War. Qualcuno ha chiesto
qualcosa al signor Obama? Nope.
Balzo
a ritroso nel tempo.
16
ottobre 2002 (e giorni prima): ero a Bagdad. Seguivo le (ultime) elezioni (si fa per
dire) presidenziali, Saddam Hussein c'era ancora. Non si parlava che
di “armi di distruzione di massa”. Nel corso di una visita a un
sito definito “sensibile” concessa dalle autorità irachene ai
giornalisti stranieri, mi ricordo, come fosse questa mattina, un
giornalista navigato del New York Times attaccare quei tre o
quattro sfigati addetti iracheni messi davanti a dei computer spenti
in un sotterraneo che, volendo essere pessimisti, nascondeva alla
peggio lattine di Coca Cola e scatolette di caviale, ma non armi
chimiche, biologiche o atomiche. Il giornalista americano quasi quasi
prendeva a pugni il portavoce del governo iracheno perché alla
domanda se in quel luogo fossero nascoste armi di distruzione di
massa aveva risposto di no. Aveva detto la verità. In Iraq non
c'erano armi di distruzione di massa. Oggi lo sappiamo. Eppure....
Eppure, signore e signori. Sapete come è andata, con la benedizione
della stampa. Anche della stampa. Fa male dirlo, ma va detto.
L'Iraq
è stato distrutto. Anche l'Afghanistan è a pezzi. Oggi abbiamo
entrambi davanti agli occhi. È servito tutto questo a neutralizzare
Al Qaeda? No. È servito invece a dare vita ai pezzenti
senzacervelloecodardi dello “Stato islamico” (e ci starebbero
cento Post, al proposito).
All'epoca,
i giornalisti americani erano attaccati alla flebo del loro Governo.
Anche i giornalisti europei. Vi ricordate il titolo (credo fosse del
Corriere della Sera, o di Repubblica, sto invecchiando...): “Siamo
tutti americani"? Lo avevano stampato il giorno dopo l'11
settembre. A ragione. A ragione? No, non a ragione. Lo avevano
stampato quale epitaffio al giornalismo che fa domande e fa ricerche
e va sul terreno per raccontare quello che vede e scopre, quello,
pure, che riesce a prevedere.
Zero,
da allora in poi. Un vuoto assoluto. A parte qualche rara eccezione.
Zero giornalismo. Un estenuante asservimento, invece. Questo sì.
C'è
francamente motivo di festeggiare il fatto che dopo una sorta di
letargo perpetuatosi anche durante gli otto anni della Presidenza
Obama (dov'era l'ex Presidente in Palestina, in Israele, in Siria, in
Iraq, dov'era in Yemen, se non autocollato ai droni armati e
sparanti, come fosse questo adesivo l'etichetta di un vino pregiato,
dov'era in Pakistan, se non sulla stessa etichetta volante,
eccetera?) c'è da festeggiare il fatto che i giornalisti siano
tornati a fare domande. A dare fastidio. A rompere le palle. La
democrazia è una rottura di palle, per chi sta al potere.
C'è
motivo di festeggiare, certo, ma facendoci un po' tutti l'occhiolino,
nella consapevolezza taciuta che di vergine sul serio, in questo
invito a nozze, non è rimasto nessuno e nessuna, o quasi. Tutti
rifatti, con plastiche non proprio a buon mercato, ottenute affidando
al tempo trascorso (e alle cliniche della semantica) l'auspicio dell'oblio che avrebbe dovuto cancellare il peccato originale consumato.
Io
non sto con il signor Trump: ha letto troppo poco per piacermi, del
mondo ha visto troppo poco per convincermi, anche se ne ha fatte
tante nella vita, ma queste tante non bastano a farmi cambiare idea,
al contrario.
Non
sto, però, nemmeno con i e con le neovergini della mia categoria
professionale, la categoria dei giornalisti, che oggi strillano quasi
dipendesse dal callo che minaccia le loro corde vocali la
sopravvivenza della democrazia, non dico negli USA, ma nel mondo.
Dov'erano, qualche anno fa? Dove erano?
Non
sto, infine, con quelli che stanno con Trump. I libri di Storia
insegnano tante cose. Andrebbero letti. C'è odore di olio di
ricino e di manganello in giro per il mondo: negli Stati Uniti, in
Europa e alle nostre latitudini, anche alle nostre latitudini. Resistenza è un tatuaggio
che ci dovremmo fare tutti sulla pelle.
Io
sto con quelli che pensano. Al limite sarei disposto a stare anche
con i giornalisti neovergini, a condizione che non fingano oppure non
strillino in giro che con Trump fa male quasi fosse la prima
volta. Sarebbe una fake news. Questa per davvero. Fra le tante
che girano. E che sono sempre girate nel mondo.
Il
giornalismo è resistenza. Non alternata. Continua.
Benvenuti,
a questo punto, ai click dall'America.
venerdì 17 febbraio 2017
Il senso del taccuino.
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Domani nel Senso del taccuino sulla Regione: "Le trappole della follia". Eccone un breve estratto:
Rieccola, la “follia”, nelle parole di Miriam. La incontri ovunque, questa parola, quando meno te l'aspetti. Anche quando torni a sfogliare vecchi taccuini con dentro gli appunti scritti 15 anni fa. Capisci che potresti scriverli oggi, parola per parola. Cos'è cambiato? Nulla. Alcune circostanze, certo, ma non la sostanza. Non l'atmosfera. Tutto uguale. C'è da impazzire, sul serio, se uno ci pensa. La narrazione di quella terra non fa che alimentare la sua inarrestabile ripetitività. Pensare che ne escano da soli, che ne escano bene, contenti tutti, contenti gli israeliani e contenti i palestinesi, ma da soli, appunto, è forse l'ultima insidiosa trappola posta dalla follia. Chi lo dice? Lo dice Fares, che ha un piccolo negozio di giocattoli non lontano da Ramallah, in quello che è diventato un quartiere, ma che in realtà è ufficialmente un campo profughi. Vende quattro giocattoli al giorno, quando li vende. La sa lunga, Fares. Dice che da quando è nato non è cambiato nulla: nella sua vita e tutt'attorno. «C'è da impazzire», conclude. Eccola qui, di nuovo, questa parola.
lunedì 13 febbraio 2017
giovedì 9 febbraio 2017
Cartolina da Mosul.
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- Dicono che il bello della vita è essere vivi. Se lo dicono sarà vero, no?
- C'è Mosul.
- Scusa, c'è cosa?
- Lascia stare. Cè una cartolina da Mosul.
- Da dove?
- C'entra niente. È un modo per dire: quello che sappiamo fare.
- Ne sappiamo fare di cose.
- Hai voglia.
mercoledì 8 febbraio 2017
Un criceto in prova sanitaria.
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Sei alla cassa della Coop e chiedi un pacchetto di sigarette. Con tutto il resto che hai nel carrello (c'è anche della carne, della carne!) uno ti dice: "Füma pü". A parte: chi ti conosce, fratello, okay?, chi ti dice che sono io a fumarle, queste benedette Marlboro? Ho a casa un criceto in prova sanitaria certificata, per dirla in modo diverso una cavia, che si succhia un pacchetto al giorno. Corre e fuma. Vedere cosa gli succede. Per il momento corre. È un esperimento e mi pagano pure.
- Dottore.
- Mi dica.
- Dottore...
- Sì.
- Mmmhhh
- Non ho tutto il giorno per lei...
- Capisco.
- E allora?
- Ho respirato fumo di petrolio non purificato.
- O signur, e dove?
- Iraq, dottore.
- Ah beh, se è l'Iraq, non fa così male.
Vedi, amico, vedi, amica, esistono posti nel mondo (ne esistono ancora) capaci di produrre una devastante relativizzazione della tua astinenza. Di trasformare la ferrea volontà alla quale avevi sottomesso (non senza esultare) il tuo (che pensavi innato, genetico) desiderio di inalare fumo, fumo di qualsiasi tipo, meglio se di sigaretta, ma andava bene anche un tubo di scappamento, ideale nel caso il diesel, capaci insomma di trasformare il tuo autocontrollo in un crollo.
- Come dice, dottore: Non-fa-così-male-il-fumo-del-petrolio-in-Iraq?
- Non fa male: distrugge. I polmoni.
- Oh bestia.
- Si calmi.
- Sono. Calmo.
- Quelle due ore passate al pozzo di petrolio respirando (perché ha respirato, perché?) equivalgono a migliaia di sigarette.
- O cristo.
Vedi, sorella, vedi fratello: la vita. Mangi insalata per vivere sano, stai in piedi a roba verde senza sapore, per vivere sano, bevi acqua, e acqua e acqua, per vivere sano, limiti l'utilizzo di incenso negli ambienti domestici, per vivere sano, dici parolacce quando vedi un pacchetto di sigarette e dai del poveraccio (dentro di te) a uno che fuma per strada, ti fai vedere dallo specialista per una ghiandoletta che non sai nemmeno se si è gonfiata due giorni fa oppure è sempre stata lì dalla nascita, e poi finisci a due millimetri da un pozzo di petrolio e anzi ci finisci dentro, dentro un pozzo di greggio in fiamme in Iraq, messo a fuoco da quei pirla dell'Isis, e ne vieni fuori come se avessi fumato migliaia di sigarette.
Averle fumate.
La vita è insuperabile.
- Mmmhhh
- Non ho tutto il giorno per lei...
- Capisco.
- E allora?
- Ho respirato fumo di petrolio non purificato.
- O signur, e dove?
- Iraq, dottore.
- Ah beh, se è l'Iraq, non fa così male.
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Vedi, amico, vedi, amica, esistono posti nel mondo (ne esistono ancora) capaci di produrre una devastante relativizzazione della tua astinenza. Di trasformare la ferrea volontà alla quale avevi sottomesso (non senza esultare) il tuo (che pensavi innato, genetico) desiderio di inalare fumo, fumo di qualsiasi tipo, meglio se di sigaretta, ma andava bene anche un tubo di scappamento, ideale nel caso il diesel, capaci insomma di trasformare il tuo autocontrollo in un crollo.
- Come dice, dottore: Non-fa-così-male-il-fumo-del-petrolio-in-Iraq?
- Non fa male: distrugge. I polmoni.
- Oh bestia.
- Si calmi.
- Sono. Calmo.
- Quelle due ore passate al pozzo di petrolio respirando (perché ha respirato, perché?) equivalgono a migliaia di sigarette.
- O cristo.
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Vedi, sorella, vedi fratello: la vita. Mangi insalata per vivere sano, stai in piedi a roba verde senza sapore, per vivere sano, bevi acqua, e acqua e acqua, per vivere sano, limiti l'utilizzo di incenso negli ambienti domestici, per vivere sano, dici parolacce quando vedi un pacchetto di sigarette e dai del poveraccio (dentro di te) a uno che fuma per strada, ti fai vedere dallo specialista per una ghiandoletta che non sai nemmeno se si è gonfiata due giorni fa oppure è sempre stata lì dalla nascita, e poi finisci a due millimetri da un pozzo di petrolio e anzi ci finisci dentro, dentro un pozzo di greggio in fiamme in Iraq, messo a fuoco da quei pirla dell'Isis, e ne vieni fuori come se avessi fumato migliaia di sigarette.
Averle fumate.
La vita è insuperabile.
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sabato 4 febbraio 2017
Lo so che è sabato.
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Lo so che è sabato. Ma: mi è venuta
in mente una cosa, e dopo averne trovato un
approfondimento leggendo l'ultimo numero della London Review of Books, la scrivo.
La forza delle immagini. La cosa è
questa. Va di moda dire che siamo tutti ormai assuefatti alle
immagini, insensibili, bombardati dalle immagini eccetera, siano esse
fotografiche o in movimento. Non è la prima volta che ne parlo e non
sarà l'ultima di cui approfitto per dire che sono palle.
Prendiamo la città siriana di Aleppo,
la sua parte orientale, per essere precisi. Ha suscitato paragoni
storici con Sarajevo, Dresda, Guernica in relazione alla sorte
toccata alla popolazione civile. Ha spinto, addirittura, in parti
diverse del mondo, persone a scendere per strada e a manifestare
solidarietà.
Che cosa ha originato questa
mobilitazione, e prima ancora questa emozione alla quale abbiamo
tutti concesso spazio dentro la nostra vita? Le immagini. Le immagini
che giungevano da Aleppo est. Nessuno, tuttavia, si è chiesto, si è
mai chiesto: chi le realizzava, queste immagini? Ricordate il bambino
sull'ambulanza e i volti sporchi di polvere delle persone estratte
dalle macerie dopo i bombardamenti?
Non le ha realizzate alcun giornalista
professionista, inviato da qualche testata, motivato dal desiderio
(ce lo auguriamo tutti) di raccontare la verità. Le hanno realizzate
persone sul posto, i cosiddetti media activists.
Non si tratta, qui, di mettere in
dubbio la veridicità di queste scene o la buona fede di questi
ragazzi. I bombardamenti ci sono stati (siriani e russi) e le vittime
pure. È tuttavia indispensabile riflettere sul fatto che la stampa
internazionale ha accettato di buon grado di pubblicare fotografie e
di mostrare filmati realizzati da sconosciuti, non da giornalisti
inviati, ma da persone che vivevano ad Aleppo est, ogni giorno a
contatto con i guerriglieri, in particolare con quelli più
estremisti e radicalizzati. I quali nelle immagini pubblicate e messe
in onda dai media main stream (televisioni pubbliche, giornali
blasonati eccetera) non figuravano mai. Perché? Perché chi scattava
fotografie o filmava ad Aleppo lo poteva fare soltanto seguendo le
direttive di chi comandava: i gruppi armati più influenti. La guerra
funziona così. Ci fosse stato un giornalista sul posto avrebbe anche
lui potuto scattare soltanto quelle stesse fotografie, e non altre,
ma perlomeno avrebbe potuto (dovuto, essere chiamato a) spiegare in
che situazione era costretto a lavorare e dichiarare che si trattava
di fotografie scattate in condizioni controllate da terzi. Di nuovo:
questo elemento (tuttavia importantissimo) non confuta il contenuto
delle immagini (a volte potrebbe, ma come verificarlo?, non è sempre
possibile), ma ne costituisce tuttavia un'appendice fondamentale, una
sorta di irrinunciabile metafile accluso a ciascun fotogramma.
In parole povere, è in gioco la trave maestra del giornalismo:
l'indipendenza.
Nella pubblicazione e messa in onda di
queste immagini, nessuna scritta in sovrimpressione e nessun
avvertimento editoriale informava del fatto che la loro fonte era
totalmente sconosciuta. La “stampa libera” ha operato una forma
di sottile censura che definirei autoassolutoria.
Grazie a queste immagini, tuttavia, la
gente è scesa in piazza e tutti abbiamo detto “basta”
all'assedio di Aleppo. Le immagini hanno sempre una loro forza, anche
quando accettiamo di non chiedere chi le ha realizzate. In realtà,
dovremmo sempre chiederlo, e chiedere che ci venga detto. È il solo
modo per trasformare il nostro sguardo sul mondo in un atto di
indipendenza.
Passo indietro, fino al 2011: quando
dalla Siria giungevano le immagini realizzate dai giovani che
manifestavano, ancora senza armi, vi ricordate? La stampa, in
quell'epoca, si era scatenata, dichiarando che queste immagini le
mostrava, ma senza poterne garantire la veridicità. L'opinione
pubblica mondiale, ormai stanca di arabi che chiedevano più libertà
e un po' di democrazia, chiuse anche il secondo occhio e si
addormentò.
Ne riaprì uno per Aleppo, dopo anni di
guerra, nel 2016, grazie alle immagini che tutta la stampa metteva in
circolo, senza confessare di non averle e di non poterle verificare,
di non avere nessun giornalista, diciamo di fiducia, sul posto, senza
confessare di sapere che queste immagini erano state scattate e
filmate alla presenza di guerriglieri invisibili che controllavano
tutto, ad Aleppo est. Servivano immagini e andavano bene quelle,
soprattutto perché erano quasi gratis, quando non addirittura
gratuite.
Ecco la forza delle immagini,
verificate o meno che siano. Tiene svegli sempre, anche quando
vengono proposte senza alcuna riserva, quasi fossero provviste (pur
non essendolo) di una firma capace di fornire una risposta seria e documentata alla
riflessione su chi le ha messe al mondo e in quali condizioni.
Lo ripeto: chiedere questa firma è un
modo non soltanto di esercitare la propria indipendenza nei confronti
della realtà e del racconto che ce ne viene dato, ma anche di
rispettare le vittime.
A Mosul sta succedendo qualcosa che
assomiglia ad Aleppo e, anzi, stando alle cifre disponibili e a quanto ho visto sul terreno, supera (o potrebbe
superare) Aleppo in relazione alla popolazione civile colpita e in
fuga. La particolarità, in questo caso, è che nessuno manda
immagini da Mosul. Allo “Stato islamico” non interessa produrre
una narrazione focalizzata sulla popolazione civile, se ne infischia,
la colpisce sparando o con colpi di mortaio quando tenta la fuga. Al
Governo iracheno e alle forze della coalizione (USA, UK) coinvolte
sul terreno e in particolare, queste ultime, dall'aria con attacchi
aerei non interessa produrre indicatori che forniscano un quadro preciso
delle vittime, fra i soldati iracheni e fra i civili.
In assenza di immagini, nessuna
redazione è disposta ad andarle a cercare, perché questo
significherebbe mettere lo sguardo su una guerra che ha quale nemico
un'entità militare e ideologica esecrabile, ma che come tutte le
guerre causa vittime anche fra i civili. E quindi? E quindi fa
sorgere domande. Dovrebbe, almeno.
Ci si accontenta di qualche sequenza di
soldati iracheni coinvolti in combattimenti, più o meno realistici
quando non addirittura preparati per l'occasione, in realtà
insignificanti nell'assomigliarsi di tutte le azioni di carattere
bellico, nella tautologia della guerra.
Se cominciassero a giungere immagini
anche da Mosul, dovremmo scendere per strada di nuovo, e chiedere che
la sua popolazione venga risparmiata. Da chi? Dallo “Stato
islamico”, certo, ma anche dagli altri protagonisti coinvolti, quelli
che stanno dalla parte buona. Perché la guerra è così. Non fa
differenza, anche se (anche quando) si infila i guanti di velluto.
La forza delle immagini è misurabile
in modo particolare quando di immagini non ne esistono. Zero
immagini, zero problemi.
Faccia da reporter, invece, qualche
immagine di civili in fuga da e dentro Mosul la pubblica. Tanto, è sabato.
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venerdì 3 febbraio 2017
Il senso del taccuino.
Domani torna Il senso del taccuino. Ho mancato un sabato, perché mi trovavo in un paese nel quale non esiste internet. Sono partito senza modem satellitare, non ne avevo bisogno, non lo volevo con me. Domani, quindi, sulla Regione, vi propongo "Come un respiro profondo".
Ci sarà lo scatto di un personaggio presentato nel Post precedente, con un'inquadratura diversa, come vi sembrerà chiaro osservandola qui. Per me è importante questa fotografia. Così come lo sono le storie delle persone raccontate: Anna, Farah, suo padre, l'attore africano cieco e indirettamente quella di chi scrive. Ce lo vogliamo leggere un breve estratto dal testo? Ce lo vogliamo. Si riferisce al momento in cui sono tornato "a casa", passando la dogana di Chiasso. La "pancia gonfia" di Anna allude a un suo stato interessante, come si dice. Interessante per chi? Ecco l'estratto:
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Oh,
Anna. Che della tua storia di donna tradita e con la pancia gonfia
hai fatto un racconto che racconta il mondo. E la vita. Serve il
coraggio e serve la forza. Da queste righe che mi hai messo fra le
mani è venuto fuori un Taccuino
che parla anche d'altro. Che sia, per davvero, altro? Pensare che
rientrando da un paese lontano, condannato alla responsabilità della
propria miseria tuttavia negata da chi lo governa e non soltanto, non
soltanto, ho avuto l'impressione di attraversare, a 80 all'ora, campi
minati, consolato, ascoltando la radio, e sia pure per poco,
dall'immensità di spazio concessa al vaticinio del tempo che
potrebbe fare domani (e perché non concesso alla tua vita, questo
spazio, Anna?) e, appena prima, consolato ma anche elettrizzato per
non dire sollevato dalla notizia che ormai esiste un aspirapolvere
senza sacchetto, e prima ancora atterrito dal vuoto terrificante
prodotto da chi vorrebbe risolvere i problemi della vita senza
nemmeno esserci finito dentro, senza saperne granché, senza saperla,
chiuso in un girotondo isterico e insufficiente, insomma accolto, con
tanto di indiretto benvenuto, dalla fragilità (dalla mancanza di
coraggio) che è la vita affrontata ignorando come è per davvero,
metti pure in un'altra parte del mondo, nemmeno troppo lontana.
Nemmeno. Anzi: per nulla.
mercoledì 1 febbraio 2017
Operazioni di scavo.
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