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Due fratellini afgani e loro padre a bordo di un treno in partenza da Belgrado. (c) 2015 weast productions |
Raccontare
giovedì 24 dicembre 2015
Tanti auguri di buone feste. E grazie.
sabato 19 dicembre 2015
Il senso del taccuino.
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(c) 2015 weast productions |
Bellezza.
Nella sua bellezza (anche nella sua violenza) la natura se ne frega degli
esseri umani. La supplica di una madre che non è riuscita a fuggire da Aleppo e
che ogni giorno è sotto le bombe. Una supplica pronunciata mentre l'elicottero
siriano che ha appena sganciato o sta per sganciare la sua carica esplosiva
viene inghiottito da un tramonto stupendo. O il padre iracheno che, di nascosto
da tutti, si mette a piangere inginocchiato di fronte all'Eufrate e prega che
la guerra finisca presto. L'acqua del fiume scorre senza un sussulto, manda
brevi lampi e un suono che accompagna il lavoro dei grilli. O, ancora, le
nostre individuali esperienze. Ciascuno ha le sue. L'indifferenza della natura
nei nostri confronti ci sorprende. Ma come, non sei anche tu sulla nostra
barca? Vorremmo che ci capisse, che stesse dalla nostra parte. Che ci
compatisse. Almeno un po'. Comprendiamo, tuttavia, che non lo farà mai. Perché
dovrebbe farlo?
martedì 8 dicembre 2015
Gesù Bambino è una bambina afgana.
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© 2015 weast productions |
Che quest'anno Gesù Bambino sia una bambina afgana.
La bambina si chiamava Sajida Ali.
Aveva cinque anni. È annegata alcuni giorni fa nel mare davanti a
Cesme, nella provincia di Smirne, in Turchia. Se quest'anno
accettassimo di chiamare Gesù Bambino Sajida, daremmo prova di una
forza immensa. Di coraggio. Compiremmo, tutti insieme, un atto di
resistenza. Nei confronti del mondo per come va. Nei confronti di chi
vuole farlo andare così. E nei confronti di chi è soddisfatto che
vada così. Di chi pensa che non cambierà mai. E di chi non ci pensa
nemmeno a cambiarlo.
Sto terminando il mio libro sul viaggio dei profughi di guerra lungo la rotta dei Balcani. Ho cercato, parola dopo parola, di
evitare la retorica, che viene fuori così facile in questo casi. I
sentimenti rischiano di diventare retorica. Quindi: niente
sentimenti. Raccontare, soltanto, il coraggio di queste persone che
si mettono in viaggio per cercare una vita diversa. Diventa,
osservandoli, il nostro coraggio.
La morte di Sajida, e la morte, oggi
(alle 2.30 di questa mattina), di altri sei bambini afgani, annegati
anch'essi al largo di Cesme: sono la più devastante denuncia nei
confronti dello “Stato islamico” e di chi lo utilizza alla pari
di un esercito di mercenari. Ho sempre constatato, in Occidente, la
disponibilità di molte persone a leggere la realtà. A volerla
capire. A provare, anche, un sentimento di solidarietà e compassione
nei confronti degli esseri umani in fuga dalle loro terre, più
recentemente dei profughi che attraversano i Balcani. Circolano
inquietudini e tanti legittimi interrogativi, certo, ma ci sono anche
la solidarietà e il desiderio di aiutare queste persone. Non è la
nostra indifferenza che lo “Stato islamico” vuole colpire: è la
nostra solidarietà, la disponibilità ad interessarci a queste
persone, anche ad accoglierle, il coraggio di discutere,
pubblicamente, posizioni di chiusura politica nei loro confronti, di
rivendicare il loro diritto a una vita migliore. Anche dopo che
giovani radicalizzati (ma radicalizzati mi sembra essere già un
complimento, propongo di definirli “giovani azzerati”) hanno
colpito una città come Parigi. Questa è la nostra forza. A muovere
gli assassini, invece, è il vuoto, la percezione del proprio
fallimento individuale, colmato con il materiale da ripiena della
religione. È soltanto rabbia nei confronti di chi ha il coraggio di
discutere la politica, le scelte strategiche, le decisioni anche
belliche prese dai propri governanti. È invidia nei confronti del
ragionamento e dell'indipendenza che esso regala. È ignoranza ad
alzo zero messa di fronte a chi, invece, chiede di sapere e capire e
discutere.
Ecco cosa mancava agli infiniti
commenti e alle infinite analisi degli scorsi giorni e delle scorse
settimane, prodotti in seguito agli attentati di Parigi (e se
vogliamo, anche dopo l'attentato in California). Gli errori
dell'Occidente, i reali e indiscutibili errori dell'Occidente nelle
sue campagne militari in Medio Oriente e in Afghanistan e ora in
Siria non c'entrano nulla. Non ne sanno nulla, gli azzerati dello
“Stato islamico”, i ragazzi che decidono di aderirvi. Sono, a
volere essere di manica larga, una copertura, mandata a memoria
insieme alle formule religiose di cui infarciscono i loro deliranti
proclami postati nella rete. Cercano, soltanto, ripiena con la quale
colmare il vuoto che hanno dentro. Il vuoto che sono. E del quale –
vedete: anche di questo – ci rimproverano di essere noi i
responsabili, quando invece non lo siamo. Il fallimento di
un'esistenza ha sempre e soltanto l'individuo quale autore e quale
unico responsabile. Ne ho incontrati, so di cosa parlo.
Dietro a tutto questo, dietro ai
proclami e dietro a questa inarrestabile corsa a un testo religioso,
auspicata e assecondata, per altro, da ambienti e gruppi e
istituzioni e centri culturali e Stati interessati a un asservimento
degli individui al “testo” e al pretesto che esso incarna, dietro
alla radicalizzazione religiosa, sono nascosti, nell'ombra, i veri
burattinai. Quelli che la sera bevono alcol e fumano insieme, di
nascosto. Gli stessi che concedono alle loro truppe, alla
soldataglia, il diritto allo stupro e all'esercizio della schiavitù.
Avevano bisogno di un esercito per prendersi la rivincita dopo
l'invasione americana e occidentale dell'Iraq (tutto gira attorno
all'Iraq) e lo hanno trovato. Per reclutare le nuove leve hanno
intuito la necessità di fare riferimento all'”amor di patria”.
Quale patria? Lo “Stato islamico”. Il richiamo non è esercitato
da un Costituzione che sappia garantire a tutti pari diritti e pari
doveri, bensì dalla riduzione all'esperienza letterale (e quindi:
elementare) di un testo considerato sacro, non per la sua presunta
sacralità, ma – in funzione degli obiettivi dello “Stato
islamico” - per la brutalità (interessata e indotta, suggerita,
incanalata) che qui e là una lettura letterale (la sola di cui, a
malapena, gli accoliti sono capaci) autorizza. È il potere ipnotico
della religione. Diciamo: delle religioni. Una religione, per tornare
all'argomento che ci occupa, proposta, va da sé, non in funzione di
un'accettazione dell'altro come tuo fratello, bensì dell'altro come
tuo nemico. La religione si presta. Qualsiasi libro si presta a una
infinità di interpretazioni: ogni lettura individuale è
un'interpretazione.
Gli intellettuali laici capaci di
opporre un discorso alternativo a questa precipitazione negli abissi
innescata dall'oscurantismo religioso sono stati incarcerati e
torturati fino a spingerli – i più fortunati – all'esilio, e
quelli meno fortunati alla tomba. È successo in Iraq. È successo in
Siria, ad opera del regime di Bashar al Assad, che ha avuto e ha la
sua parte nella creazione e nella proliferazione dello “Stato
islamico” (si leggano gli studi in materia, alcuni disponibili su
internet). Proprio quel Bashar al Assad con il quale oggi qualcuno –
e più di qualcuno, e addirittura qualcuno di insospettabile –
chiede di allearsi per sconfiggere lo “Stato islamico”. Il mondo
non è mai andato diversamente.
Ecco: per rendere omaggio alla nostra
forza e alla nostra capacità di ragionare secondo categorie umane e
quindi soltanto secondariamente e trascurabilmente religiose,
propongo che quest'anno Gesù Bambino sia una bambina afgana. E che
si chiami Sajida.
Se non è chiedere troppo.
venerdì 4 dicembre 2015
Il senso del taccuino.
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© 2015 weast productions |
Un racconto che descrive le prime raffinerie di petrolio a cielo aperto nella provincia di Deir ez-Zor, in Siria, i traffici di greggio e armi fra nemici un po' meno nemici quando si tratta di fare affari (i ribelli, l'esercito siriano, altri ancora, traffici che oggi continuano, affidati anche a nuovi attori), la constatazione che la guerra si nutre di complicità sotterranee, per arrivare infine a questi giorni, a queste ore, con una proposta di comprensione di quello che definisco "lo spazio deumanizzato" conquistato e amministrato dallo "Stato islamico" in Siria.
Qui di seguito il (consueto) estratto:
Di notte, i tiri di mortaio e le
raffiche dei fucili risuonavano a intervalli quasi regolari. Di
giorno, i fucili tacevano. A volte cadeva qualche mortaio, alla
cieca. Nel cielo volavano (pochi) caccia dell'aviazione siriana, i
civili erano terrorizzati. I civili. Messi in mezzo a chi faceva
affari. Attorno a loro, si stavano ammazzando tutti quanti soltanto
perché uno dava all'altro la possibilità di continuare a farlo. Se
un anello di questa tragica catena si fosse spezzato, la guerra si
sarebbe esaurita. Da sola. Troppo tardi.
venerdì 20 novembre 2015
Il senso del taccuino.
Domani nel Senso del taccuino sulla Regione: "Come spiegarti tante cose?". In versione inedita. Qui di seguito il (brevissimo: ho rinunciato alle parole, a tante parole) estratto, di un testo scritto per una piccola profuga siriana, con la memoria rivolta ai morti di Parigi e di Bamako, e a tutti gli altri morti dentro le guerre che si stanno consumando. In Siria. In Iraq. In Nigeria. Ovunque. Davanti ai nostri occhi. Ai nostri occhi. Rivendicando così il coraggio del pensiero e del ragionamento. E il diritto (il dovere) al coraggio di continuare a pensare. A chiedere e richiedere. A fare domande e a scavare nella realtà. E nella vita. Senza paura. Perché la paura fa comodo. Fa comodo a tutti. Diciamo pure a troppi.
Come spiegarti l'essere umano, Rita? Ciò di cui è capace? E, ancora più, incapace? Come spiegarti la religione, il fanatismo, l'odio, l'ignoranza, l'intolleranza? Come spiegarti il coraggio, il coraggio vero, che sta tutto nel pensiero e nel ragionamento. E la guerra, come spiegartela? Tutto quello che c'è dietro. E quelli che la usano. Quelli che gli fa comodo, che ci guadagnano, in ogni senso. Quelli che ci cascano. Quelli che si porta via. Tutte le maschere che sa mettersi. I sotterfugi che s'immagina. Le pedine che muove. E i fessi, i fessi, i fessi che li prendono per buoni. Come spiegarti la guerra? Puoi raccontarla, e raccontarla. Non finisce mai. È maledetta e scaltra. Se soltanto non ci fosse. Se soltanto non ci fossero nemmeno le parole. Nemmeno. Le. Parole.
sabato 14 novembre 2015
Ragionare. Senza paura.
Il disorientamento è uno degli
obiettivi ai quali mirano i terroristi. O gli atti di guerra per
interposta persona, le operazioni affidate ai freelance della
violenza, agli assassini prezzolati, convinti tuttavia di battersi
per una causa, o una idea, o, nel caso di quello islamico, per uno "Stato". Parigi, ieri sera. E oggi, a meno di 24 ore. Parigi è
ovunque, in Europa.
Il disorientamento è contagioso, e,
come l'onda lunga di uno scossone tellurico, giunge fino a noi.
Sarebbe per il momento presuntuoso e dannoso fornire risposte
personali. Meglio, credo, suggerire qualche lettura, che resta
tuttavia personale. E che quindi come tale va presa. Pur nella sua
verificata tenuta oggettiva, sul terreno e fra le pagine dei libri e
delle riviste.
- Michael Weiss e Hassan Hassan: ISIS. Inside The Army Of Terror. Regan Arts, New York, 2015.
- E questo articolo, comparso sulla London Review Of Books, cliccando QUI.
- Patrick Cockburn, Too Weak, Too Strong, nella London Review Of Books, volume 37, numero 21, 5 novembre 2015, rintracciabile su internet.
- Il discorso dell'intellettuale e scrittore tedesco di origini iraniane Navid Kermani tenuto nella Paulskirche di Francoforte sul Meno in occasione del conferimento del Friedenspreis, pubblicato nella Frankfurter Allgemeine Zeitung il 19.10.2015.Titolo: Jacques Mourad und die Liebe in Syrien.
- Il reportage di Roger Cohen sul New York Times da Sanly Urfa (Turchia) relativamente alla decapitazione di un attivista siriano anti ISIS in territorio turco (decapitato anche un suo collega), rintracciabile mettendo in Google gli elementi sopra indicati e con il titolo Turkey’s Troubling ISIS Game.
Da parte mia, posso contribuire a
questo: in una intervista con una ex attivista della rivoluzione
siriana (inizialmente pacifica, ma presto tradita dall'Occidente e,
come anticipabile, oltre che dal governo siriano stesso dalle Monarchie del Golfo, tutto fuorché
rivoluzionarie in senso libertario), realizzata nel novembre di una
anno fa e trasmessa in un reportage di RSI, mi era stato detto che in
Europa erano/sono presenti individui provenienti dalla Siria e pronti
a colpire “chi parla male dello Stato islamico” oppure “altri
obiettivi individuati a piacimento”. Suona, oggi, come una
profezia caduta nel vuoto. Cliccare QUI.
Questa mattina, su Radio 3i, che
prontamente e con responsabile spirito giornalistico si è messa
sulla notizia delle stragi di Parigi, ho detto che l'ISIS può essere
sconfitto. A condizione di esercitare un atto di coraggio, anche del
pensiero (e soprattutto del pensiero), teso a individuare i “padroni”
di questi volontari del terrore. Aggiungo qui, non avendo problemi di
spazio, che si tratterà anche e soprattutto di lavorare sul fronte
interno, in primis in Francia, ma non soltanto. Si tratterà,
cioè, di sottrarre centinaia (meglio: migliaia) di giovani alla
sfera di mortifera e mortale attrazione esercitata dalla
pseudoideologia dell'ISIS. È un atto di coraggio resistere e non
avere paura. È altresì un atto di coraggio chiederci se i
bombardamenti aerei porteranno, da soli e per davvero, alla soluzione
da tutti auspicata. Essi soltanto.
Per sconfiggere l'ISIS avremo bisogno
anche della comunità musulmana, presente in ogni Paese europeo. È
impossibile condannare soltanto, dichiarando che “questo non è
l'Islam”, che non è mai colpa dell'Islam. Questo è, oggi, l'Islam, perlomeno
una forma di Islam, un pensiero religioso che starebbe vivendo, per
citare Navid Kermani, “den vorläufigen Endpunkt eines langen
Niedergangs, eines Niedergangs auch und gerade des religiösen
Denkens”; un pensiero religioso (sunnita) in declino (la violenza è
spesso sintomo di debolezza) esposto tuttavia, ma non nel senso di
una giustificazione addotta, anche alle manipolazioni di Stati
interessati (all'esito della guerra in Siria, al partito preso dei
governi europei et occidentali in genere, agli interessi degli Stati della regione, ecc.) e dei loro - loro ancorati in Medio Oriente e aree limitrofe - servizi
“segreti”. Il terrorismo è il braccio lungo dei “servizi
segreti”. Lo è sempre stato.
È impossibile chiedere a dei non
Musulmani un recupero del pensiero religioso musulmano nel senso
esposto da Kermani, il salvataggio di questo pensiero, oppure una
rivoluzione interna, una Riforma di tale pensiero. Soltanto i
musulmani che vivono fra di noi possono affrontare questa sfida,
integrando, nell'operazione, i profughi che anche dall'ISIS (eppure dalle bombe del governo siriano + alleati + colazione occidentale) fuggono
dirigendosi verso l'Europa. Ciò facendo, ci aiuterebbero (devono
aiutarci) a disinnescare la terrificante attrazione che ISIS esercita
sui giovani (certo non su tutti, ma ne bastano pochi): devono, per
fare questo, immergersi nelle società nelle quali vivono, diventarne
protagonisti partecipi. Osare. Assumersi la responsabilità di chi
contribuisce a dare una forma positiva alla convivenza. Essere
protagonisti con i fatti: non con le dichiarazioni, non con con le
parole. Servono, le parole, almeno quanto servono le portaerei e i
bombardieri in Siria e in Iraq, in funzione anti ISIS: a ben poco. Se
non a nulla. Serve, invece, un concertato impegno ispirato a ideali
civili. Un impegno (ripeto: concertato, nelle società postmoderne,
plurietniche e multiconfessionali) che abbia per obiettivo il rispetto
degli individui, prima ancora – prima ancora – che delle loro
convinzioni religiose, per quanto morigerate e tolleranti esse
possano essere. Il giorno in cui questa volontà da parte delle
comunità musulmane si manifestasse chiaramente, sarebbe colpevole la
società a negare loro un ruolo di edificazione comune. Un tale
disegno richiede alla società, beninteso, uno sforzo di
auscultazione di ciascun segnale destinato a imboccare questa strada.
Trascurare i segnali o ignorarli in funzione di un compiacimento di
correnti politiche e societarie e, ancora, comunitarie o
comunitaristiche, ci trasformerebbe in complici della nostra
sfortuna. Della quale faremmo volentieri a meno.
Il coraggio, che dobbiamo manifestare
dopo i fatti di Parigi, sta nel non avere paura per l'essere come
siamo e per credere in ciò in cui crediamo. Non avere paura nel sondare le ragioni e il senso delle nostre azioni. Nel continuare a chiedere ai nostri Governi che ci rendano democraticamente conto delle loro azioni. Non avere paura di
chiedere, anche e profilatamente, ai musulmani che vivono fra di noi
e con noi di farsi attori di una visione comune. Una visione che si
nutra di rispetto reciproco, della disponibilità all'autocritica,
intesa in senso costruttivo, e soprattutto si nutra della volontà di
sostituire alla violenza il potere del pensiero e del regionamento.
Di sostituire questo pensiero e questo ragionamento anche alla
violenza che noi produciamo, e che senza (spesso) spirito critico accettiamo, distrattamente, che senza domande tolleriamo, ciecamente scambiandola,
tale violenza, per la soluzione a mali comunque destinati a restare
lontani. Oggi non esistono più mali lontani. Ci riguardano tutti.
Tutti quanti. Tutti quanti i mali. E tutti quanti noi.
Prendetelo per un ragionamento a meno di 24 ore dai fatti di Parigi. Come lo spunto per continuare a ragionare. Senza paura. Senza paura.
Il dolore e il coraggio.
Profondo dolore; e partecipazione ai lutti di Parigi. Colpita al cuore dal terrorismo. L'incredulità e la paura, anche la rabbia e non soltanto nei francesi, questa mattina. Un atto di terrificante violenza che investe tutti gli europei. Obiettivo degli assassini terroristi: scardinare la nostra quotidianità, precipitarci nell'incubo, portarci la guerra. Il nostro compito: reagire con coraggio, con coraggio. E con la determinazione del pensiero e del ragionamento.
giovedì 12 novembre 2015
Stai al mondo: e lascia stare.
Stare al mondo. Che è già tanto. Come la ragazzina, qui sotto, con la donna che si china su di lei e le tira la giacca, per capire se è ancora viva; oppure la vecchia, più sotto ancora, che si chiede come mai è ancora viva.
Per la cronaca: siriane, entrambe.
O come concedersi una risata. Di quelle che vengono fuori uguali a una colonna sonora. Chiedersi da che parte stare. Dici: sto dalla parte dei morti. Bella fatica: non sbagli mai. Stare dalla parte dei vivi è la fregatura. Da che parte? Quali vivi? Stare dalla parte di quali vivi? Quelli che si spostano soltanto per andare in vacanza? Quelli che si spostano perché stacci tu al posto nostro? Quelli che si spostano e faranno casino? Stare al mondo. Che è già un lavoro di suo. E venirne fuori con una risata che sorprende tutti: una volta tanto, nella vita. Una risata che spazza via tutto. E prima di tutti te, che scrivi e scrivi e riscrivi. E-r-i-s-c-r-i-v-i.
E: diossanto, ma cosa fai? Ti metti a ridere? Anche tu? Anche. Tu? Proprio. Tu? Impara a stare al mondo. Sì, ma mi viene da ridere, che quanti anni sono che siamo messi così, quanti? Quanti anni? Quanti anni che c'è gente per terra? Gente a pezzi? E se mi mettessi a ridere? Non di loro, vedi, non di loro. Di loro non rido. Rido di quelli che se ne fottono. Ecco: ridere di quelli che se ne fottono. Se si può dire. Se si può dire "che se ne fottono". Si può dire? Bene. Si può dire. Il problema è che non si può dire "quelli". "Quelli" non si può dire. "Quelli" non si possono dire. Nominare, nemmeno: lascia stare. E: "quelli" non sono "quelli" che pensi. Sono altri. Altri ancora. Hai voglia cercarli. Trovarli.
sabato 7 novembre 2015
La tua vita.
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Come se valesse nulla. Per la nostra. Vita. Per la nostra vita. E si capisce. Dove va a finire la tua vita nella tensione che genera, che immette: che butta dentro - che butta dentro - il nostro essere al mondo. E infine: punto interrogativo.
(Uguale alla boccata d'aria di uno che stava sotto l'acqua).
Dove va a finire la tua vita che è la nostra? O poco ci manca. O poco ci manchi. Ci sfiori. Per poco ci sfiori. Come una pallottola.
venerdì 6 novembre 2015
Il senso del taccuino.
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La vita ci pone di fronte alla possibilità di osservarla. Non soltanto di viverla. Esistono situazioni, o meglio: condizioni che producono un significato che va oltre la circostanza del loro accadere. Questo significato si rivela timidamente nella descrizione che diamo di tali condizioni. Esce con forza, tuttavia, soltanto se accettiamo di chiederci: che cosa significano per la nostra esistenza individuale, per l'esperienza che noi compiamo della vita? In una cronaca dell'estate, realizzata lungo la via dei Balcani in mezzo ai profughi, mi ero chiesto da che cosa fosse generata la sensazione di dipendenza provata nei confronti di queste persone in cammino. Da dove provenisse, cioè, il desiderio di tornare, ancora e di nuovo, sui luoghi degli sbarchi e al percorso compiuto da questi individui. Di seguirli, osservarli, ascoltarli. La risposta sta nel significato che la vita di queste persone ha per la nostra vita, nel significato che esse (e la loro vita) manifestano non appena entrano in contatto con noi (e la nostra vita). Questo contatto innesca la consapevolezza di quanto a noi familiari siano le situazioni e le condizioni che affrontano.
mercoledì 4 novembre 2015
Che si spaccano le parole.
Che va così. Che va così. Per come va la vita. Che va. Così. La vecchietta con le rose cinesi. La vecchietta senza rose cinesi, piegata in due se rende l'idea, piegata in due. Se rende l'idea. E ora due punti: bambini in mezzo alla strada, in mezzo a quello che li aspetta, in mezzo a quello che dovrebbero invece essere in mezzo, in mezzo alla vita ma quale, dai che si spacca anche la lingua, che si spaccano le parole, e tutto questo scriverci dietro, e scriverci attorno, e scriverci sopra. Che si spaccano le lettere, una dopo l'altra, a parlare di Siria. Una lettera dopo l'altra. La a e la b e fino a dove arrivi. La z, metti. Metti la z. Mettila dentro una grande città, dove questa gente è finita, a due passi, a due passi, a due passi dalla loro terra. E dici: terra. E dici. E si fa: si fa per dire. Pensa, soltanto, a tutti quelli che qui (che qui da noi) non arrivano. Alla vita che fanno. Alla. Pensa alla guerra. Se ti risulta. Se. Ti. Risulta.
Fortuna, una volta tanto, che ci sono le immagini. Le immagini. Almeno quelle.
Per quel poco che valgono. Per quel poco che fanno vedere. Che fanno vedere. Per quel poco che fanno.
Fortuna, una volta tanto, che ci sono le immagini. Le immagini. Almeno quelle.
Per quel poco che valgono. Per quel poco che fanno vedere. Che fanno vedere. Per quel poco che fanno.
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(c) 2015 weast productions |
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domenica 25 ottobre 2015
Ci siamo inventati anche questi morti.
Due bambini di 2 e 7 anni e una donna sono morti annegati oggi nelle acque davanti all'isola di Lesbo, Grecia, in seguito al naufragio del barcone su cui erano a bordo e dopo essere partiti dalla Turchia. Altri esseri umani risultano dispersi. Il naufragio è avvenuto non lontano dalla riva greca. Per maggiori informazioni si consulti la pagina FB di Peter Bouckaert, direttore operazioni di emergenza di Human Rights Watch, cliccando QUI.
Ci siamo inventati tutto noi. Anche questi morti. Noi giornalisti. Si legga la prossima riga.
Come vogliamo chiamarle queste vite? Vite a perdere, forse? Tenuto conto che la risposta finirà nei libri di storia. E nella Storia. Tenuto conto. Di questo.
Ci siamo inventati tutto noi. Anche questi morti. Noi giornalisti. Si legga la prossima riga.
Come vogliamo chiamarle queste vite? Vite a perdere, forse? Tenuto conto che la risposta finirà nei libri di storia. E nella Storia. Tenuto conto. Di questo.
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venerdì 23 ottobre 2015
Il senso del taccuino.
Domani, sabato, nel Senso del taccuino sulla Regione: "Due vecchi amici". Qui di seguito il (consueto…) estratto:
Raccontano che c'è di mezzo una vecchia storia. Mai digerita per davvero. Raccontano ancora che innegabilmente fra i due c'è della ruggine, mai andata via del tutto, e anzi col passare degli anni questa ruggine si è fatta più ostinata. E di anni ne sono passati. Nel villaggio in cui vivono, nel quale sono nati e cresciuti, della vita puoi dire tutto il bene che vuoi, ma non che abbia fantasia. E così, alzandosi dal letto la mattina presto, e ammesso che uno provi il desiderio di porsela, la domanda “che cosa faccio oggi?” non sprigiona una infinità di alternative. Ne sprigiona, per essere precisi, due soltanto: starsene a casa o andare al bar. Di starsene a casa, a ottantant'anni suonati, non hanno voglia né l'uno, né l'altro. Quindi, nell'assenza totale di una prospettiva diversa, finiscono entrambi al bar. Dove o si gioca a carte o si guardano le partite di calcio in televisione. Il gestore del locale, che è una persona intraprendente, ha trovato un modo per mostrare le partite anche quando di partite non se ne giocano. Le registra. In realtà, ha smesso di registrarle dopo essere giunto alla conclusione di possedere un archivio di vecchie cassette VHS di tutto rispetto e dopo avere constatato che i clienti del suo locale, senza eccezione maschi, vuoi per gli anni che passano, vuoi perché delle partite non gli importa granché, sono in realtà affezionati al rumore di fondo e allo sfarfallio del vecchio televisore percepito magari con la coda dell'occhio, tuttavia capace, insieme al rumore di fondo (trasmesso a un ragguardevole volume), di fare compagnia.
Raccontano che c'è di mezzo una vecchia storia. Mai digerita per davvero. Raccontano ancora che innegabilmente fra i due c'è della ruggine, mai andata via del tutto, e anzi col passare degli anni questa ruggine si è fatta più ostinata. E di anni ne sono passati. Nel villaggio in cui vivono, nel quale sono nati e cresciuti, della vita puoi dire tutto il bene che vuoi, ma non che abbia fantasia. E così, alzandosi dal letto la mattina presto, e ammesso che uno provi il desiderio di porsela, la domanda “che cosa faccio oggi?” non sprigiona una infinità di alternative. Ne sprigiona, per essere precisi, due soltanto: starsene a casa o andare al bar. Di starsene a casa, a ottantant'anni suonati, non hanno voglia né l'uno, né l'altro. Quindi, nell'assenza totale di una prospettiva diversa, finiscono entrambi al bar. Dove o si gioca a carte o si guardano le partite di calcio in televisione. Il gestore del locale, che è una persona intraprendente, ha trovato un modo per mostrare le partite anche quando di partite non se ne giocano. Le registra. In realtà, ha smesso di registrarle dopo essere giunto alla conclusione di possedere un archivio di vecchie cassette VHS di tutto rispetto e dopo avere constatato che i clienti del suo locale, senza eccezione maschi, vuoi per gli anni che passano, vuoi perché delle partite non gli importa granché, sono in realtà affezionati al rumore di fondo e allo sfarfallio del vecchio televisore percepito magari con la coda dell'occhio, tuttavia capace, insieme al rumore di fondo (trasmesso a un ragguardevole volume), di fare compagnia.
giovedì 22 ottobre 2015
Quelle immagini che mandiamo a casa.
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© 2015 weast productions |
È partito oggi, sotto forma di lettera cartacea, l'invito al signor Blocher a venire via con me, destinazione l'isola greca di Lesbo. Per vedere con i propri occhi come arrivano gli esseri umani di cui parlano tutti, e anche lui, e per vedere come lavorano i giornalisti. E siccome dei giornalisti sembra non fidarsi, per compiere un'esperienza personale e indispensabile di come va il mondo. Di che piega ha preso la realtà.
Mi fa piacere, leggendo i commenti in arrivo, constatare come il Post sia stato anche fonte di energia per chi desidera fare questo lavoro: quello del reporter. Di farlo sul terreno, dentro le guerre e le miserie, anche però a tu per tu con la forza che questi esseri umani in cammino producono e danno, la forza di credere che la vita abbia sempre un prossimo capitolo e che questo capitolo possa essere migliore del precedente. La forza di sperare, esposte come sono, tutte queste persone, alla violenza e al sopruso di chi chiede soldi per tutto, all'arbitrio, ai giochi degli altri che sono sempre più grandi di te, alla percezione di non contare nulla, di non essere nessuno, anche esposte dolorosamente all'illusione che una vita migliore possa davvero esistere, che lo spazio esista per una (loro) vita migliore, nel mondo per come è messo. La forza di riderci sopra. Di riderci sopra.
Proviene, da queste persone, prese come esseri umani e non diversamente (non diversamente), la forza (di nuovo) di alzarsi e di dire che una vita sotto le bombe e dentro la miseria che le bombe portano con sé, la viva un altro, la vivano gli altri, se tanto ci tengono.
Lo ripeto: sono contento che possa essere servita, questa "lettera", ai giovani, per dire che "io questo lavoro lo voglio fare". Un lavoro da niente, paragonato agli altri: questione di un po' di coraggio, costanza, salute (fin che tiene, e continui a tenere, diosanto...). Eppure, vuoi mettere: quelle immagini che mandiamo a casa e che finiscono sui giornali, sul web, in televisione. Vuoi mettere che cosa provi quando capisci che stai facendo la cosa giusta? Il mestiere giusto, quello che sei venuto al mondo per farlo?
martedì 20 ottobre 2015
Signor Blocher, venga via con me.
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Egregio signor Blocher,
anche questa fotografia è stata
preparata e manipolata dai “passatori turchi”. L'ho scattata io.
Ho atteso che i trafficanti sistemassero la scena e quando era perfetta e mi
piaceva e avevo capito che avrebbe sortito l'effetto desiderato, ho
fatto click.
Vogliamo tornare alle cose serie? Le
va?
Egregio signor Blocher, venga via con
me.
Avevo formulato lo stesso invito,
nemmeno troppo tempo fa, nei confronti di una signora, di una
personalità mooolto in vista la quale, a mio modesto parere, aveva
urgente necessità di andare in Siria, dentro la Siria, per vedere
come stava messa la gente per davvero, quando in Siria, pur esponendosi a grandi pericoli, i giornalisti (alcuni, si capisce) ci andavano
ancora. Me compreso. La signora in questione, invece, non c'era mai
andata. Di parole, però, ne produceva. E di dichiarazioni pure. Hai
voglia.
Lei è la versione maschile della
signora in questione: fatte, si capisce, le dovute distinzioni. E,
preciso, circoscrivendo il paragone all'esatto e matematico merito della ragione che mi ha motivato a scrivere questo post.
Si tratta di parole, di come e per che cosa vengono pronunciate e
utilizzate. Di questo soltanto.
Venga via con me, signor Blocher.
Facciamo a metà per le spese di viaggio, se preferisce pago io, anche se sono messo un po' corto, ultimamente.
Venga, una volta, a vedere con i suoi occhi gli esseri umani che
partono dalla Turchia o che sbarcano sulle isole greche, metta Lesbo,
dove pochi giorni fa ho contato non meno di trenta barconi in otto
ore e forse meno. 56 persone a barcone moltiplicato trenta, veda lei quanto fa.
Oggi, sulla Basler Zeitung, lei
dice tante cose, in un'intervista postelettorale ma ancora elettorale
che non è passata inosservata. Fra le quali cose anche quella che
riporto, scansita, in versione originale:
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© 2015 Basler Zeitung |
In sintesi, lei dice
questo: la stampa è caduta nella trappola dei trafficanti di esseri
umani quando ha
pubblicato la fotografia del piccolo Aylan riverso, senza più vita,
su una spiaggia di Bodrum dopo essere annegato (insieme a un parte della sua famiglia) nel tentativo di giungere in Grecia. La
trappola sarebbe stata, secondo la sua interpretazione dei fatti,
quella di muovere una congiura contro il suo partito e di insomma
commuovere l'opinione pubblica e quindi accordarla su una nota più
ricettiva nei confronti degli esseri umani che arrivavano e stanno
arrivando in Europa centrale e meno verso una versione restrittiva
della politica migratoria, quindi meno verso di lei e del suo
partito. Ci si sarebbe messa anche la stampa internazionale, dico
bene? Una congiura internazionale, quindi? Se congiura era, è decisamente, in ottica postelettorale elvetica, fallita.
Tutto questo, però, non mi interessa.
Di fronte alla sua dichiarazione, tuttavia, mi
sarei aspettato dai giornalisti che la intervistavano (Dominik Feusi
e Christian Keller) la domanda tipica, da manuale: “Ha le prove di
quanto sostiene?”. Due cervelli al lavoro l'avrebbero potuta
produrre, questa domanda. In due avrebbero potuto trovare, da qualche
parte, il coraggio di fargliela, sebbene lei possieda il 33%
della Basler Zeitung. Stando a un comunicato stampa del
30.6.2014, l'aumento di partecipazione per il quale si era deciso
avrebbe dovuto portare, nelle parole di Rolf Bollmann, presidente
degli azionisti citato dalla NZZ, a una testata determinata,
grazie alla sua autonomia (?) finanziaria, a produrre “ricerche
affidabili", "testi seducenti" (bestechende Texte) e "commenti
profilati" (profilierte Kommentare).
Siamo messi bene.
Egregio signor Blocher, io non sto né
con lei, né contro di lei. Mi occupo, veda il caso, delle persone sulle
quali lei si è espresso rispondendo a una domanda dell'intervista a
tutta pagina della BZ di oggi. Ci metto, da quanti anni
ormai?, la mia vita. La mia salute. Le mie ossa. La mia testa. Il
sonno che dormo e i sogni che faccio e il sonno che non dormo. Non è
facile vedere bambini morti. Racconto, in poche parole, la vita degli
altri. Quella dei vivi e quella dei morti.
Quando scatto una fotografia o filmo
una scena, prendo in consegna queste vite. Me ne faccio garante.
Prometto a queste persone che racconterò la loro esistenza nel modo più
diretto e onesto e umano possibile. È un patto, capisce? Loro si
lasciano fotografare perché, credo, capiscono, sentono chi le
sta fotografando, o chi più tardi le condividerà (condividerà la
loro vita) con gli altri in un articolo. In un libro. In un filmato.
La mia vita, in questi momenti, è di
fronte alla loro e come la loro. Quando lei pronuncia queste tre parole: “der tote Bub”, il ragazzino morto, parlando di
Aylan, morto sulla spiaggia di Bodrum, e lo mette in relazione, nel
suo essere finito sui giornali, con una campagna ostile al suo
movimento e alle sue convinzioni politiche, si pone sullo stesso
piano di chi le è ostile per partito preso. E, parimenti, utilizza
gli altri per fini personali o di congregazione. In questo caso
utilizza un bambino morto.
La parola “pietà” ha un
significato non religioso, che mi sta a cuore:
significa “sentimento e disposizione d'animo di chi prova
compassione per le sofferenze, per l'infelicità altrui”
(dall'Enciclopedia Rizzoli Larousse, versione cartacea, roba da
dinosauri). Le dice qualcosa la parola “pietà”? E se la risposta
è no, che cosa risponde a questa ulteriore domanda: perché sospettare la stampa, ipotizzandola complice di una congiura, di provare lo stesso sentimento che prova lei, vale a dire:
nessun sentimento (almeno stando alla sua risposta, una risposta
utilitaristica) di fronte alla morte di quel bambino, uno fra i
tanti? E perché, ultima domanda, dovremmo provare un sentimento di
pietà e di compassione e di mobilitazione soltanto di fronte ai
morti? Ha mai pensato che molta gente ha provato e prova un
sentimento di fronte alla sorte di questi esseri umani, anche dei
vivi, dei vivi?
Venga via con me, signor Blocher, e
apra gli occhi su come sta andando il mondo. Provi questa pietà, ne
dia prova e la testimoni. Fatto questo, consegni al taccuino dei
giornalisti (e si fa per dire giornalisti, nel caso specifico della
BZ), le dichiarazioni che vuole. Saranno diverse, forse non
più asservite a finalità politiche e di partito. Umane, anche nel
sostenere, se vorrà sostenerlo (e sarebbe legittimo farlo, la
libertà di opinione è fondamentale, indispensabile tuttavia è
avere un'opinione basata sui fatti), che la politica d'asilo va
regolata, controllata, dosata, eccetera.
Fornisca però le prove di ciò che
dice (e di cui i giornalisti della BZ non le hanno chiesto di
rendere conto). Dimostri di sapere per davvero di che cosa parla. Per
quanto lei non sembri essere della stessa opinione, le parole hanno un
peso. Sono pesanti come pietre. Le chiedo di rendere conto delle sue
nel passaggio citato. Fornisca le prove di ciò che ha detto. Le
prove della trappola nella quale i giornalisti sarebbero precipitati.
Se desidera, egregio signor Blocher, le
mando questo testo in versione tedesca. E pure quello che sabato uscirà
nel Senso del taccuino, che è
una rubrica su un quotidiano chiamato La Regione
e a lei, immagino, sconosiuta. C'è sempre una prima volta.
Parlerò ancora della sua sortita, sulla
BZ. Soltanto del passaggio in cui lei, ignorandone il nome,
chiama Aylan “der tote Bub”. Fare il nome dei morti, signor
Blocher, è un modo per rendere onore alla loro memoria, per
ricordarli. Anche quelli sconosciuti e lontani da noi.
Venga via con me. Tre giorni a tu per tu con i profughi in arrivo su un'isola greca le potrebbero anche cambiare la vita. Non tutta, nessuno glielo chiede. Ma almeno una parte, metta pure: piccola.
lunedì 19 ottobre 2015
Nemmeno tanto.
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(c) 2015 weast productions Una madre con il suo bambino appena sbarcata sull'isola di Lesbo, Grecia. |
Nemmeno tanto per questa domanda. Risponderà, ciascuno, attingendo alla propria vita. Sarebbe (è) già tanto. A tu per tu con la vita.
Farlo vedere per quello che è. Questo mondo.
Questo.
giovedì 15 ottobre 2015
mercoledì 14 ottobre 2015
Una biro.
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(c) 2015 weast productions |
Averne una, di biro. Per scrivere quella che è la mia vita. Quello che è stata. E che è, nell'istante fermato dallo scatto. Se questo sembra retorico, zuccherato, provare a mescolarlo con la propria (la nostra) vita. Provare. Provare a uscirne vivi. Provare per continuare a crederci. Provarci, per perdere chili. Per perdere il grasso che occupa le arterie. La spocchia, che appesantisce quello che si dice in giro. L'ignoranza di chi parla e parla e parla e parla e parla e non finisce di parlare.
Averne una, di biro, per scriverti tutto quello che ho vissuto, e quello che non ho vissuto e non so nemmeno che si possa vivere.
Una biro per metterti nero su bianco quello che dopo averlo letto va bene quello che dici, tutto quello che dici, ma dopo averlo letto. Almeno questo. Dopo averlo letto.
Quello che si chiama chiedere troppo. Forse chiedere troppo. Chiedere troppo se non ti risulto. Né io, né lei. Che per la cronaca è una lei e ha tre anni. Senza retorica. Gli anni non hanno retorica.
Dove buttare la nostra vita?
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(c) 2015 weast productions |
E come se non bastasse, c'è la corsa a chi si prende il rifugiato messo meglio. Il rifugiato meno rifugiato. I tedeschi che hanno detto: noi ci prendiamo i siriani. Per farli lavorare alla Volkswagen. E gli altri, scusa? Gli altri chi? Prendeteveli voi, gli altri. Gli africani: chi li vuole? Gli iracheni. Gli iracheni? Chi li conosce? Non li avevano liberati nel 2003, gli iracheni? E gli afgani: non li avevano democratizzati nel 2001? Messi a posto, belli e puliti e tutti in fila che si vota e si fa festa e siete tutti liberi.
La vita è una cosa seria. La Willkommenskultur l'hanno inventata i tedeschi. Come parola, si capisce, meno come Kultur. Che con tutto il bene che gli devo ai tedeschi (e gliene devo), perché mi hanno fatto studiare gratis un anno intero una vita fa, dico che non fanno niente per niente. Sono i soli, guardandosi attorno? No. Ma lo hanno detto per primi: a noi i siriani. Che, fra tutti, dovrebbero essere quelli che hanno imparato di più, visto che percentualmente sono andati (quasi) tutti a scuola. Dicono i tedeschi.
Si sta procedendo verso una finalizzazione del rifugiato. Se mi servi, ti prendo. Se non mi servi: ciao. Il criterio di accettazione sarà (lo è già) questo: utilitaristico, non salvapelle.
Mettiamoci nei panni di questa gente. Senza partito preso. Come se fossi tu, lettore, oppure tu, lettrice, oppure io che scrivo. In fuga: non per fare casino, ma per ricominciare da qualche parte, che poi ricominciare non è. È un modo, se li hai, per dare ai tuoi figli quello che si chiama futuro, vocabolo che ormai assomiglia a una parolaccia, a un'offesa al sistema (il nostro, si capisce).
Immaginiamo che qualcuno decida che non serviamo a nulla (a nulla tu, lettore, a nulla tu lettrice, a nulla io) e quindi ciao. A parte la figura che ci faremmo. A parte la figura. Dove andremmo a buttare la nostra vita? Dove?
martedì 13 ottobre 2015
Come quando.
Come quando stiamo atterrando a bordo di un aereo che ci porta in vacanza: e una folata di vento lo manda storto, sembra passarselo fra le mani uguale a uno straccio pieno d'acqua da svuotare, o anche peggio, prenderlo a pugni, a calci, lo gira e lo rigira, cristodovèlapista. Ci prende la paura, una paura brutta. C'è un sacco di gente che prega: padrenostrocheseineicielisiasantificatoiltuonomeccetera. O la Madonna. O i morti. Fate, morti, che non sia l'ultima volta che guardo dal finestrino di unfottutissimoaereo. Pregare. Pregare. E pregare. Oppure niente. C'è chi sta (starebbe) zitto. Vedere chi starebbe zitto...
Un aereo che atterra male, ma male di brutto, è una rivelazione mistica (per non dire religiosa, spirituale) anche per l'ateo et l'agnostico più tesserati. Pregava anche il cecchino di non dico quale esercito atterrando nel sudest dell'Afghanistan sotto vento e sotto tiro. Vuoi vedere uno che va in vacanza. Noi che andiamo in vacanza... Il vento che ci sbatte fuori da una vita al riparo. Da cosa, scusa? Al riparo e basta. Da tutto. Una vita che scorre, salvo imprevisti, su binari che mandano riflessi al cielo da tanto sono tirati a lucido.
Vedi come sbarcano, allora? Così. Con la stessa paura che ci prende quando una folata di vento manda storto l'aereo che ci porta in vacanza.
Liberi tutti, da qui in poi, di tirare le conclusioni individualmente giustificabili. Sia, tuttavia, resa giustizia alla paura di chi attraversa. Al terrore che suscita il mare in chi non sa nuotare: nemmeno noi, andando in vacanza, sappiamo volare.
È indispensabile capire ciò che vivono gli esseri umani che attraversano gli stretti: quello fra la Turchia e la Grecia, nella documentazione affidata agli scatti che seguono. È l'esperienza più devastante. "Devastante" non è scelto a caso. E di nuovo: ragioni, successivamente, e concluda, ciascuno di noi. Si immagini e proponga, anche chi fa politica e chi va al bar e chi scrive sul web non importa che cosa, le prospettive (forse come vocabolo è esagerato) che ritiene più giuste, per un paese e una società. Per se stesso/a.
Chiedo, a nome degli sbarcati, che la conclusione maturi sulla base di una conoscenza corretta e fino in fondo della realtà. Tenendo presente la folata di vento che manda storto il nostro aereo per le vacanze. Per le vacanze: non per una nuova vita.
E ora gli scatti. Di tre giorni fa.
Un aereo che atterra male, ma male di brutto, è una rivelazione mistica (per non dire religiosa, spirituale) anche per l'ateo et l'agnostico più tesserati. Pregava anche il cecchino di non dico quale esercito atterrando nel sudest dell'Afghanistan sotto vento e sotto tiro. Vuoi vedere uno che va in vacanza. Noi che andiamo in vacanza... Il vento che ci sbatte fuori da una vita al riparo. Da cosa, scusa? Al riparo e basta. Da tutto. Una vita che scorre, salvo imprevisti, su binari che mandano riflessi al cielo da tanto sono tirati a lucido.
Vedi come sbarcano, allora? Così. Con la stessa paura che ci prende quando una folata di vento manda storto l'aereo che ci porta in vacanza.
Liberi tutti, da qui in poi, di tirare le conclusioni individualmente giustificabili. Sia, tuttavia, resa giustizia alla paura di chi attraversa. Al terrore che suscita il mare in chi non sa nuotare: nemmeno noi, andando in vacanza, sappiamo volare.
È indispensabile capire ciò che vivono gli esseri umani che attraversano gli stretti: quello fra la Turchia e la Grecia, nella documentazione affidata agli scatti che seguono. È l'esperienza più devastante. "Devastante" non è scelto a caso. E di nuovo: ragioni, successivamente, e concluda, ciascuno di noi. Si immagini e proponga, anche chi fa politica e chi va al bar e chi scrive sul web non importa che cosa, le prospettive (forse come vocabolo è esagerato) che ritiene più giuste, per un paese e una società. Per se stesso/a.
Chiedo, a nome degli sbarcati, che la conclusione maturi sulla base di una conoscenza corretta e fino in fondo della realtà. Tenendo presente la folata di vento che manda storto il nostro aereo per le vacanze. Per le vacanze: non per una nuova vita.
E ora gli scatti. Di tre giorni fa.
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(c) 2015 weast productions |
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lunedì 12 ottobre 2015
Il cacciatore di aquiloni.
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sabato 10 ottobre 2015
La Storia, nel suo farsi.
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venerdì 9 ottobre 2015
Il senso del taccuino.
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Il mondo è fatto di storie parallele. Accadono tutte insieme. La miniera che si mangia i villaggi (e la vita degli abitanti) nel nord della Grecia. Il prete ortodosso ubriaco. La ragazza nata a Grozny e finita profuga per la seconda volta. Il bambino rifugiato trovato morto su una spiaggia di Lesbo, morto lì, nel buio e nel freddo di due notti fa.
domenica 27 settembre 2015
La tessera stampa. O la carta Cumulus.
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Quale essere umano dorme per terra? Gli animali, dormono per terra. Quale essere umano si mette a piangere, alza le mani al cielo urlando, cede all'eccesso dei sentimenti una volta toccata la terra ferma? Gli esaltati, si capisce. I-meno-umani-di-noi. Funzioniamo così.
La disumanizzazione: è un'esperienza attraverso la quale sono passati, subendola, si capisce, non innescandola, tutti quanti questi individui, nel loro paese, dall'Afghanistan alla Siria. In Occidente riusciamo ad accettare (senza scendere per strada, per protestare) che esseri umani possano vivere nella loro situazione soltanto pensandoli diversi da noi: vale a direi non umani, privati di umanità. E soltanto così, pensando che si consumino dove non esistono esseri umani ma bestie, accettiamo che ci siano ancora guerre. E miserie. Che sono sempre collegate alle guerre. Accettiamo, infine, che alle guerre si possa fare un processo, con tanto di riflettori puntati soprattutto sugli officianti protagonisti, sui loro comunicati stampa, sul loro essere-dalla-parte-giusta, sulle loro dirette televisive e televisivamente vuote, in luogo di fermarle prima, queste guerre; accettiamo le guerre perché ci illudiamo che in conclusione i buoni chiederanno conto ai cattivi delle loro azioni.
Pubblico questa foto, che mostra una ragazza afgana appena sbarcata su un'isola greca, per mostrare l'energia di questi esseri umani: la voglia che hanno di costruirsi una vita, di farsi una nuova vita. Di lavorare. Quante persone, qui da noi, il lunedì mattina, vanno al lavoro detestando il lavoro e se stesse per accettare di farlo? Detestando colleghi, capi ufficio, i capi e supercapi e i capi dei supercapi?
Credo che raccontare il mondo, oggi, equivalga a sottrarre queste persone alla minaccia della disumanizzazione (alla disumanizzazione e basta) imposta sopra di loro dal terrificante meccanismo dell'omologazione del racconto. Tutti, insomma, raccontano la stessa situazione, al punto tale che questa situazione diventa insignificante per rapporto al significato di una situazione più originale: la fuga; lo sbarco; la gioia e l'energia di vita ricostruita e rinnovata che lo sbarco reca con sé e traduce per noi. Dovrebbe tradurre.
E invece no: è sempre più supermercato dei sentimenti e delle situazioni. Un rifugiato che sbarca in Grecia serve a strappare due lacrime; uno che dorme sul confine fra Serbia e Ungheria riuscirà, se va bene, a garantirsi dieci secondi di attenzione; cento tedeschi che applaudono alla stazione di Monaco mille rifugiati in arrivo attirano l'attenzione sui tedeschi, meno sui rifugiati. E se l'attirano su questi ultimi, è per forza perché sono dei povericristi.
Non sono dei povericristi. Sono esseri umani pieni di voglia di ricominciare a vivere. A dirlo, oggi, uno si sente un pirla.
E tuttavia: se noi giornalisti non riusciamo a tradurre l'energia vitale di queste persone, se accettiamo di ignorare il loro non-essere-dei-poveri-cristi, se li condanniamo ad essere dei povericristi perché è molto più facile raccontarli così, dovremmo consegnare la tessera stampa e chiedere, in cambio, la carta Cumulus.
venerdì 25 settembre 2015
Il senso del taccuino.
Domani, sabato, nel Senso del taccuino sulla Regione: "Due che si guardano". Qui di seguito il (consueto) estratto:
Un campo. Non dritto: ondulato. Come il
mare. Se c'è da fare un paragone, è questo il più preciso. E
infatti dice: “sembra il mare”. Con un mezzo sorriso, che le
viene dagli occhi, più che farsi sulla bocca. Le labbra sono secche.
Lui la guarda e pensa: “ruvide”. E pensa, anche: “è bella”.
O forse è soltanto perché si trovano lì, in mezzo a un campo
chissà dove di preciso, perché lei porta uno zaino sulle spalle e
nella mano destra stringe un sacchetto di plastica con dentro un paio
di scarpe e qualche vestito, perché ha la faccia stanca, perché
viaggia da sola, perché porta una camicia blu e il blu sembra essere
il colore perfetto per la sua pelle, perché non si lava da giorni e
non se ne vergogna, perché negli occhi c'è dentro dolore e forza,
perché sembra fidarsi di lui, perché è solo anch'egli, forse
perché tutto questo ha un senso, lei che lo guarda e lui che la
guarda, altrimenti non avrebbe senso nulla nella vita, perché lei sa
cos'è la guerra e non ha paura, lo sa, glielo leggi in faccia che lo
sa, che l'ha vista, che lo sa.
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© 2015 weast productions |
venerdì 18 settembre 2015
Un essere umano. Non un pezzente.
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Sul cellulare arriva un messaggio, due minuti fa. Dalla Germania. Un ragazzo curdo di Siria che avevo incontrato dapprima in Grecia e poi di nuovo in Serbia. È arrivato, non lontano da Francoforte, in un campo di accoglienza. Si fa vivo: significa che si è fidato del giornalista che faceva domande e scattava fotografie. Dice che forse fra qualche giorno lo sposteranno di nuovo. In un campo diverso. “Campo” è una parola difficile in Germania. Lui, tuttavia, è contento. In Siria faceva l'ingegnere. Non il pezzente. Faceva l'ingegnere.
Stanno chiudendo tutto. Ungheria:
chiusa. Croazia: quasi chiusa. Slovenia: chiusa. Gli altri paesi?
Chiusi, anch'essi?
Si constata una tendenza, anche in
Europa centrale, anche in Svizzera: quella che esprime un giudizio
confessionale su chi è più profugo di un altro. È pericoloso oltre
che ingiusto giudicare i profughi sulla base della loro religione. Lo
si sta, tuttavia, facendo con le campagne di aiuto lanciate e
riservate a questi piuttosto che a quelli, ai cristiani piuttosto che
agli altri, musulmani, yazidi, sciiti afgani, sunniti iracheni, ecc.;
e lo si sta facendo parimenti con criteri di giudizio di carattere
confessionale molto spesso applicati nella selezione destinata a
decidere chi entra e chi invece se ne sta fuori. È il modo più sempliciotto di cadere nella trappola preparata da altri, quelli che ti frustano mille volte per la religione, per non dire peggio. Vogliamo, per davvero, finirci in questa trappola?
Quello confessionale è un criterio
(esplosivo) che – parlando della Siria, che produce il numero
maggiore di profughi, di richiedenti l'asilo - in quel Paese non è
mai esistito prima della mattanza di cui siamo (ma lo siamo davvero?)
testimoni. Se viene applicato ora, dall'Occidente, si innesca una
miccia artificiale: costringiamo chi ci chiede aiuto a professare una
fede, nel momento stesso in cui temiamo, di queste persone, proprio
la fede.
E inoltre (e per dirla in modo diverso): chi fa questo si rende complice delle cieche
strategie di coloro (serve fare i nomi?) che hanno trasformato la
Siria (senza curarsene: anzi, auspicando questo esito) in un teatro
di guerra per procura. È un atteggiamento da denunciare e
combattere. Se acconsentiamo a indirizzare gli aiuti secondo criteri
e pregiudizi confessionali, un giorno la Storia (e non soltanto la
Storia) ci chiederà conto di questo. Ci chiederà perché lo abbiamo
fatto.
giovedì 17 settembre 2015
Parole a perdere.
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venerdì 11 settembre 2015
Il senso del taccuino.
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© 2015 weast productions |
Dice Frèèèèènkfurt con la
sigaretta infilata fra le labbra. Storta in un angolo della bocca.
Uno si chiede come fa a non cadergli. Adesso gli cade. I am
goooing to Frèèèèènkfurt. Suona tutto così strascicato e
masticato, nasale che uno potrebbe anche scambiarlo davvero per un
turista americano incapace di parlare a bassa voce e di passare
inosservato, finito per caso in un villaggio greco con un sacco in
spalla, sandali ai piedi e un paio di grosse scarpe legate
all'esterno del sacco, due scarpe del 46 come minimo, ha dei piedi
enormi, gli americani solitamente hanno dei piedoni. Se lui è
americano, gli altri chi sono? Europei? Mai visti, però, europei
sdraiarsi per terra, nemmeno dopo una lunga camminata, sdraiarsi
addirittura uno sopra l'altro, se non proprio sopra, poco ci manca,
guarda quello che ha le gambe allungate sulla schiena del suo
vicino... Mai visti nemmeno degli europei con tanti bambini. Quanti
saranno? E le donne, anche loro, sdraiate. Immobili. No, europee
quelle non sono. Dormono? O sono morti, tutti quanti morti? Toccarne
uno, per vedere se si muove. Frèèèèènkfurt! La scena è
sua. La tiene da professionista. La piazza del piccolo villaggio di
Madamados, sull'isola di Lesbo, è immersa in quello che, se non ci
fosse lui, sarebbe un silenzio perfetto. Ci starebbe anche “perfetta
immobilità” come descrizione. Ora si spiega: che viene da Damasco,
Siria, e che in 56 anni di vita non gli era mai passato per la testa
che un giorno si sarebbe trovato qui. Qui e messo così. Sbarcato,
ore prima, da un gommone. A Damasco aveva due lavori: giornalista
sportivo e attore comico. Lo conoscono tutti. Tiene su di giri la
decina di siriani che viaggiano insieme a lui. E tutti garantiscono
che in Siria persino le pietre, se potessero, farebbero il suo nome.
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