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Ci sono morti che non resusciteranno. E ci sono vivi che sono morti, anche se ti guardano. Nemmeno loro resusciteranno.
A SpazioReale è aperta l'esposizione Resistenze, dedicata alla popolazione civile di Mosul, in Iraq. È un pezzo di pelle strappata a me e consegnata alla carta per stamparci sopra le storie di questi esseri umani.
Basta una prospettiva, a due passi dal manifesto esposto in città, per spalancare il vuoto, per innescarlo. Basta lo sguardo che trova poca aria mentre è fisso su uno che cammina per richiamarlo.
Questo-tutto-sommato-nulla basta affinché si faccia avanti la domanda: "A che cosa serve il mio lavoro?".
Domanda che viene fuori sempre, quando guardi i morti di guerra che non conosceranno risurrezione, perché sono morti e basta e non risultano a nessuno. Domanda di fronte ai sopravvissuti. Non risultano nemmeno loro. Anche di fronte a un manifesto, sissignori. Uguale a uno specchio che ti costringe a guardarci dentro.
"A che cosa servo?". La risposta trasforma il testimone in uno di loro: in un sopravvissuto, oppure in un morto. Nient'altro. È questa, credo, la sola garanzia che accompagna il mio lavoro.
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