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Raccontare
lunedì 29 febbraio 2016
Una vita. E non soltanto la mia.
Pezzenti pezzi di un racconto.
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Atto primo di tre.
Non merito niente. Io. Che mal di
pancia. Ho messo al mondo due figli. Che ho ventidue anni. Che mal di
pancia. Che sia il terzo? Non possibile. Giuro: non possibile. La
pancia. Vi prego, la pancia. Fa di un male. Provo a ridere. Ridere.
Ma che bello. Dai che rido. Vado bene, così? Non ce la faccio.
Zitta, pancia, scongiuro. Scongiuro? Ma come cazzo parli? Si dice: ti
scongiuro. Va bene. Ti. Pancia: ti scongiuro. Sei parte di me, o no?
O no? O cristo no? Pancia. Male. Pancia. Che sia l'acqua, quella con
il sale? Troppo sale? Vuoi vedere che sia il sale? Sempre detto che
fa male, troppo sale. Anche quello marino. Quello di questo mare.
Vuoi vedere che ne ho bevuta troppa, di quest'acqua? Male. Aaale.
- Sigaretta?
- No grazie.
E?
Un attimo.
Waiting.
Spacco tutto. Andrebbe?
- Sorry?
Spacco tutto, andrebbe?
Sì, ma: messa come sei?
Sono una donna. Va bene questo? Perché,
se sono una donna non posso? Non posso spaccare tutto?
- Diossssanto, non lo avevo capito.
- I am a woman, please....
Prima le donne. Prima le donne. Prima.
Con i bambini. Poi gli anziani. Da ultimi gli uomini. Iiiii. Hai
voglia. Aaaa. Ultimi tutti, che facciamo prima, dai...
Atto secondo di tre.
Siamo. Siamo così pieni. Così pieni
di balle, di balle, di nulla e di balle. Siamo così pieni di odio
che nemmeno le vediamo. Le balle. E le donne. Contiamo gli uomini,
che sono i primi. Spaccano tutto, guardali. Spaccano il filo spinato
in Macedonia. Ba. Ba. Ba. Ba. Bastardi. Come ci piacciono, così. Bastardi che ci spaccate i
maroni. I maroni. Ci spaccate. A casa. Andate a casa. A farvi
raccontare dai giornalisti. Che a questo servite. E a questo servono i giornalisti. A questo. Servono a questo. A. A. A. E voi servite a: a farvi raccontare
dai giornalisti. A casa e zitti. Pezzenti. Pezzi di un racconto.
Pezzenti pezzi di un racconto. Ecco cosa siete. Cosa siete. Siete cosa? Eh... Cosa siete?
Difficile. Quando il mondo cambia è:
difficile. Difficile dirlo. Cosa siamo.
Allora, prova a dire (pezzente, prova a dirlo: pezzente, prova): a casa che vi raccontiamo noi. Tranquilli
che vi raccontiamo. A casa belli fessi e tranquilli. Difficile.
Difficile dirlo. A casa. No? No a casa? No a casa?! No? Botte,
allora, ma brutte, eh, brutte di un vero, capito? A casa o botte.
Sir...
Niente sir... No e basta. Casa. Casa e basta. Capito. Understand?
Not really. Not really, Sir.
Atto terzo di tre.
- La pancia, signore. La pancia fa male.
- Signora?
- Sissignore. Sì. Male.
- Dove, precisamente?
- Precisamente qui.
- Qui?
- Yes.
- Non è nulla. Passa.
- Passa?
- Passa.
- Qui.
- Dove?
- Qui.
- Non è nulla. Passa.
- Passa? Ma fa male. Fa.
- Passerà.
- Aspetto. Io aspetto. Signore.
venerdì 26 febbraio 2016
Il senso del taccuino.
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Domani nel Senso del taccuino sulla Regione: LO SPECCHIO E LA GUERRA. Qui di seguito il tradizionale (…) estratto:
Eccetera, eccetera. Aveva raccontato abbastanza. Gli pareva. Anche un sacco di balle. Oh sì: un sacco di balle. Non per cattiveria. Lo aveva fatto per quel senso di assoluzione che ne derivava, mentre il sole scaldava il giusto e l'aria era fresca abbastanza per non sudare. La donna era stata ad ascoltarlo: ad occhi aperti. Si erano fatti sempre più grandi e sempre più rotondi mentre il suo racconto prendeva forma e addirittura si era fatta rotonda anche la bocca, che a un certo punto era diventata una grande “O”, depositaria di una sorpresa che non aveva più posto dove stare, e lui aveva pensato che se fossero passate di lì una mosca, oppure una farfalla, le sarebbero finite dentro, e chissà come avrebbe reagito la donna, ma non era passata nessuna mosca e non era passata nessuna farfalla. Aveva raccontato di essere un medico, perché avrebbe sempre voluto diventarlo. Di avere una moglie bellissima e quattro figli, perché gli sarebbe piaciuto avere una famiglia. Di abitare in una casa grande, inondata di luce, convinto che se la meritava. Di avere molti amici, tutti morti, purtroppo. Questa era stata l'unica verità. Una mezza verità. Alla donna non aveva detto che li aveva ammazzati lui. Quasi tutti. Come avrebbe potuto raccontarle la guerra? Raccontarle ciò che la guerra aveva fatto? Fatto di lui? Come spiegargliela?
venerdì 12 febbraio 2016
Il senso del taccuino.
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Domani nel Senso del taccuino sulla Regione: "Amore di quartiere". Qui di seguito il-consueto-estratto.
Le voci nel quartiere non
si placavano. I sussurri. Le risatine. Le battute. I resoconti.
Impazzavano. Le ricostruzioni passavano di bocca in bocca (qualcuno
ormai al solo pronunciarla, questa parola, arrossiva) e si
complicavano. Diventavano addirittura ancora più piccanti. Ancora di
più? Possibile, mai? Possibile. E poi gli sguardi d'intesa e
probabilmente anche d'altro. Tipo? D'invidia. Quanti sguardi
d'invidia producevano le signore e più erano avanti con gli anni,
più la covavano, accecate. A confessarla, tuttavia, non ci
pensavano. I mariti (quelli rimasti) provavano invece un sentimento
diverso. Fondeva l'ammirazione con il ricordo – capace di compiere
il fugace miracolo di ringalluzzirli – degli anni della miglior
gioventù quando, come suggeriva il Luigi, ex contabile, dando
sfoggio di una reminiscenza scolastica liberamente adattata o
semplicemente sbagliata, “amor a nullo innamorato amor perdonava”;
anni, insomma, nei quali, come sosteneva il Franco, ex sarto in un
elegante negozio di abbigliamento per gentlemen
e abile
creatore di
sottili doppi sensi, “a caval donato non
si guardava in bocca”. Testuali parole. Provocavano reciproche e
sacrosante espressioni di approvazione quando il Luigi, il Franco e
qualche altro coetaneo si ritrovavano per l'aperitivo che, a causa
dei medicinali prescritti, era sempre e per tutti rigorosamente
analcolico. Questa “deplorevole” (Luigi) rinuncia al “nettare
divino” (Franco) non impediva alle consorti di chiedere ai
rispettivi mariti, una volta rincasati, puntuali per il pranzo, con
tono ruvido e stizzito: “Cusa a t'e bevu?”. Era, questa domanda,
dettata dal disappunto con il quale le mogli registravano
l'espressione di rinverdita giovialità sui volti dei mariti di
ritorno dal bar. Siccome conoscevano i loro polli (la frase era stata
della signora Lina, moglie del Franco, poi ripresa dalle altre
amiche), impiegavano pochissimo a concludere che si erano divertiti a
ricamare sopra al piccante argomento di cui nel quartiere parlavano
tutti, ormai da due settimane.
lunedì 8 febbraio 2016
Zitti davanti alle telecamere.
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Ne basta una di scampati alla guerra. Ne basta una come me (finora scampata) per dire che ci fate sorridere (dolorosamente sorridere, si capisce, in realtà ci fate ridere, ridere di disperazione) con le interviste che rilasciate. Le vostre frasi sono inascoltabili. Sono privi di senso e di umanità i silenzi che inserite fra un parola e l'altra, le espressioni del volto studiate, contrite e persino rabbiose (quanto superficialmente rabbiose), sospese, sospese, quanto sospese fra un respiro e il prossimo, alla ricerca come siete di parole alle quali nemmeno gli schermi televisivi sanno dare un significato. Non ne hanno. Non hanno significato.
Ne basta una di scampati alla guerra per dire di venirci voi, se non è chiedere troppo, qui dove siamo. Veniteci voi a farvi ridurre in pezzi. A farvi prendere a morsi. Io, scampata alla guerra di Siria, vi dico che non esistono buoni e cattivi, innocenti e colpevoli. Siamo, tutti quanti, precipitati nel profondo dell'abisso, esposti ai venti della violenza e dell'odio accecato e terribile di cui è capace l'essere umano. Senza eccezioni.
Io, scampata alla guerra di Siria, vi chiedo di togliere dall'inferno noi che dentro ci stiamo ancora. Se non intendete farlo, se soltanto volete giudicare, giudicare e parlare, parlare, parlare, allora decidetevi per il contrario: state zitti. State zitti, per carità. Zitti davanti alle telecamere. Zitti davanti alle vittime. Zitti davanti ai morti, perché non sapete che cos'è la guerra. Vi prego di provare pietà per i morti. E soprattutto per i vivi, per quelli che lo sono ancora. Pietà per gli scampati. Grazie. Un saluto da Aleppo, N.
"Che bela guera".
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Che bela guera. Quella che non fa prigionieri. Non fa morti. Non fa nemmeno prigionieri torturati. Che bela, come si dice nel mio dialetto. Che bella guerra quella che se ne va via liscia, ecco, come nemmeno a vederla. Come se nemmeno esistesse. Eppure: andrebbe guardata, una guerra, per capire che non ne esiste una diversa. Che ne esiste una sola: la guerra. La guerra e basta. Il sito di BBC World cita il rapporto delle Nazioni Unite (cliccare QUI per leggere), secondo il quale il regime di Damasco avrebbe torturato un grande numero di persone e la stessa cosa avrebbero fatto gruppi ostili al governo di Bashar Al Assad. Niente di più sicuro. Il condizionale è superfluo e stona. Che bela guera, allora. Uno, dopo averlo detto e documentato circa tre anni fa, si sente anche un poveraccio. Perché se lo dici da solo, senza che lo dica l'ONU, e soprattutto se lo dici molto tempo prima: che figura ci fai?
In realtà, il punto è questo: hai mai visto una guerra combattuta per bene, pulita e corretta, una guerra che rispetta le leggi come uno rispetta i limiti di velocità e i tempi del parcheggio quando lascia la macchina da qualche parte?
Siamo pronti a berne di cose, tante e tante. Ma che esista una guerra pulita, una guerra combattuta secondo il diritto (e sia pure internazionale), una guerra pensata per bene, che ci faccia dormire tutti quanti le sacrosante otto ore di sonno dovute: qualcuno l'ha mai vista una guerra fatta così?
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