Oggi sono riuscito ad entrare a Mosul, nel quartiere di Intisar (lo scrivo come si pronuncia), dove sono in corso violenti combattimenti fra le forze armate irachene e la milizia dell'Isis.
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(c) 2016 weast productions |
L'operazione è riuscita grazie alla capacità di negoziare del mio fixer Ghareeb. Ce n'è voluto di tempo al posto di blocco situato all'altezza della città di Bartella, da dove poi si prende a sinistra verso il fronte. Se ci siamo arrivati, al fronte, è anche grazie alla Polizia federale irachena, nella quale ci siamo "embedded": ieri, primo giorno della seconda fase dell'offensiva (la chiamano "push"), ci sono stati feriti e caduti fra le truppe di questa unità combattente. Uno dei feriti è il capitano Aqil, che ho conosciuto tre giorni fa.
Mentre ci dirigevamo verso la prima linea, sono comparsi civili in fuga.
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Spesso mi sento chiedere: come lavori? Mostro questa fotografia, per cercare di rispondere, in modo tuttavia incompleto.
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(c) 2016 weast productions / Ghareeb Omar |
L'Isis fa un grande uso di autobomba guidate da combattenti che scelgono il suicidio. Spesso, ma non sempre, vengono individuate e colpite dagli elicotteri e con razzi capaci di perforare l'armatura di cui sono ricoperte queste automobili. Quando esplodono le autobomba si alza una nuvola di fumo bianco verso il cielo, come questa, sulla destra.
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Ho visto molti soldati iracheni prepararsi per andare in prima linea, a bordo di pick-up. L'impressione è che il morale sia buono.
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Le prime strade di Mosul: questa è una fra le tante scene registrate a bordo del veicolo sul quale viaggiavo.
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Una volta scesi, ci spostiamo lungo i muri, per evitare i cecchini, i mortai, il fuoco incrociato: potrebbero zampare fuori dalla loro tana come una bestia che vuole soltanto la tua pelle.
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(c) 2016 weast productions / Ghareeb Omar |
Dentro Mosul vedo una bambina e alcuni civili. Fuggiti da un altro quartiere. Nell'aria raffiche di mitragliatrice, colpi singoli, il sibilo dei razzi lanciati dagli elicotteri, il pugno che rimbomba dei mortai in batteria. L'essere umano si abitua anche alla guerra. C'è sempre un posto dove sembra essercene meno.
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Nel quartiere di Intisar, l'evidenza dei combattimenti, che infuriano.
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Chiedo al mio fixer Ghareeb di scattarmi una fotografia: è superstizione, senza dubbio, questione di uscire da Mosul come ci siamo entrati.
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(c) 2016 weast productions / Ghareeb Omar |
Gli sguardi delle persone incontrate: ti osservano chiedendosi perché uno decide di andare proprio lì, a Mosul. Sembrano ringraziarti: anzi, ti ringraziano. Per esserci, per fare compagnia, per confermare che sono vive, come se il tuo giubbotto antiproiettili potesse proteggere anche loro.
Uno decide di andare a Mosul perché è la sola cosa giusta da fare, in questa guerra. Guardarla in faccia, da dentro, da vicino, fino a metterle se non paura (la guerra non ha paura) perlomeno vergogna. Ecco: farle provare vergogna.
Racconterò Mosul in un reportage che
La Regione pubblicherà il prossimo 2 gennaio. Le fotografie che ho scattato oggi troveranno invece una destinazione diversa, di cui vi informerò.
Grazie al capitano Bassam, al capitano (ferito) Aqil, al tenente Haidar e ai loro uomini Hussein al Garabi, Ayad, Walid e Salem.