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In Crimea vengono segnalati (primi) scontri fra filorussi e nazionalisti ucraini. La tensione è altissima, il futuro prossimo per l'Ucraina è ricco di insidie e pericoli. Domani, giovedì, la Regione pubblicherà un mio reportage dal Paese. Qui di seguito il (solito) estratto:
A Kiev
nessuno attraversa la strada se il semaforo è rosso. Nemmeno senza traffico. E
nemmeno oggi, che non vedi in giro un poliziotto che sia uno. Chi aspetta
l’autobus lo fa quasi sempre in fila indiana, l’ultimo arrivato si mette
dietro, a nessuno verrebbe in mente di fare il furbo. Di sera, i minibus
privati, gialli e verdi, scorrono lenti con i vetri ricoperti di
vapore : dietro si indovinano sagome infilate dentro pesanti mantelli,
sedute e in silenzio. Qualcuno passa una mano sui finestrini, aprendo piccoli
oblò attraverso i quali guardano cosmonauti pensosi. Questi autobus
assomigliano a televisori quadrati accesi sulla vita. Che a Kiev è strana.
L’ordine regna anche sul Maidan, la Piazza dell’Indipendenza, ora che non si
combatte più. Migliaia di persone attraversano a piedi le barricate tenendo la
destra, ubbidendo alle indicazioni degli « addetti » : lunghe
file ordinate scorrono parallele in direzioni opposte. Chi viene e chi va. È
abitudine, non c’è dubbio, ma in questi giorni è anche qualcosa d’altro :
il desiderio, forse, di dare una forma alle cose, alla realtà, di tenere
insieme i pezzi della vita che ci mettono un attimo a staccarsi. Quando sulla
piazza dell’Indipendenza e sui vialoni che prendono il nome di Institutska e
Grusheskova si è scatenato il fuoco delle unità speciali della polizia e poi
quello dei cecchini, in molti hanno pensato alla guerra. Che fosse arrivata e
che andava combattuta. A Kiev, per qualche giorno, si è accesa la macchina del
tempo : bastava avvicinarsi alle barricate per finirci dentro, risucchiati
da un vortice che erano le immagini a formare, di uomini che indossavano
elmetti della Seconda guerra mondiale, vecchie maschere antigas, vecchie divise
militari e che avevano il volto annerito dalle bottiglie molotov e dagli
incendi appiccati per rimpedire ai
poliziotti di attaccare la piazza. Ora che è tornata la calma, il Maidan e le
strade circostanti sono state ripulite da squadre di cittadini volontari. Resta
uno strato di polvere carbonizzata che si è posata su tutto. E restano le
barricate, perché nessuno, a Kiev, pensa che sia davvero finita, ma anche
perché quando l’hai assaggiata una volta, la rivoluzione, e quando hai
assaggiato la battaglia, fatichi a tornare a una vita normale. C’è quindi
ancora una parte della città trasformata in un accampamento. Gli abitanti di
Kiev ci vanno di giorno e di sera, dopo il lavoro, alcuni sono venuti da fuori,
lo scorso week-end. Per vedere dal vivo quello che hanno visto soltanto in
televisione. Per rendere omaggio a chi si è battuto nella prima linea e che,
ancora oggi, a distanza di giorni, si porta addosso gli stessi vestiti e sulla
pelle quello che resta del fumo, una specie di medaglia al valore. Per rendere
omaggio anche ai morti, quasi cento o cento o addirittura di più , non c’è una
versione univoca : la gente porta fiori, con i quali ha ricoperto le
barricate ; e candele, che accende davanti alle fotografie, molti i
giovani, « uccisi dai cecchini », ti spiegano. Ancora fino a qualche giorno fa c’erano
le bancarelle con le ragazze che preparavano panini alla salsiccia e li
offrivano a chi, sulla piazza, resisteva, anche ai giornalisti, che con il
popolo della protesta hanno condiviso lo stesso freddo penetrante e lo stesso
piombo.