BBC Panorama ha diffuso un reportage che mostra le immagini girate in Siria dai giovani. E' visibile QUI. Non aggiunge molto alla quantità di filmati disponibili online e la faccia della giornalista, peraltro una forte, la trovo assolutamente estemporanea in questo contesto. Tuttavia il reportage offre una contestualizzazione importante e merita di essere guardato. Il reportage riprende addirittura immagini che avevo avuto modo di mostrare in passato, messemi a disposizione da un attivista siriano. Tempo fa, in Egitto avevo parlato con uno studente che aveva, anche lui, filmato numerose manifestazioni e la repressione della polizia e dell'esercito (clikka QUI per vederlo). Il filmato aveva suscitato le ire e le proteste di alcuni ambienti siriani a Ginevra, così mi fu detto dal Telegiornale della TSR che lo mise in onda, insieme al Telegiornale di RSI, primo a farlo: non ho mai saputo se si trattasse di associazioni di privati cittadini o di ambienti diplomatici. Successivamente, alla frontiera fra Libano e Siria avevo raccolto numerose testimonianze, parlando con i profughi siriani in fuga (clikka QUI per vedere il filmato). E' passato del tempo e queste immagini restano le sole fonti di informazione su quanto sta succedendo in Siria. Oggi nessuno sembra piu' metterne in discussione la veridicità e il coraggio degli autori. Le loro immagini sono fasci di luce da un paese precipitato nelle tenebre della soppressione. Sono personalmente convinto che l'informazione, i Telegiornali, gli approfondimenti dovrebbero ogni giorno parlarne. Se non lo fa la stampa questo vuoto viene riempito dalle trame ordite dai poteri, dai governi: disinteressati agli individui (anche quando dichiarano il contrario), interessati soltanto alla geopolitica.
Raccontare
giovedì 29 settembre 2011
Siria: primavera, estate, autunno della rivoluzione
BBC Panorama ha diffuso un reportage che mostra le immagini girate in Siria dai giovani. E' visibile QUI. Non aggiunge molto alla quantità di filmati disponibili online e la faccia della giornalista, peraltro una forte, la trovo assolutamente estemporanea in questo contesto. Tuttavia il reportage offre una contestualizzazione importante e merita di essere guardato. Il reportage riprende addirittura immagini che avevo avuto modo di mostrare in passato, messemi a disposizione da un attivista siriano. Tempo fa, in Egitto avevo parlato con uno studente che aveva, anche lui, filmato numerose manifestazioni e la repressione della polizia e dell'esercito (clikka QUI per vederlo). Il filmato aveva suscitato le ire e le proteste di alcuni ambienti siriani a Ginevra, così mi fu detto dal Telegiornale della TSR che lo mise in onda, insieme al Telegiornale di RSI, primo a farlo: non ho mai saputo se si trattasse di associazioni di privati cittadini o di ambienti diplomatici. Successivamente, alla frontiera fra Libano e Siria avevo raccolto numerose testimonianze, parlando con i profughi siriani in fuga (clikka QUI per vedere il filmato). E' passato del tempo e queste immagini restano le sole fonti di informazione su quanto sta succedendo in Siria. Oggi nessuno sembra piu' metterne in discussione la veridicità e il coraggio degli autori. Le loro immagini sono fasci di luce da un paese precipitato nelle tenebre della soppressione. Sono personalmente convinto che l'informazione, i Telegiornali, gli approfondimenti dovrebbero ogni giorno parlarne. Se non lo fa la stampa questo vuoto viene riempito dalle trame ordite dai poteri, dai governi: disinteressati agli individui (anche quando dichiarano il contrario), interessati soltanto alla geopolitica.
"La guerra" al Palacongressi di Lugano
(c) 2011 weast productions |
"La guerra", mio cortometraggio (30 min.) , sarà proiettato nel quadro del 1° Forum internazionale Generazioni nel cuore della Pace, dal 30 settembre al 2 ottobre. Una proiezione avverrà sabato 1 ottobre ore 13.00, Sala C, primo piano del Palacongressi. Consultare il programma per altre proiezioni. Se qualcuno ha tempo di andarlo a vedere mi farebbe piacere avere un riscontro. Chi non ha tempo o voglia può vederlo anche QUI, abbiamo risolto i problemi di scaricamento.
venerdì 23 settembre 2011
Vite (da profughi)
giovedì 22 settembre 2011
Come un cagnetto incrostato
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(c) 2011 weast productions. Ramallah. Un bar. Ma non è la libertà. |
Un ragazzino alto un
niente, nervoso come un cagnetto incrostato e senza guinzaglio perso nel
traffico all’ora di punta. Ha appena scagliato una pietra, un sasso grande un
niente. Davanti a questo bambino palestinese, alla distanza di sicurezza che
l'istruzione al combattimento tattico impone, otto soldati israeliani, schierati
al centro di una rotonda: nervosi anch'essi, vestiti come in guerra, i fucili
spianati. In mezzo ai due fronti un uomo che, improvvisamente, scaglia un sasso
verso il bambino, mancandolo di proposito, ma facendolo correre a casa. L'uomo si volta verso i soldati e, con grandi
gesti, li esorta ad andarsene anche loro. E se ne vanno, a bordo di enormi
veicoli blindati. Sulla strada che porta a Qalandya, il grande posto di blocco
a nord di Gerusalemme che conduce a Ramallah, va in scena il conflitto
israelo-palestinese: non come lo conosciamo, ma come sarebbe potuto essere, con
due parti in conflitto e un mediatore imparziale, capace e disposto a cantarle
a tutti, israeliani e palestinesi. Scena di folgorante eloquenza, reale eppure
così lontana dalla realtà. Gli Stati Uniti, attori principali nel processo di
pace, la stessa Unione europea, non sono mai stati imparziali. Arbitri scesi in
campo con il risultato della partita scritto sul taccuino. Truccato. Fossero
soltanto i palestinesi a sostenerlo, potremmo anche sentirci puzza di bruciato.
Lo dicono, invece, anche autorevoli organizzazioni israeliane, ciascuna
specializzata nel suo settore: diritti umani, colonizzazione, controllo delle falde
idriche, politica demografica. Frammenti che, incollati insieme, compongono un
quadro chiaro: lo appendi alla parete e ti accordi che pende da una parte.
Basta girare la testa di novanta gradi dalla scena appena descritta alla
rotonda di Qalandya per capire da quale parte: ovunque sorgono ordinate casette dal tetto in
tegole, disposte a corona sulle cime delle colline (controllate le colline, non
si stancava di ripetere Ariel Sharon). Sono le colonie israeliane, sorte in
Cisgiordania, terra conquistata da Israele nel 1967 alla Giordania, che
amministrava i Palestinesi che ci vivevano. Allora c'era stata una guerra
d'aggressione a cui Israele aveva risposto. Oltre mezzo milione di coloni
vivono, oggi, nella Cisgiordania che il presidente palestinese Mahmoud Abbas si
appresta a chiedere di dichiarare Stato al mondo riunito a New York. Nessuno è
mai riuscito a convincere un governo israeliano a sospendere seriamente la
costruzione di colonie in Cisgiordania.
Supero il posto di blocco,
entro nel campo profughi di Qalandya. Seduti sui muretti, poco distanti dalle
torri in cemento dalle quali i soldati israeliani controllano la zona, decine
di ragazzini. Non vedono l'ora di cominciare, di tirare sassi, di prendersi
nuvoloni di gas lacrimogeno israeliano, pallottole calibro 5.56 ricoperte di
gomma, bastonate e manette ai polsi. Incarnano le esistenze spezzate dei campi profughi. Centinaia
di migliaia di ragazzini lasciati senza una vera istruzione, con un solo slogan
nella testa: sacrificarsi per la Palestina. Obbediscono agli ordini dei
capiquartiere, dei capisquadra, adulti che hanno fatto l'Intifada del 1987,
qualcuno, oggi cresciuto, anche quella del 2000. L'Autorità palestinese, decisa a chiedere all'ONU di tenere
a battesimo lo stato di Palestina, non se ne è mai curata. Servita, invece sì.
Senza nulla da perdere, senza nulla da sognare, senza una vita nella quale
investire i propri sogni, i giovani “shebab”, i ragazzi dei campi, sono sempre
stati pronti a mobilitarsi: a tirare pietre, a sparare ai coloni, a farsi
saltare in aria nei ristoranti e sugli autobus israeliani. Carne da macello a
disposizione di una strategia della liberazione fallimentare. All'Autorità
palestinese non sono mai piaciute le voci (poche, in realtà) che chiedono di
ripensare le strategie della liberazione, che rivendicano la possibilità di
costruire una società senza sacrificarla sull'altare della liberazione stessa,
ma senza, per questo, sacrificare la lotta per l'indipendenza. Per i vertici
dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina l'esercito dei giovani
nati nei campi profughi non ha mai avuto diritto a un riscatto anteriore il
riscatto finale, quello della realizzazione del sogno di una patria. Chi nasce
profugo sopravvive da profugo. Tutta una vita.
L'ultima curva e sono a
Ramallah. Va tutto bene. Stanno spuntando nuovi palazzi ovunque, per strada il
traffico è abbondante e caotico,
circolano belle macchine, la gente fa acquisti e la borghesia paga
affitti di tutto rispetto. I cartelloni pubblicitari invitano a comprare
cellulari, a cambiare gestore, a buttare il vecchio frigorifero. E a fare
festa, perché l'Autorità palestinese è a New York per trasformare i Territori Palestinesi
Occupati nello stato membro numero 194 chiamato Palestina. Sembra di stare a
Hollywood. Quinte meravigliose, ma in cartone. Tenute insieme con la colla.
Come le esistenze dei figuranti che popolano la città. Ramallah è una bolla di
sapone, un esperimento finanziato dalla comunità internazionale, Stati Uniti, Europa.
Per levarsi di dosso il senso di colpa di un approccio parziale e infruttuoso
al conflitto israelo-palestinese e alle rivendicazioni dei palestinesi, ma
soprattutto per capire se il denaro anestetizza le aspirazioni di un popolo,
cominciando da una popolazione: quella di Ramallah. Il pensiero nascosto è
questo: se l'esperimento funzionasse potrebbe essere tentato altrove, in tutta
la Cisgiordania. La generosità dei donatori avrebbe così risolto il conflitto
israelo-palestinese: addormentandolo. Non funziona. Ramallah dorme, ma ha un
sonno leggero. La finzione di una vita normale è un cosmetico applicato su una
ferita aperta.
In albergo chiamo un mio
amico, un giornalista di Gaza. La gente ha paura, è in preda all'angoscia, mi
spiega. Il voto sulla Palestina alle Nazioni Unite costituisce un'incognita per
la popolazione della Striscia, per la quale nulla è cambiato: la stessa terra
chiusa, gli stessi confini difficilmente attraversabili, lo stesso controllo
esercitato dagli israeliani, dagli egiziani (anche dopo la “rivoluzione”), da Hamas.
Temono, gli abitanti di Gaza, che la loro condizione possa addirittura
peggiorare dopo la sfida lanciata dal presidente Mahmoud Abbas all'ONU, che la
spaccatura politica e geografica fra la Striscia e la Cisgiordania possa farsi
ancora più radicale: qualcuno (Israele, gli Stati Uniti?) potrebbe essersela
presa davvero e complicare l'esistenza di una popolazione distribuita su una
striscia di sabbia e abituata a pagare per tutti. Gaza non è Ramallah. A Gaza è
tutto vero. Niente quinte in cartone. I soldi, se qualcuno li ha mandati, non si sono mai visti. (La Regione, 23.9.2011)
martedì 20 settembre 2011
Personaggi in cerca d'autore
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In albergo. Stanza vuota. |
Divano.
Ma per capirci senza un perfetto sconosciuto dietro la testiera ad ascoltare le cose che hai da dire o a fare stupide
domande con le tue risposte scarabocchiate su un taccuino con una grafia tale
da renderle illeggibili. Quindi inservibili. Insomma, niente strizzacervelli. Divano di casa e basta. Me
ne sto sdraiato, a piedi nudi. Con la luce che entra morbida dalle finestre.
Due bastoncini di incenso che fumano senza fretta. Anch’io, senza fretta, faccio un giro. Dentro la mia testa.
Rivedo tutto. Le ultime scene e quelle vecchie di anni. Mi ricordo ogni singola
scena, da quando ho iniziato a filmare, e sono trascorsi più di dieci
anni. A volte le scene fanno
casino, si mettono insieme, scene del 2002 con scene del 2008 con scene di una
settimana fa. Sono tutte imparentate, tutte sorelle. Fanno bene, dialogano e lasciano apparire
similitudini e differenze. Ecco i
personaggi, i sei personaggi in
cerca d’autore: me li trovo davanti tutti insieme, e altro che sei, e in coro
rivendicano di essere mie creature, perché sono io ad averli osservati,
filmati, messi su una cassetta o una flash memory. Se sono così è perché io li
avevo visti così. Entrate pure
nella mia testa, dalla quale non siete mai usciti. Se sono sdraiato sul divano
è perché ero pronto, sono venuto io a cercarvi, perlomeno a segnalarvi che
stavo arrivando. Non aspettavate altro, non fate che attendermi. Solo, fate
piano, niente ressa. I vivi e i morti. I morti sono timidi e silenziosi, ci
sono bambini, donne, guerriglieri, soldati. Alcuni interi, altri a pezzi. I
bambini mettono il gelo, ancora, sempre. Gli altri si muovono con l’affanno
nervoso e terrorizzato dei feriti.
Cercano il respiro, lo rincorrono. Gli amici, quelli che non ci sono più, che facevano il mio stesso lavoro. Li guardo, a uno a uno. Li assicuro che non
dimentico nessuno e che non guardo nessuno con maggiore simpatia o compassione.
Sono tutti uguali ai miei occhi.
Un po’ nascosta dietro agli altri personaggi c’è una figura femminile, il capo
coperto, le mani magre e – lo so bene – ghiacciate. E’ la paura. Non le piace
mettersi in mostra: la sua presenza la avverto subito. Osservo anche lei, la
studio, la analizzo, per capire
come nasce, da dove, come si fa largo nella testa e poi dentro il corpo. E’ un personaggio importante, c’è
sempre. La paura non te la scrolli
di dosso nemmeno quando non la provi. E’ sempre accanto a te, si fa piccola,
minuscola, ma è pronta a gonfiarsi. La paura e la tensione. I nervi a mille. La
testa che gira e fuorigira mentre cerchi di valutare una situazione, una via
d’uscita, quando devi pensare a
tutto, anche a come portarti a casa vivo il tuo autista, che ha famiglia. Finalmente! Benvenuti, fatevi avanti,
spingete un po’, fatevi finalmente sentire: eccoli, gli autisti, gli
assistenti, vivi, questa volta, ma in visita anche loro, insieme a tutti gli
altri. Personaggi finiti dentro la memoria. Alcuni sono memorabili, mi
strappano subito un sorriso che diventa risata. Ne abbiamo viste tante insieme,
interi tragitti in automobile senza dire una parola dopo quello che avevamo
appena visto, non c’era nulla da dire, da poter dire. Eppure, quanti altri momenti
diversi, divertenti, fiammate nel buio, a riscaldare. Tutti insieme, tutti in
visita. E’ così: c’è la vita e c’è la morte. Mai sole. Sempre insieme. Anche
oggi, mentre me ne sto sdraiato sul divano. A dare udienza ai miei personaggi.
Ai fantasmi di cui non posso e non voglio liberarmi: non sarebbe giusto,
corretto nei loro confronti. Se ho voluto vederli, capire che cosa gli era
successo, raccontarli, è altrettanto giusto e corretto che restino con me. Chiedo soltanto che vengano a trovarmi meno
spesso, che a volte siano loro a dimenticarsi di me. Finora non mi hanno
ascoltato. Credo mi ritengano
invincibile, instancabile. I bastoncini d’incenso sono
consumati oltre la metà. I personaggi si ritirano. Respiro, lentamente. L’immagine di un albero, gonfio di
verde, è sempre stata la mia preferita. Ora ho soltanto quella davanti agli occhi.
domenica 18 settembre 2011
Leggere una fotografia
Qui di seguito posto le riflessioni che alcuni scatti da Tripoli hanno innescato in una lettrice del Blog, Donatella. I riferimenti sono alle foto su FLICKR.
Le ripubblico qui, fedelmente, per semplicità di accostamento.
Il vento della guerra è passato. Ha sconvolto, percosso, frantumato. Davanti a l’occhio del fotografo ha poi ricomposto un cuadro surrealista. Possibile che il vento della guerra sia artista?
Siamo noi, ragazzi di Tripoli, che ora orchestriamo l’ordine, coregrafiamo la circolazione della città.
Ricordati, giornalista:
Con il nostro fucile ti fermiamo, ti possiamo uccidere.
Con un sorriso, ti lasciamo il passaggio e la vita.
Il ferito: lui attrae per prima la mia attenzione.
Un volto: masquera di esaurimento
Due occhi: concentrati di sofferenza
Poi, i compagni, con le ditta che segnano il “V” della vittoria.
Un leitmotiv ripreso al infinito al cui aggraparsi per tenere duro, per dire all’amico “devi farcela”.
Le ripubblico qui, fedelmente, per semplicità di accostamento.
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(c) 2011 weast productions |
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(c) 2011 weast productions |
Ricordati, giornalista:
Con il nostro fucile ti fermiamo, ti possiamo uccidere.
Con un sorriso, ti lasciamo il passaggio e la vita.
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(c) 2011 weast productions |
Resta solo quello: un casco infilato su d’un palo. Soldato caduto? Soldato fuggito?
Rimane solo quello, di una vita, di un destino.
Ricorda tutte le tombe di tutte le battaglie dove si lascia solo quello: un casco.
Rimane solo quello, di una vita, di un destino.
Ricorda tutte le tombe di tutte le battaglie dove si lascia solo quello: un casco.
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(c) 2011 weast productions |
Un volto: masquera di esaurimento
Due occhi: concentrati di sofferenza
Poi, i compagni, con le ditta che segnano il “V” della vittoria.
Un leitmotiv ripreso al infinito al cui aggraparsi per tenere duro, per dire all’amico “devi farcela”.
sabato 17 settembre 2011
Cinema all'aperto
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(c) 2011 weast productions |
giovedì 15 settembre 2011
Guerra
(c) 2011 weast productions |
Mi è stato segnalato che è impossibile guardare il video fino in fondo. Sto provando a risolvere il problema, ma sono all'estero e non garantisco che riuscirò a farlo. Quando torno sarà il mio primo compito.
Guerra è il titolo di un cortometraggio di 30 minuti che ho appena terminato di montare. Rappresenta un tentativo di "fare pace" con quello che la guerra ti lascia dentro. Un tentativo, nient'altro. Questa pace, credo come pure l'altra pace (il contrario di guerra), è impossibile. Il video (con materiale inedito o in parte mostrato nell'esposizione Guerre tenutasi nel 2010 al Castello di Sasso Corbaro di Bellinzona) è per ora visibile QUI, in anteprima. Vi invito pero' a guardarlo prossimamente sul grande schermo. Le musiche sono dell'amico Sacha Rovelli, che è uno straordinario compositore ticinese. E' possibile richiedere il video su DVD.
sabato 10 settembre 2011
Scatti da Tripoli e dintorni
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(c) 2011 weast |
Alcuni scatti scelti da Tripoli e dintroni durante i giorni della battaglia per la capitale e successivamente a QUESTO indirizzo.
venerdì 9 settembre 2011
Il rap di Tripoli
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(c) 2011 weast |
giovedì 8 settembre 2011
Le parole evaporate
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(2011) weast |
mercoledì 7 settembre 2011
Ritratto di un combattente
A Tripoli ho incontrato un ragazzo di 28 anni. Ha combattuto per 4 mesi a fianco dei ribelli. Per la libertà. Il suo ritratto è in questo filmato.
Qui Tripoli...
Sono stato ospite di Nicola Colotti, sulla Rete 1 di RSI (Radiotelevisione svizzera), il 6 settembre 2011. Nicola è un giornalista curioso, umano e ironico, un collega che stimo molto. Il link per ascoltare la puntata, alla quale ha partecipato anche Antonio Ferrari, editorialista e opinionista del Corriere della Sera, è QUI oppure QUI.
domenica 4 settembre 2011
Dipendenza
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(c) 2011 weast productions |
sabato 3 settembre 2011
Il senso della vita? Farsi una doccia.
Quando hai passato giorni senz'acqua, una doccia (farti una bella doccia) puo' rappresentare il senso della vita. Anzi lo rappresenta. Temporaneamente, voglio dire.
venerdì 2 settembre 2011
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