Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

martedì 28 giugno 2011

20 infiniti minuti

20 minuti, cara Donatella, possono essere interminabili. Dipende come li trascorri. D'accordo su quanto dice, ma la pubblicazione in questione non credo sia destinata a parlare di vite lontane, né tantomeno di chi se ne fa narratore. Mi auguro, tuttavia, che in quei 20 minuti ci facciano stare le vite vicine. C'è così tanto da raccontare anche sotto casa, dietro l'angolo, in città. Non lo fa nessuno. Leggo i giornali locali e mi dico che è carta buttata, per nulla. Non c'è racconto, curiosità, voglia di scoprire storie, apertura all'altro. Non c'è nulla. Si va avanti convinti della stessa storia di sempre, inventata da chi ha il fiato corto: che siamo piccoli e che non succede niente. Credo, invece, che manchi soltanto la fantasia. Che non è immaginazione. E' un modo di vedere oltre la realtà, per raccontarla meglio.

La spalla e la telecamera

Un male pazzesco eppure così familiare alla spalla destra (la spalla della telecamera) mi ha tenuto lontano dal Blog. Non appena il cervello mi  torna nella testa (ci sta tornando...) mi rimetto a scrivere. Ma è importante che scriva chi da questo indirizzo ci passa, ogni tanto. Ho inserito una funzione che mi consente di verificare i post prima di pubblicarli. Non è è un intento censorio, è soltanto una precauzione antispam. A presto.

20 minuti

Ricevo da Donatella questo testo e la foto acclusa in reazione al mio post che linkava a Tim Hetherington:


20 minuten, 20 minutes, 20 minuti. Il giro è concluso.
Società di consumo, informazione di consumo. Informazione che si usa, poi si getta. Informazione ridotta ad un Kleenex.
Mi chiedo solo se chi legge questo tipo d’informazione (incluso la sottoscritta) sa o si ricorda che i giornalisti per documentare conflitti, violazioni dei diritti umani, speranze d’interi popoli, e ben altro, rischiano libertà o vita e a volte perdono l’una o l’altra. Valgono più o meno di 20 minuti ?

Donatella

mercoledì 22 giugno 2011

Stringimi amore

(c) 2011 weast productions
Ho mangiato una pizza. Questa sera. Al ristorante. Accanto a me,  due uomini. Lo ammetto: ho ascoltato, tutto. Parlavano di tiro obbligatorio e di tiro non obbligatorio, tiro di piacere, l'uno e l'altro affrontati con passione. Insomma, due a cui piace sparare a un bersaglio con un'arma da fuoco. La descrivevano, come fanno un po' tutti in Svizzera, con riferimento all'anno di produzione. Un 97, un qualcosa d'altro. A parte che fa rumore e che se hai una casa vicino a un poligono di tiro dai di matto, sparare può avere un suo fascino. E' un esercizio di concentrazione. Al quarto boccone di pizza mi sono detto che, uguali ai due signori accanto a me questa sera in pizzeria, chissà quanti ce ne sono in giro in Svizzera di innamorati del moschetto e del poligono. Amori dichiarati o meno che siano. E poi mi sono chiesto ancora che cosa, miracolosamente, trattiene tutta questa gente dallo spararsi addosso. E infine ho concluso, andando in altra direzione, che c'è un potenziale bellico spaventoso fra questi cecchini della domenica: anche in pizzeria. Il fucile è la loro playstation: scaricano, insieme al caricatore, la voglia di farsi a pezzi sul serio.  Il fucile è la loro bambola gonfiabile. Cosi' facendo relativizzano la funzione dell'arma di cui parlano e che usano e quindi delle armi in generale. Un'arma che nel weekend stringono, non ho dubbi, più appassionatamente che le loro mogli o compagne.  Feticcio e giocattolo, amante e fidanzata ideale. Uno strumento di morte diventa  attrezzo sportivo, scappatella dichiarata. "Amore, vado a sparare un paio di caricatori al poligono..." E ci vanno davvero, non è nemmeno una scusa. Quando questi snipers vedono in TV un ragazzino che in Africa piuttosto che in Medio Oriente stringe un Kalashnikov fra le mani commentano, increduli e scandalizzati. Ma se glielo spiego io, a quei ragazzini, che nel mio paese la gente va a sparare senza avere un vero nemico di fronte, scuotono la testa e dicono che i matti siamo noi.

martedì 21 giugno 2011

Tim e il vento della vita

Vorrei suggerire questo LINK, è un corto firmato da Tim Hetherington, fotografo, cameraman e regista, ucciso in Libia mentre faceva il suo lavoro due mesi fa circa. Me lo sono guardato e riguardato, ora lo segnalo, riesco a segnalarlo. Riduco le parole, in questi giorni, anche la luce: diventa una piacevole penombra e ricarica. Ringrazio tutte le persone che hanno postato commenti, ho qualche difficoltà tecnica a farlo individualmente.

domenica 19 giugno 2011

Il cancellino sui profughi

(c) 2011 weast productions / ayse erdem
La Turchia li nasconde. L'ambasciatrice di buona volontà Angelina Jolie si è nascosta nascondendoli ancora di più. I profughi siriani sono invisibili, o quasi. C'è un disegno dietro questo cancellino applicato alla realtà. Lasciare che il mondo si nutra soltanto delle immagini girate con il telefonino dentro la Siria e di quelle rubate nei campi profughi della Turchia. La primavera siriana (se ne esiste una: personalmente sono convinto che esista) è tenuta in una dimensione di quasi virtualità. Ma è reale. I profughi sono reali o stiamo sognando? Per chi è interessato c'è QUESTO slide show, pubblicato senza commento parlato. Solo immagini. Solo profughi. Perché ci sono, o ci stiamo sbagliando tutti?

La pelle che conta

(c) 2011 weast / ayse erdem
(c) 2011 weast / ayse erdem
L'ho attesa per ore, in Turchia. Davanti a una ex fabbrica di tabacco con dentro centinaia di profughi siriani e insieme a centinaia di giornalisti e telecamere. Si è fatta vedere alla fine, per 15 secondi. Un braccio alzato a salutare, gli occhi forse commossi osservati al rallentatore. Facciamo anche questo lavoro: attendiamo le star che portano umanità. Avrei voluto soltanto sentire il suo parere su questa curiosa concomitanza: l'operazione "visita ai profughi siriani" a Angelina Jolie deve avere portato anche parecchi soldi, poiché lo stesso giorno sull'ultima pagina di un diffusissimo quotidiano turco è stata pubblicata una foto di Angelina seduta in mezzo alla natura, fra i piedi una borsa da viaggio. La pubblicità della Louis Vuitton. Angelina Jolie ne è la testimonial mondiale. Un affare con la pelle che costa, sulla pelle dei rifugiati. Se si fosse concessa un minuto per una domanda avrebbe magari potuto dire, per il sollievo di tutti (o perlomeno mio) che i soldi ricavati dalla pubblicità a tutta pagina andavano all'assistenza ai profughi siriani. Nel video weast productions, l'arrivo di Angelina al campo profughi turco e la sua partenza (unico momento in cui si è mostrata). Alle domande, chiaramente, non aveva alcuna voglia di rispondere. Adesso vi chiederete perché pubblico così tante foto di Angie, indirettamente stando al suo gioco, e cioè pubblicità, immagini, disseminazione globale: semplicemente perché dopo aver passato 11 ore e mezzo ad attenderla, un paio di scatti riusciti (meglio che ai colleghi) li devo mettere online. Per togliermi lo sfizio professionale della preda immortalata. Per guardare il video in qualità superiore cliccate QUI.