Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

martedì 8 dicembre 2015

Gesù Bambino è una bambina afgana.

© 2015 weast productions

Che quest'anno Gesù Bambino sia una bambina afgana.

La bambina si chiamava Sajida Ali. Aveva cinque anni. È annegata alcuni giorni fa nel mare davanti a Cesme, nella provincia di Smirne, in Turchia. Se quest'anno accettassimo di chiamare Gesù Bambino Sajida, daremmo prova di una forza immensa. Di coraggio. Compiremmo, tutti insieme, un atto di resistenza. Nei confronti del mondo per come va. Nei confronti di chi vuole farlo andare così. E nei confronti di chi è soddisfatto che vada così. Di chi pensa che non cambierà mai. E di chi non ci pensa nemmeno a cambiarlo.

Sto terminando il mio libro sul viaggio dei profughi di guerra lungo la rotta dei Balcani. Ho cercato, parola dopo parola, di evitare la retorica, che viene fuori così facile in questo casi. I sentimenti rischiano di diventare retorica. Quindi: niente sentimenti. Raccontare, soltanto, il coraggio di queste persone che si mettono in viaggio per cercare una vita diversa. Diventa, osservandoli, il nostro coraggio.

La morte di Sajida, e la morte, oggi (alle 2.30 di questa mattina), di altri sei bambini afgani, annegati anch'essi al largo di Cesme: sono la più devastante denuncia nei confronti dello “Stato islamico” e di chi lo utilizza alla pari di un esercito di mercenari. Ho sempre constatato, in Occidente, la disponibilità di molte persone a leggere la realtà. A volerla capire. A provare, anche, un sentimento di solidarietà e compassione nei confronti degli esseri umani in fuga dalle loro terre, più recentemente dei profughi che attraversano i Balcani. Circolano inquietudini e tanti legittimi interrogativi, certo, ma ci sono anche la solidarietà e il desiderio di aiutare queste persone. Non è la nostra indifferenza che lo “Stato islamico” vuole colpire: è la nostra solidarietà, la disponibilità ad interessarci a queste persone, anche ad accoglierle, il coraggio di discutere, pubblicamente, posizioni di chiusura politica nei loro confronti, di rivendicare il loro diritto a una vita migliore. Anche dopo che giovani radicalizzati (ma radicalizzati mi sembra essere già un complimento, propongo di definirli “giovani azzerati”) hanno colpito una città come Parigi. Questa è la nostra forza. A muovere gli assassini, invece, è il vuoto, la percezione del proprio fallimento individuale, colmato con il materiale da ripiena della religione. È soltanto rabbia nei confronti di chi ha il coraggio di discutere la politica, le scelte strategiche, le decisioni anche belliche prese dai propri governanti. È invidia nei confronti del ragionamento e dell'indipendenza che esso regala. È ignoranza ad alzo zero messa di fronte a chi, invece, chiede di sapere e capire e discutere.

Ecco cosa mancava agli infiniti commenti e alle infinite analisi degli scorsi giorni e delle scorse settimane, prodotti in seguito agli attentati di Parigi (e se vogliamo, anche dopo l'attentato in California). Gli errori dell'Occidente, i reali e indiscutibili errori dell'Occidente nelle sue campagne militari in Medio Oriente e in Afghanistan e ora in Siria non c'entrano nulla. Non ne sanno nulla, gli azzerati dello “Stato islamico”, i ragazzi che decidono di aderirvi. Sono, a volere essere di manica larga, una copertura, mandata a memoria insieme alle formule religiose di cui infarciscono i loro deliranti proclami postati nella rete. Cercano, soltanto, ripiena con la quale colmare il vuoto che hanno dentro. Il vuoto che sono. E del quale – vedete: anche di questo – ci rimproverano di essere noi i responsabili, quando invece non lo siamo. Il fallimento di un'esistenza ha sempre e soltanto l'individuo quale autore e quale unico responsabile. Ne ho incontrati, so di cosa parlo.

Dietro a tutto questo, dietro ai proclami e dietro a questa inarrestabile corsa a un testo religioso, auspicata e assecondata, per altro, da ambienti e gruppi e istituzioni e centri culturali e Stati interessati a un asservimento degli individui al “testo” e al pretesto che esso incarna, dietro alla radicalizzazione religiosa, sono nascosti, nell'ombra, i veri burattinai. Quelli che la sera bevono alcol e fumano insieme, di nascosto. Gli stessi che concedono alle loro truppe, alla soldataglia, il diritto allo stupro e all'esercizio della schiavitù. Avevano bisogno di un esercito per prendersi la rivincita dopo l'invasione americana e occidentale dell'Iraq (tutto gira attorno all'Iraq) e lo hanno trovato. Per reclutare le nuove leve hanno intuito la necessità di fare riferimento all'”amor di patria”. Quale patria? Lo “Stato islamico”. Il richiamo non è esercitato da un Costituzione che sappia garantire a tutti pari diritti e pari doveri, bensì dalla riduzione all'esperienza letterale (e quindi: elementare) di un testo considerato sacro, non per la sua presunta sacralità, ma – in funzione degli obiettivi dello “Stato islamico” - per la brutalità (interessata e indotta, suggerita, incanalata) che qui e là una lettura letterale (la sola di cui, a malapena, gli accoliti sono capaci) autorizza. È il potere ipnotico della religione. Diciamo: delle religioni. Una religione, per tornare all'argomento che ci occupa, proposta, va da sé, non in funzione di un'accettazione dell'altro come tuo fratello, bensì dell'altro come tuo nemico. La religione si presta. Qualsiasi libro si presta a una infinità di interpretazioni: ogni lettura individuale è un'interpretazione.

Gli intellettuali laici capaci di opporre un discorso alternativo a questa precipitazione negli abissi innescata dall'oscurantismo religioso sono stati incarcerati e torturati fino a spingerli – i più fortunati – all'esilio, e quelli meno fortunati alla tomba. È successo in Iraq. È successo in Siria, ad opera del regime di Bashar al Assad, che ha avuto e ha la sua parte nella creazione e nella proliferazione dello “Stato islamico” (si leggano gli studi in materia, alcuni disponibili su internet). Proprio quel Bashar al Assad con il quale oggi qualcuno – e più di qualcuno, e addirittura qualcuno di insospettabile – chiede di allearsi per sconfiggere lo “Stato islamico”. Il mondo non è mai andato diversamente.

Ecco: per rendere omaggio alla nostra forza e alla nostra capacità di ragionare secondo categorie umane e quindi soltanto secondariamente e trascurabilmente religiose, propongo che quest'anno Gesù Bambino sia una bambina afgana. E che si chiami Sajida.

Se non è chiedere troppo.



1 commento:

  1. Benvenuta nel mio presepe piccola Sajida.
    Quanti Gesù Bambini.... sono più numerosi dei pastori ormai!

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