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© 2015 weast productions |
Egregio signor Blocher,
anche questa fotografia è stata
preparata e manipolata dai “passatori turchi”. L'ho scattata io.
Ho atteso che i trafficanti sistemassero la scena e quando era perfetta e mi
piaceva e avevo capito che avrebbe sortito l'effetto desiderato, ho
fatto click.
Vogliamo tornare alle cose serie? Le
va?
Egregio signor Blocher, venga via con
me.
Avevo formulato lo stesso invito,
nemmeno troppo tempo fa, nei confronti di una signora, di una
personalità mooolto in vista la quale, a mio modesto parere, aveva
urgente necessità di andare in Siria, dentro la Siria, per vedere
come stava messa la gente per davvero, quando in Siria, pur esponendosi a grandi pericoli, i giornalisti (alcuni, si capisce) ci andavano
ancora. Me compreso. La signora in questione, invece, non c'era mai
andata. Di parole, però, ne produceva. E di dichiarazioni pure. Hai
voglia.
Lei è la versione maschile della
signora in questione: fatte, si capisce, le dovute distinzioni. E,
preciso, circoscrivendo il paragone all'esatto e matematico merito della ragione che mi ha motivato a scrivere questo post.
Si tratta di parole, di come e per che cosa vengono pronunciate e
utilizzate. Di questo soltanto.
Venga via con me, signor Blocher.
Facciamo a metà per le spese di viaggio, se preferisce pago io, anche se sono messo un po' corto, ultimamente.
Venga, una volta, a vedere con i suoi occhi gli esseri umani che
partono dalla Turchia o che sbarcano sulle isole greche, metta Lesbo,
dove pochi giorni fa ho contato non meno di trenta barconi in otto
ore e forse meno. 56 persone a barcone moltiplicato trenta, veda lei quanto fa.
Oggi, sulla Basler Zeitung, lei
dice tante cose, in un'intervista postelettorale ma ancora elettorale
che non è passata inosservata. Fra le quali cose anche quella che
riporto, scansita, in versione originale:
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© 2015 Basler Zeitung |
In sintesi, lei dice
questo: la stampa è caduta nella trappola dei trafficanti di esseri
umani quando ha
pubblicato la fotografia del piccolo Aylan riverso, senza più vita,
su una spiaggia di Bodrum dopo essere annegato (insieme a un parte della sua famiglia) nel tentativo di giungere in Grecia. La
trappola sarebbe stata, secondo la sua interpretazione dei fatti,
quella di muovere una congiura contro il suo partito e di insomma
commuovere l'opinione pubblica e quindi accordarla su una nota più
ricettiva nei confronti degli esseri umani che arrivavano e stanno
arrivando in Europa centrale e meno verso una versione restrittiva
della politica migratoria, quindi meno verso di lei e del suo
partito. Ci si sarebbe messa anche la stampa internazionale, dico
bene? Una congiura internazionale, quindi? Se congiura era, è decisamente, in ottica postelettorale elvetica, fallita.
Tutto questo, però, non mi interessa.
Di fronte alla sua dichiarazione, tuttavia, mi
sarei aspettato dai giornalisti che la intervistavano (Dominik Feusi
e Christian Keller) la domanda tipica, da manuale: “Ha le prove di
quanto sostiene?”. Due cervelli al lavoro l'avrebbero potuta
produrre, questa domanda. In due avrebbero potuto trovare, da qualche
parte, il coraggio di fargliela, sebbene lei possieda il 33%
della Basler Zeitung. Stando a un comunicato stampa del
30.6.2014, l'aumento di partecipazione per il quale si era deciso
avrebbe dovuto portare, nelle parole di Rolf Bollmann, presidente
degli azionisti citato dalla NZZ, a una testata determinata,
grazie alla sua autonomia (?) finanziaria, a produrre “ricerche
affidabili", "testi seducenti" (bestechende Texte) e "commenti
profilati" (profilierte Kommentare).
Siamo messi bene.
Egregio signor Blocher, io non sto né
con lei, né contro di lei. Mi occupo, veda il caso, delle persone sulle
quali lei si è espresso rispondendo a una domanda dell'intervista a
tutta pagina della BZ di oggi. Ci metto, da quanti anni
ormai?, la mia vita. La mia salute. Le mie ossa. La mia testa. Il
sonno che dormo e i sogni che faccio e il sonno che non dormo. Non è
facile vedere bambini morti. Racconto, in poche parole, la vita degli
altri. Quella dei vivi e quella dei morti.
Quando scatto una fotografia o filmo
una scena, prendo in consegna queste vite. Me ne faccio garante.
Prometto a queste persone che racconterò la loro esistenza nel modo più
diretto e onesto e umano possibile. È un patto, capisce? Loro si
lasciano fotografare perché, credo, capiscono, sentono chi le
sta fotografando, o chi più tardi le condividerà (condividerà la
loro vita) con gli altri in un articolo. In un libro. In un filmato.
La mia vita, in questi momenti, è di
fronte alla loro e come la loro. Quando lei pronuncia queste tre parole: “der tote Bub”, il ragazzino morto, parlando di
Aylan, morto sulla spiaggia di Bodrum, e lo mette in relazione, nel
suo essere finito sui giornali, con una campagna ostile al suo
movimento e alle sue convinzioni politiche, si pone sullo stesso
piano di chi le è ostile per partito preso. E, parimenti, utilizza
gli altri per fini personali o di congregazione. In questo caso
utilizza un bambino morto.
La parola “pietà” ha un
significato non religioso, che mi sta a cuore:
significa “sentimento e disposizione d'animo di chi prova
compassione per le sofferenze, per l'infelicità altrui”
(dall'Enciclopedia Rizzoli Larousse, versione cartacea, roba da
dinosauri). Le dice qualcosa la parola “pietà”? E se la risposta
è no, che cosa risponde a questa ulteriore domanda: perché sospettare la stampa, ipotizzandola complice di una congiura, di provare lo stesso sentimento che prova lei, vale a dire:
nessun sentimento (almeno stando alla sua risposta, una risposta
utilitaristica) di fronte alla morte di quel bambino, uno fra i
tanti? E perché, ultima domanda, dovremmo provare un sentimento di
pietà e di compassione e di mobilitazione soltanto di fronte ai
morti? Ha mai pensato che molta gente ha provato e prova un
sentimento di fronte alla sorte di questi esseri umani, anche dei
vivi, dei vivi?
Venga via con me, signor Blocher, e
apra gli occhi su come sta andando il mondo. Provi questa pietà, ne
dia prova e la testimoni. Fatto questo, consegni al taccuino dei
giornalisti (e si fa per dire giornalisti, nel caso specifico della
BZ), le dichiarazioni che vuole. Saranno diverse, forse non
più asservite a finalità politiche e di partito. Umane, anche nel
sostenere, se vorrà sostenerlo (e sarebbe legittimo farlo, la
libertà di opinione è fondamentale, indispensabile tuttavia è
avere un'opinione basata sui fatti), che la politica d'asilo va
regolata, controllata, dosata, eccetera.
Fornisca però le prove di ciò che
dice (e di cui i giornalisti della BZ non le hanno chiesto di
rendere conto). Dimostri di sapere per davvero di che cosa parla. Per
quanto lei non sembri essere della stessa opinione, le parole hanno un
peso. Sono pesanti come pietre. Le chiedo di rendere conto delle sue
nel passaggio citato. Fornisca le prove di ciò che ha detto. Le
prove della trappola nella quale i giornalisti sarebbero precipitati.
Se desidera, egregio signor Blocher, le
mando questo testo in versione tedesca. E pure quello che sabato uscirà
nel Senso del taccuino, che è
una rubrica su un quotidiano chiamato La Regione
e a lei, immagino, sconosiuta. C'è sempre una prima volta.
Parlerò ancora della sua sortita, sulla
BZ. Soltanto del passaggio in cui lei, ignorandone il nome,
chiama Aylan “der tote Bub”. Fare il nome dei morti, signor
Blocher, è un modo per rendere onore alla loro memoria, per
ricordarli. Anche quelli sconosciuti e lontani da noi.
Venga via con me. Tre giorni a tu
per tu con i profughi in arrivo su un'isola greca le potrebbero anche
cambiare la vita. Non tutta, nessuno glielo chiede. Ma almeno una
parte, metta pure: piccola.