Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

domenica 29 aprile 2018

C'è un nuovo portale. Scoprilo.


Questa pagina non sarà più aggiornata. 

A partire da lunedì 30 aprile 2018 alle ore 7.00 scopri il nuovo portale Faccia da Reporter su 


Grazie per continuare a seguirmi. Ti aspetto!

lunedì 26 marzo 2018

Guarda la fotografia.

(c) 2018 weast productions
A SpazioReale ne sto preparando un'altra. Segnatevi il 15 aprile (dalle 17.30) e il 18 aprile (dalle 20.45). Maggiori info e più immagini, anche video, sui social di SpazioReale e miei. Vi aspetto. 

sabato 24 marzo 2018

Gli imbecilli sono dati.

© 208 weast productions / tutti i diritti riservati

Premessa.

È da gennaio che non scrivo sul Blog.

In molti mi hanno inviato messaggi chiedendomi: sei morto? Se avessi risposto di sì, mi avrebbero creduto? E se non avessi risposto, se la sarebbero presa? Con un morto o con un maleducato?

La gente si fa delle domande sulle domande che fa? Lo dico con immenso affetto.

Sono vivo, ma sento di doverne fornire la prova. E così vi regalo un Senso del taccuino. È vero: non scrivo da gennaio. Sapete perché? Sto preparando il mio nuovo portale, totalmente assorbito da questa sfida: questione di un paio di settimane ancora e avrò il piacere di comunicarvi l'indirizzo. Intanto facciamoci un Taccuino, tutti insieme.

Il titolo lo spiego dopo. Prima: diamo un'occhiata a ciò che scriviamo su Facebook. Leggiamolo come potrebbe leggerlo qualcuno fra cento anni. Non è, tuttavia, necessario lo sforzo temporale e prospettico. Basta un po' di autoironia. Gatti accasati, gatti smarriti, cani senza guinzaglio, cani soli, sciolti o accompagnati, belle giornate o giornate da dimenticare, geoposizionamenti in questa o quella capitale, chilometri percorsi in bicicletta, altre imprese personali (sempre in funzione autocelebrativa), antipasti, portate principali, dessert, qualche vino, insignificanti prese di posizione dal vago sapore politico, sgrammaticate o piene di svarioni causati dalla fretta o da chissà cosa e quasi sempre (sempre) di una piattezza terrificante e tuttavia scambiate per un manifesto (quando non addirittura per dell'eroismo), improperi, insulti, dichiarazioni d'amore e di eterna fedeltà, addii (imbarazzanti), compleanni, oh sì: compleanni, onomastici, nascite, nascite, nascite, qualche decesso, ricoveri ospedalieri (la mano spezzata, la spalla lussata, la chiappa ammaccata, qualche rarissimo e coraggiosamente confessato caso di priapismo), e pure, cambiando genere, il lancio del nuovo portale Faccia da Reporter, io per primo mi ci metto, mi butto nella minestra, per limitarmi a questa e non pensare all'alternativa.

Scriviamo una infinita quantità di cagate su Facebook, scambiandole per barricate. Sarebbero (se lo fossero sul serio) barricate scivolose. Impossibile arrivare in cima. Le mani perderebbero la presa. La superficie sarebbe inevitabilmente e per definizione, considerate le premesse di natura organica: viscida. La sostanza non tiene.

Lo ha scritto qualcuno prima di me: i dati che regaliamo a Facebook sono un mucchio di merda. E tanto valgono. La merda concima. E basta. Chi vuole usarla: prego, si serva. Credete davvero che un canadian nerd dai capelli tinti di rosa, un ometto british vestito con maniacale perfezione e con l'aria di uno che a scuola le prendeva (quindi di carattere vendicativo), un american ciccione con la passione per l'estrema destra e un altrettanto american miliardario con una inavvicinabile figlia gnocca - questione di gusti, a me Rebekah Mercer piace - (tutti quanti personaggi riconducibili all'etichetta Cambridge Analytica) possano avere inventato e finanziato un algoritmo capace di definire la nostra personalità (averne una), di cogliere e influenzare, anche con la menzogna, la parte verso la quale politicamente (e non soltanto) tendiamo o potremmo o dovremmo tendere? Di averlo fatto sulla base dei like che mettiamo alle foto di felini, criceti, chiappe di diversa provenienza e tenuta, alle sparate di questo o quel politico di bassa se non addirittura insufficiente caratura e vai e vai e vai?

Vi pensate davvero così semplici? Semplificabili? Provate a fare l'amore prima di recarvi a un seggio. O a non farlo. Voterete in due modi diversi. Provate ad andarci con i figli piccoli o da soli. Con la moglie o senza la moglie, col marito o senza. Con la pioggia o con il sole. Con il mal di denti o senza. Voterete in modi opposti. Dipendiamo da un'infinità di fattori. Le analisi psicometriche di Cambridge Analytica sono state create allo scopo di fare soldi. E, ora che sono state “rivelate”, di farci paura: chi ha paura sta schiscio. Una volta si diceva: vendere fumo. Oggi, con tutto il rispetto parlando, si dice: vendere bullshit. Su Facebook c'è il vuoto. E dentro Facebook esso risuona: splash splash splash. Il suono della mierda, signore e signori.

Il fatto che – in particolare – siano i politici (Trump nel caso, ma prima di lui Obama) a essersi apparentemente serviti di queste nebulose e ipotetiche analisi psicometriche e del microtargeting (Obama di un'App più che di un sistema di valutazione e manipolazione della personalità, ma insomma), la dice lunga sui politici. Proviamo a rovesciare le prospettive: a volte serve. I fessi, forse, non siamo noi: dopo tutto.

Facebook non l'ha inventato Zuckerberg: l'abbiamo inventato noi. È da una vita che esiste. Lui (magari fosse stato davvero lui) lo ha messo su internet. Facebook è il negozio di quartiere. L'ufficio. L'angolo caffè in azienda. La zona fumatori. La bottega del barbiere, il salone del parrucchiere, la boutique di intimo femminile con dentro le mogli, il bar con dentro i mariti. Tutti luoghi dove andare per provare il piacere (insolitamente intenso) dello spettegolezzo sugli altri, per sentenziare, per tirarsela, per fare il punto su come è messo il mondo e la vita (degli altri: a volte anche, ma fintamente, la nostra), che è sempre un micromondo ed è sempre una microvita (oggi si parla di “bolla”, ma è la stessa cosa). Avete mai confidato un segreto a qualcuno esigendo le garanzie necessarie affinché rimanesse tale? È davvero rimasto un segreto? Avete davvero inteso chiedere che rimanesse un segreto? Non credo. Chi ve lo ha sottratto: Cambridge Analytica? Siamo esseri umani, suvvia.

Cosa ci hanno rubato? Il nostro avatar, una sorta di alter ego al quale affidiamo la finzione di come vorremo essere (riconosciuti) nella vita. Ci accontentiamo della rete.

I nostri amici hanno accettato di rispondere alle domande di un'app che ha rubato anche i dati che ci riguardano? Gli amici si scelgono. E: ciascuno ha gli amici che si merita.

Gli americani hanno votato Trump? Che se lo tengano. I russi Putin? Idem. I britannici usciranno dall'Ue? Che escano. Gli italiani si fidano dei 5 Stelle? Si fidino. I francesi di Macron? Va bene. Ai tedeschi piace la Merkelona? E allora? L'Europa dell'Est vota a destra? Siete mai stati in Europa dell'Est? Pensate davvero che voti a destra a causa delle fake news disseminate da Facebook?

Gli imbecilli hanno il diritto di essere tali. Fino in fondo. Sono dati: nel senso che vivono fra di noi. Non se li prenderà mai nessuno. Nessuno li ruberà e se li porterà via. Ce li dobbiamo tenere.

La resistenza vera si fa sulle barricate: non su quelle che scivolano, però.




lunedì 29 gennaio 2018

Sospiri di quartiere / 2.

(c) 2018 weast productions / all rights reserved.


A richiesta Faccia da Reporter propone la continuazione di "Sospiri di quartiere". Non soltanto a richiesta. Una storia si rifiuta di non essere continuata. È più forte di lei: vuole andare avanti.  

E tu, cosa avresti potuto fare?, mi chiede, senza avvisaglie. Forse la stessa cosa che hai fatto tu, rispondo. Ride. Dice: ma la scriverai davvero, questa storia?

   Questo era il finale. 

   Ho scritto la prima parte della storia. E lei l'ha letta. Gliel'ha tradotta un amico comune: vive anche lui nella stessa città, che ancora non sono autorizzato a nominare. È un bastardo simpatico. Ho molti amici bastardi, quasi tutti. Tanti sono finiti in questa città. Lui guidava una jeep blindata, in Iraq. Dal 2003 al 2006, quando gli avevano sparato a un piede. Quelli che gli avevano sparato si erano avvicinati e uno che parlava inglese gli aveva illustrato due possibilità: o farsi ammazzare subito come un cane oppure andarsene dall'Iraq. Lui aveva risposto: “Fuck you”. L'altro aveva capito che se ne sarebbe andato e lo aveva lasciato lì a provare il dolore che fa un proiettile quando ti spappola una caviglia, entrando dritto dal malleolo. Aveva fatto le valigie tre settimane dopo, giusto il tempo di stare in piedi da solo.  

   Questo mio amico, che ai tempi (guarda un po': lo avevo conosciuto in Iraq) si faceva chiamare Jazz, e che ancora oggi si fa chiamare Jazz, come la musica Jazz o come il profumo di Yves Saint Laurent (lui dice che è per il profumo), non è molto raccomandabile. Lo è soltanto moderatamente. Uno che ha guidato un gippone blindato in Iraq meriterebbe tre anni di galera, al diavolo la presunzione di innocenza. Come lui ce n'erano di tutte le nazionalità: polacchi, serbi, montenegrini, georgiani, italiani, svizzeri, francesi. C'era di tutto. Non importa, stiamo per parlare d'altro.

   Jazz è rumeno e parla italiano. Con l'inglese se la cava. Quindi le ha tradotto il racconto che ho mandato in copia sia a lei che a lui, assecondando il desiderio che lei aveva formulato di sapere che cosa avrei ricavato dal nostro incontro e dalla lunga conversazione che abbiamo avuto al tavolino di un caffè, seduti all'aperto, per caso più che altro, come per caso succede tutto nella vita. Per caso vai a letto con una donna, per caso lasci la pelle da qualche parte: tutto per caso. E per questa piuttosto che per quella ragione. 

   “Sospiri di quartiere” le è piaciuto, mi ha scritto Jazz. Una whattsappata che al messaggio comprensibile lasciava seguire una lunga (e meno comprensibile) riga di simboli. Messi insieme e fatti decantare avevano prodotto quale significato, dopo un po' di pensarci su, lo stupore di Jazz per il fatto che di fronte a quella ragazza (nemmeno più tanto ragazza) mi fossi accontentato di farmi raccontare la sua storia e di scriverla. Ho risposto al messaggio di Jazz con il simbolo del pollice girato verso l'alto. Questione di lasciarlo tranquillo. Non sa nulla. 

   Per dovere di cronaca, devo tornare al momento del nostro incontro in cui lei mi aveva descritto il quartiere nel quale vive: i preti che le affittano l'appartamento non le avevano nascosto le tentazioni alle quali lo stesso quartiere immancabilmente cede, sul far del giorno, come si dice, quasi fosse una clausola da mettere a contratto per evitare successive lamentele degli inquilini. Devo altresì ricordare la sua predilezione per le passeggiate fatte proprio la mattina presto. 

   Mi aveva parlato dei suoi smarrimenti solitari, lungo una strada e un'altra, una traversa e poi un'altra ancora: uno dopo l'altro, i passi la trasformavano lentamente (sentiva qualcosa, nella lentezza con la quale avanzava) in testimone di ben altri smarrimenti, comunicati dalle finestre aperte attraverso le quali provenivano come fossero spinte fuori da ventilatori accesi al massimo (si sarebbe detto: ostentate, ma non finte, soltanto ostentate) variazioni vocali femminili (in particolare femminili) che cercavano di stare dietro ai sussulti della carne (femminile, anch'essa, anche se non soltanto, come avrebbe potuto essere?). 

  Aveva continuato spiegandomi che adorava quel quartiere nel quale le donne facevano l'amore prima di andare al lavoro, lo facevano quasi fosse una gara per la quale le iscrizioni si chiudevano la sera prima. La notte trascorreva silenziosa, attraversata soltanto dal rumore di una motocicletta che passava di lì oppure, per chi aveva l'udito fino (lei lo aveva), dal russare prodotto da qualche maschio, sempre tuttavia tollerato dalla compagna di letto, poiché quel sonno ristoratore, sebbene un po' rozzo, non poteva che fornire la garanzia di un rinvigorito spirito agonistico che di lì a qualche ora avrebbe caratterizzato il risveglio. 

   Le piacevano quelle donne che urlavano il loro godimento, lasciavano che rimbalzasse da un appartamento all'altro, addirittura da un palazzo all'altro, sfruttando (grazie alla posizione favorevole della camera da letto, quindi non soltanto per merito) l'indice di riflessione acustica delle vetrate del caffè situato all'angolo: esse riverberavano tutto e fornivano una stima approssimativa della quota alla quale le (più) fortunate si trovavano rispetto alla vetta, lasciando intuire non soltanto la misura dell'ascesa compiuta, ma anche di quella che ancora (felicemente) restava da compiere, e (e) facevano così rapporto alle orecchie della collega di ufficio che viveva mezzo isolato più in là, la quale malauguratamente non poteva contare, per fare rapporto a sua volta, sulla presenza di vetrate amplificatrici sotto casa, anche se avrebbe tanto voluto averle, non fosse altro che per certificare di trovarsi anch'essa a un punto non del tutto trascurabile della scalata.  

   Si era appassionata, facendo e rifacendo lo stesso giro ogni mattina, alla voce di una donna: era bassa e roca, sicuramente questa fuma, si era detta una volta, eppure era una voce bella, emetteva una sorta di rantolo, un rantolo pieno di vita, una lenta agonia che supplicava (non soltanto se stessa) di non finire mai. Quando si alzava, quella nota, uscendo prepotentemente dalla finestra del secondo piano di una palazzina color giallo sbiadito, produceva l'effetto portentoso di chiamare a raccolta tutte le altre soliste, di suggerire il senso della disciplina fra le orchestrali nel momento più sfrenato ed eversivo della giornata, di mettere in fila dietro di sé gli archi insieme agli ottoni, i legni con le percussioni, insomma di raccogliere in un solo spartito quella meraviglia di voci femminili, e addirittura di costringere i maschi alla condivisione del tempo scandito e, cosa ben più importante, a un'interpretazione generosa della tempistica. L'aveva definita: la direttrice, perché era lei a decidere quando l'orchestra dei sospiri di quartiere avrebbe tagliato il traguardo. Mai (o quasi) prima di lei.

   Quel quartiere era riuscito a farla sentire viva, di nuovo. Dopo tanto tempo. Persino a farle, non dirò dimenticare, ma farla scendere a patti, questo sì, con l'impossibilità che, tempo prima, aveva attraversato violentemente il suo cammino di guerrigliera, di cecchina: quando aveva proposto al suo uomo di trascorrere una settimana d'amore (in realtà lei aveva detto: di sesso) a Istanbul, dopo la guerra, e lui si era fatto ammazzare prima che finisse.

   Cosa posso aggiungere? Che ho visto l'appartamento nel quale lei vive, in questa meravigliosa città innominabile. Le quattro fotografie appese alla parete, una soltanto mostra un ragazzo con la faccia sporca e gli occhi accessi ma divertiti, i libri impilati in un angolo del soggiorno, tutti letti, ho controllato, e nel breve corridoio, appoggiate lì come un fucile, un paio di scarpe eleganti con il tacco altissimo. Le metti mai?, le ho chiesto. Le metterò, ha risposto. 

   Jazz le tradurrà anche questa puntata del racconto. Che è vero. Come siete veri voi che lo leggete. E che continua.







giovedì 25 gennaio 2018

Tu ancora non sai.

(c) 2018 weast productions / all rights reserved.

Leviga la notte.
Leviga il mio corpo.
Levigami.
Fammi sparire.
Cancellami.
Ho il coraggio
di chiedertelo, io:
ragazzo.
Testarda:
come sono.

Hai pianto, leggendo
Darwish?
Hai provato rabbia?
Lo hai capito?
Che cosa, hai capito?
Lo hai: letto?

Di me: cosa sai?
Di me, di me. Di me.
Io so che tu
hai le mani ruvide.
Che le tue mani
hanno paura.
Si avvicinano al mio corpo
già sapendo
che non ci arriveranno mai.

Il tuo coraggio
si perde in altre cose.
Da altre imprese
derivi gloria.
Stai dietro
alla battaglia.
A una prossima.
Conti le pallottole.
Le lucidi.

Anche la mia pelle,
questa notte,
è lucida.
Sarebbe l'istante
perfetto.

Tu ancora non sai
che siamo rimasti in due,
noi due,
soltanto.
Non dico al mondo.
Ma: qui.
Qui: sì.


È la prima poesia inviatami da Gaza dalla giovane autrice che corrisponde con Faccia da Reporter. È arrivata alle 19.15 di oggi. L'ho tradotta in fretta, con la solita scarsa cura e competenza, credo, ma con l'urgenza di darle vita in italiano. Credo si innesti bene nell'attualità che conosciamo, e soprattutto che sia ideale per fare da coraggiosa barricata a quanto si sta dicendo in queste ore da tribune prestigiose (per chi?) come Davos, in relazione alla terra nella quale questa ragazza vive e vuole vivere. L'invito è a leggere le poesie di Mahmoud Darwish: creano una trincea (del pensiero) resistente nei confronti dell'idiozia. 

sabato 20 gennaio 2018

Sospiri di quartiere.

IL SENSO DEL TACCUINO


(c) 2018 weast productions / tutti i diritti riservati.

   Un curriculum vitae non è un'autobiografia: se lo fosse dovresti scrivere un libro quando cerchi lavoro. Il problema è che non lo leggerebbe nessuno. Quelli delle risorse umane non leggono. L'idea le era venuta a Beirut. La città si presta alle idee. O alla loro totale assenza. Era tornata in albergo. Aveva trascorso quattro ore fra aperitivo, cena e dopocena con il responsabile delle risorse umane di un importante gruppo di telecomunicazioni con sede principale a Dubai. Si erano dati appuntamento nella sola città raggiungibile da entrambi senza affrontare lunghe ore di volo. Quelli del gruppo cercavano qualcuno per la sicurezza, era venuta a saperlo attraverso un amico. Lei, di sicurezza qualcosa sapeva. A cena, quando lui le aveva chiesto di fornirle un curriculum vitae, lei l'aveva presa larga, cominciando da quando era bambina e giocava soltanto con i maschi, mai con le sue coetanee. Da ragazza, aveva aggiunto, aveva continuato a giocare con i maschi, fino al giorno in cui aveva capito che si poteva anche frequentarli, incontrarli e baciarli di nascosto.

  Si era resa conto che un curriculum vitae non è un'autobiografia nell'istante in cui l'uomo che le stava di fronte, dall'altra parte del tavolo al ristorante, aveva cominciato a guardarla in modo strano. Come se l'argomento, ormai, non fosse più il posto di lavoro a Dubai. Lo aveva spaventato. Gli aveva raccontato troppe cose, troppa vita, troppo della sua vita. La faccia di lui aveva cominciato a cambiare quando lei, ormai, stava illustrando gli anni più recenti della sua vita, cose, insomma, accadute quattro, massimo cinque anni prima. Forse, stava pensando seduta sul grande letto della camera d'albergo, scalza e con addosso soltanto una maglietta, non avrebbe dovuto menzionare il fatto che lei aveva ucciso. Ucciso, sì. Non per gelosia (si dice che le donne, solitamente, uccidano per gelosia) non per interesse finanziario (anche qui: si dice che le donne, se uccidono, uccidano per sete di denaro) e nemmeno per follia (si  dice anche questo delle donne). Lei aveva ucciso per convinzione: in guerra. 

   Per illustrare all'uomo che le stava di fronte i dettagli di questa parentesi della sua vita non c'era più stata l'occasione. Il dopocena lo avevano trascorso insieme in un bar alla moda, con la musica alta e, soprattutto, con lui che aveva ormai deciso che per il lavoro in questione non era idonea, ma per andarci a letto quella notte sicuramente sì. A volte, pensare troppo è sconveniente. Le idee fisse finiscono con l'essere leggibili. Lei glielo aveva letto in faccia, come se improvvisamente il responsabile delle risorse umane si fosse trasformato in un gobbo televisivo, in una pagina di Kindle, perfettamente illuminata, come se, fra lei e lui, avesse preso posto al tavolino che condividevano un suggeritore professionista, incaricato, più che di ricordare le battute, di fornire un'interpretazione dell'azione teatrale. 

   Poteva metterci una croce sopra, si era detta. Con quello, lei, a letto non ci sarebbe mai andata. Nemmeno morta. Tanto più che se le avesse chiesto ulteriori elementi sul suo curriculum vitae avrebbe corso il rischio di non reggerli. Quelli delle risorse umane, aveva concluso, detengono un potere che nasconde l'incapacità di capire l'essere umano. Lo aveva salutato ed era rientrata in albergo. A piedi. Le piaceva il rumore che facevano i tacchi delle sue scarpe nella notte. In qualsiasi città si trovasse. Le piaceva fumare camminando.  

   E: le piaceva quella città. Non Beirut, da dove era ripartita il giorno dopo, senza lavoro ma anche senza doversi fare una doccia lunga tre ore per togliersi dalla pelle l'odore di un altro. Le piaceva la sua nuova città. Era tutto diverso. Nessuno la conosceva e lei non conosceva nessuno. Quando usciva dal piccolo appartamento che aveva acquistato nel centro storico, un affare pazzesco non poteva fare a meno di concludere ogni volta che ci pensava, era come se cominciasse a vivere per la prima volta. E come se ogni volta ne avesse la trasparente consapevolezza. Quando mai le era successo, nella sua vecchia vita? Sentiva di essere una ragazza, nonostante i suoi anni non meritassero quella definizione, sebbene di poco. Gli anni magari no, lei invece se la meritava tutta. Aveva cominciato a contare gli uomini che la guardavano, che per strada le mettevano gli occhi addosso, alcuni erano affamati, altri invece comunicavano un tacito apprezzamento, meno aggressivo. Le piaceva che gli uomini la guardassero. Anche questo la faceva sentire viva, in modo diverso da prima. 

   C'era qualcosa d'altro, di insolito. Era una sensazione strepitosa: la sensazione della libertà. Quando si era davvero sentita libera, prima? Mai. Mai o quasi. Ora si sentiva libera. Avrebbe potuto decidere cosa fare, ogni giorno. Avrebbe potuto fare ogni giorno una cosa diversa. Le piaceva alzarsi la mattina presto e passeggiare nelle vie del suo quartiere. L'aria era fresca e quasi pulita, soltanto più tardi si sarebbe riempita del frastuono delle automobili e dei motorini, dell'odore del gasolio carburato male e di tante altre cose. Le donne, a quell'ora del mattino, facevano l'amore con le finestre aperte. L'aria trasmetteva le variazioni vocali del loro godimento. Ogni volta, ascoltandole, si immaginava che stessero partecipando a un concorso canoro trasmesso da una stazione radiofonica. Facevano a gara a quella che urlava di più e meglio. Se una emetteva una nota lunga e alta, quasi stridula, al punto che c'era da impensierirsi, subito un'altra rispondeva con una repentina e imperiosa variazione, tendente al basso, un colpo di voce breve e concentrato. 

   Quando i preti (la casa in cui abitava apparteneva al ricco clero locale) le avevano venduto l'appartamento, l'avevano avvertita, anzi (aveva avuto questa impressione) messa in guardia: il quartiere, la mattina presto, si animava e cedeva alle tentazioni, le avevano spiegato, non tutti arrossendo, ma due dei tre presenti sì, quelli erano arrossiti. Lei aveva provato a immaginare come avrebbero reagito se avessero saputo davanti a chi avevano poc'anzi cambiato colore. Come avrebbe reagito anche quello che non era arrossito.

   I preti, per fortuna, non le avevano chiesto il curriculum vitae. E lei non era ricascata nella tentazione dell'autobiografia. Aveva quindi taciuto, senza provare sensi di colpa, il suo recente passato. Aveva taciuto i bersagli colpiti (colpiti per sempre), che solitamente erano delle teste o dei torsi, entrambi umani, e che per uno scrupolo contabile (soltanto per questo: non si era mai vantata dei successi ottenuti con i suoi compagni di battaglia ) aveva inciso con intagli minuscoli e precisi fatti con il coltello sul calcio del suo Berrett M107 A1, il fucile di precisione che era diventato il suo uomo nl corso degli anni, e non erano stati pochi, che aveva trascorso nella guerra di Siria. Erano stati insieme sempre. Lei gli parlava. Aveva l'impressione che lui rispondesse, con la precisione immancabile dei tiri messi a segno. 

   Lei era stata una delle pochissime donne siriane (c'è chi dice l'unica, ma lei nega) a combattere fra gli insorti in Siria, in particolare nella prima fase di questa guerra. I combattenti maschi la rispettavano, anzi sembravano temerla. Nessuno ci aveva mai provato, con lei. A perte uno. Uno che le piaceva. Non avevano mai combinato nulla insieme, nemmeno quando ne avrebbero avuta l'occasione, certi che nessuno li avrebbe scoperti. Avevano parlato, questo sì. Parlavano nelle lunghe notti, quando sul fronte si muoveva poco e si stava svegli fumando sigarette e bevendo lei tè e lui caffè. Litri di tè e caffè. E decine di sigarette, lei al mentolo, lui le Marlboro rosse che entravano dalla Turchia. Una di quelle notti, lei gli aveva detto che quando sarebbe finita la guerra sarebbero andati insieme a Istanbul, avrebbero preso una camera d'albergo e si sarebbero concessi ciò che non si erano concessi in Siria. Avrebbero smesso di uccidere e si sarebbero fatti di tutto, per dieci giorni. Si sarebbero fatti a pezzi. Senza uscire mai dalla camera. Lui, dapprima, non aveva capito. Lei gli aveva spiegato che avrebbero fatto l'amore. 

   Lui era morto due settimane dopo questa proposta notturna. Un cecchino, dall'altra parte del fronte, lo aveva dapprima accecato con il riflesso di uno specchietto, costringendolo a muoversi dentro il suo “nido”, ricavato in un'abitazione bombardata e disabitata. Poi aveva messo a fuoco il bersaglio. Aveva inspirato, trattenuto l'aria nei polmoni e fatto fuoco. Il colpo di fucile gli aveva attraversato la testa, entrando dalla fronte e uscendo dalla nuca. Un colpo pulito.

   Racconta tutto questo seduta al tavolo di un caffè all'aperto nella sua nuova città, il cui nome chiede che non venga scritto. L'aria non è calda, ma si sta bene lo stesso. Indossa un giaccone di tela blu, dei jeans e degli scarponcini che, vagamente, ricordano quelli dei militari. Le dico che avrebbe potuto fare l'attrice. Mi sento un idiota subito dopo avere pronunciato questa frase. La donna che ho di fronte non è bellissima, ma è come se ciascun suo movimento, ciascun gesto suggerissero la sua straordinaria storia. Quella trascorsa, e quella che sta prendendo forma oggi. C'è qualcosa di irresistibile, in questa ragazza, che non è più una ragazza ma è come se lo fosse, come se fosse tornata a esserlo. Lei dà un'ultimo tiro alla sigaretta e la schiaccia nel posacenere. Non dice nulla, per un bel po'. E tu, cosa avresti potuto fare?, mi chiede, senza avvisaglie. Forse la stessa cosa che hai fatto tu, rispondo. Ride. Dice: ma la scriverai davvero, questa storia?   




   

venerdì 19 gennaio 2018

Il senso del taccuino.

(c) 2018 weast productions / vietata la riproduzione.

Domani nel Senso del taccuino su Faccia da reporter: "Sospiri di quartiere". Qui di seguito il consueto estratto.

   Le piaceva quella città. Era tutto nuovo. Nessuno la conosceva e lei non conosceva nessuno. Quando usciva dal piccolo appartamento che aveva acquistato nel centro storico, un affare pazzesco non poteva fare a meno di concludere ogni volta che ci pensava, era come se cominciasse a vivere per la prima volta. E come se ogni volta ne avesse la trasparente consapevolezza. Quando mai le era successo, nella sua vecchia vita? Sentiva di essere una ragazza, nonostante i suoi anni non meritassero questa definizione, sebbene di poco. Gli anni magari no, lei invece se la meritava tutta. Aveva cominciato a contare gli uomini che la guardavano, che per strada le mettevano gli occhi addosso, alcuni erano affamati, altri invece comunicavano un tacito apprezzamento, meno aggressivo. Le piaceva che gli uomini la guardassero. Anche questo la faceva sentire viva. 

   C'era qualcosa d'altro, di insolito. Era una sensazione strepitosa: la sensazione della libertà. Quando si era davvero sentita libera, prima? Mai. Mai o quasi. Ora si sentiva libera. Avrebbe potuto decidere cosa fare, ogni giorno. Avrebbe potuto fare ogni giorno una cosa diversa. Le piaceva alzarsi la mattina presto e passeggiare nelle vie del suo quartiere. L'aria era fresca e quasi pulita, soltanto più tardi si sarebbe riempita del frastuono delle automobili e dei motorini, dell'odore del gasolio carburato male e di tante altre cose. Le donne, a quell'ora, facevano l'amore con le finestre aperte. L'aria trasportava le variazioni sonore del loro godimento. Ogni volta, ascoltandole, si immaginava che stessero partecipando a un concorso canoro trasmesso da una stazione radiofonica. Facevano a gara a quella che urlava di più e meglio. Se una emetteva una nota lunga e alta, quasi stridula, al punto che c'era da impensierirsi (per un istante soltanto), subito un'altra rispondeva con una repentina e imperiosa variazione, tendente al basso, un colpo di voce breve e concentrato. 

   Quando i preti (la casa in cui abitava apparteneva al ricco clero locale) le avevano venduto l'appartamento, l'avevano avvertita, anzi (aveva avuto questa impressione) messa in guardia: il quartiere, la mattina presto, si animava e cedeva alle tentazioni, le avevano spiegato, non tutti arrossendo, ma due dei tre presenti sì, quelli erano arrossiti. Lei aveva provato a immaginare come avrebbero reagito se avessero saputo davanti a chi avevano poc'anzi cambiato colore. Come avrebbe reagito anche quello che non era arrossito se avesse saputo chi era lei, per davvero.

domenica 31 dicembre 2017

"Voglio che tu...". Gli auguri di Faccia da Reporter per il 2018.

(c) 2017 weast productions

Care lettrici e cari lettori: Faccia da Reporter vi fa i migliori auguri per l'anno che sta per iniziare. Ieri è giunta una nuova poesia da Gaza, scritta dalla giovane autrice che ormai conoscete, anche se soltanto attraverso i suoi testi. Ho impiegato parte della notte trascorsa per tradurla, ammetto con poca sapienza. Intanto, però, è in italiano. Sia lei a portarvi gli auspici per il 2018.


Ho la bocca che sa di sa-
le.
La lingua di erbe aromatiche.
Un po': pizzica.

Ho il corpo
che non sta
più
fermo.

Sono entrata, 
celandomi,
nel mare. 

Alle 11 e qualcosa
di oggi.
Non ne sono ancora uscita.
Mi piace.
Sto bene.

E tu?

Non chiedo nulla
al nuovo anno
(facciamo che sia
anche il mio,
anche il nostro).

No: qualcosa chiedo.
Voglio che tu
mi metta addosso
le tue mani.

Che mi lasci
sulla pelle
un po' di terra
e di grasso,
di sabbia,
di sporco,
l'odore dei
tuoi nascondigli,
la paura che hai,
sempre,
di morire.
L'odore della polvere
da sparo.
Il sapore, che
leccherò via,
di quello che fai
e che io ignoro.
Il peso del tuo
sudore, voglio.

Voglio provare:
che cosa significa
finire a pezzi.
Davanti a te.

Ti chiederò di
rimetterli insieme.
Come ti va.

Andrà bene
anche a me. 

sabato 16 dicembre 2017

Tanti auguri ai lettori di "Faccia da reporter".

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

   Oggi ho ricevuto un regalo particolare e bellissimo da una persona che segue il mio lavoro: questa sedia, con sopra la frase che mi sono tatuato sulla pelle e che fa da bussola al mio scrivere, fotografare e filmare ("Il mondo non si racconta mai abbastanza"), nonché arricchita da altre combinazioni di parole e significati.

   Tale persona mi ha spiegato che la sedia è stata pensata per viaggiare: e per chiedere a chi incontrerò viaggiando di sedersi un attimo e di raccontarmi il suo mondo, e perché no la sua vita.

   Ho risposto che lo farò, l'anno prossimo. Partirà un progetto nuovo e inedito, non a gennaio, ma pochissimo dopo (ci stiamo "dando sotto", come si dice), dentro il quale la "sedia viaggiante" troverà la sua collocazione. Terrò aggiornati le lettrici e i lettori.

   Per ora vi faccio i miei più cordiali auguri affinché trascorriate delle buone festività. E un buon Natale. Che sia la sedia, così decorata, il mio augurio. Un abbraccio.



mercoledì 13 dicembre 2017

Sperpero la vita: nelle parole.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Sanno
di anice stellato
i miei capelli.
Il mattino.

Quando
apro gli occhi.

Dopo:
di cannella.
E cardamomo.
Di cartamo: sanno.

Fra le mie dita.
È un gioco,
per ora.

A mezzogiorno
hanno:
la nota
(lontana)
dei chiodi di garofano.

Il pomeriggio 
sono liquirizia.
Sommaco.
Zafferano. 
Ginepro.
Salvia.

E tamarindo.

La sera fieno greco.
E aneto.

La notte sono un incendio:
zenzero.

Quando cadono le bombe:
di curcuma sanno
quando la gente muore.

Quando penso a te:
di cumino nero.

Se tu mi pensassi:
di vaniglia.

Vedi come sono,
bastardo?

Sperpero la vita:
nelle parole. 


(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

domenica 10 dicembre 2017

Provino scalpore.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

Ho i polmoni pieni:
di gas lacrimogeno.
Due spugne bagnate.
Fanno sciiiii.
Quando tiro dentro aria.
Anche quando la tiro fuori.

È grave?
Dimmi: sto per morire?
Esagero?
Sono la solita.

Sono uscita di casa:
a cercarti.
Senza senno.

Dove sei?

Se c'è da morire,
è fra le tue braccia.
Davanti a tutti.
Che ci vedano.
Ci guardino.

Provino:
scalpore.

Voglio morire
per te.
E per me.
E.
E basta,
ragazzo.
Per noi,
se si può dire.
Ancora.

Se si può pensare,
proprio adesso.
Almeno: pensare.
Questo.

(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza, attualizzata in queste ore. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

sabato 9 dicembre 2017

(Quasi) tutta la vita.

IL SENSO DEL TACCUINO.      


(c) 2017 weast productions / all rights reserved.
  
    Questa fotografia e quella del lancio di ieri mostra un ragazzino nella Striscia di Gaza all'interno dello studio di uno psichiatra. Nella fotografia di oggi il ragazzino ci osserva attraverso una radiografia del suo cranio. La madre dice che "è impazzito a causa delle bombe". Il medico dice che "non è il solo". La cronaca dice che sono tornate a cadere. Io dico che "non cambia mai nulla". E che voglio cominciare parlando d'altro. 
   
   Uno che al ristorante chiede “Allora, come va la tua vita vita coniugale?” alla ragazza seduta al lato opposto del tavolo, che non risponde, lo guarda però con una faccia che dice tutto, infine dice qualcosa anche lei: “Ci diamo dentro alla grande. Grazie, va tutto bene”. Adesso è quello che ha fatto la domanda a guardare la ragazza, con una faccia che soltanto gli uomini sanno fare, quando non sanno più cosa dire, e se disponessero di poteri speciali vorrebbero usarli subito per diventare invisibili e teletrasportarsi da un'altra parte, magari in un altro ristorante, per poi irrimediabilmente rifare la stessa domanda, a questo punto ridiventerebbero invisibili e si riteletrasporterebbero. 

   C'ero anch'io quando è stata formulata la domanda sulla “vita coniugale” della ragazza. Non allo stesso tavolo, ma c'ero. Stavo pensando a come interpretare la decisione del Presidente Trump di riconoscere Gerusalemme quale città capitale di Israele. Uno va al ristorante e pensa a Trump... La frase rivolta alla giovane donna mi ha strappato dalle braccia del Presidente e mi ha fatto ridere. L'ho preso come un segnale della vita, quasi volesse rivendicare il suo primato su quell'ammasso di pietre che è Gerusalemme. Il giorno dopo sorridevo ancora. Ho chiamato un mio caro amico a Betlemme. Al telefono ha risposto così: “Trump?”. E si è messo a ridere. Mi ha spiegato che è ancora troppo presto per capire come andrà a finire. Ha ragione. Ha aggiunto che qualcuno ci lascerà la vita. Non saranno mai i figli dei leader politici palestinesi, quelli di Ramallah o quelli di Gaza. Saranno dei poveri sfigati qualunque, mandati a tirare sassi contro i soldati israeliani armati fino ai denti. Il mio amico di Betlemme ha continuato dicendo che i figli dei leader e dei politici palestinesi studiano nelle università americane o britanniche. Ha aggiunto che nella giornata che si era appena conclusa aveva visto scontri un po' ovunque, nei villaggi attorno a Betlemme. Soldati israeliani da una parte, giovani palestinesi dall'altra. 

   Ho raccontato al mio amico di Betlemme la microstoria della sera prima, quella del ristorante. Lui ci ha pensato su, poi ha detto che la vita è uno spasso e che troppa gente non sa cosa farsene e che spesso chi saprebbe cosa farne non può farlo. Gli ho chiesto perché i palestinesi si sono incazzati tanto dopo la decisione di Trump, considerato che Gerusalemme è interamente controllata dagli israeliani. Ha risposto che è vero, ma che non puoi togliere proprio tutti i sogni alla gente, che la gente ha bisogno di un'illusione, almeno una, nella vita, alla quale stare dietro. 

   Il mio amico di Betlemme ha ragione: la decisione del Bullo della Casa Bianca di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele è come prendere a schiaffi un poveraccio ormai a terra al quale, poco prima, hai spaccato le ossa. Hai già vinto, perché infierire? 

   Dopo essere rientrato dal ristorante e dopo la telefonata con il mio amico palestinese, ho ripensato a Gerusalemme: ci ho vissuto 9 anni, durante i quali l'ho vista cambiare a una velocità impressionante. Recentemente ci sono tornato, dopo qualche anno di assenza: era di nuovo cambiata. Provo una grande fatica a immaginare lo spazio per le illusioni, anche per una sola, concesso ai palestinesi. 

   Un aspetto positivo (anche se amaramente positivo) della decisione del Bullo della Casa Bianca di spostare l'ambasciata statunitense a Gerusalemme c'è: il mondo è tornato a parlare dei palestinesi. Ma come, esistono ancora? A ben guardare ce ne sarebbe un altro: ci permette di constatare come tutti i governanti che criticano questa decisione l'abbiano direttamente assecondata permettendo la trasformazione di Gerusalemme, dalla città vecchia ai quartieri fuori delle mura. I palestinesi, in buona parte musulmani, ma non soltanto, qualche cristiano è rimasto, vivono come gli indiani: in una riserva artificiale, controllata e circondata dalle autorità israeliane. 

   Sto arrossendo mentre lo scrivo, ma c'è anche un terzo aspetto (amaramente) positivo: stiamo capendo come tale complicità investa nella stessa misura anche l'Autorità palestinese e senza esclusione e senza eccezioni tutti i partiti politici palestinesi. Di fronte all'evidenza dell'inarrestabilità della colonizzazione israeliana della Cisgiordania (e della volontà del mondo di non fermarla) e quindi della oggettiva irrealizzabilità di uno Stato palestinese alle condizioni attuali, hanno tutti quanti preferito mantenere i privilegi legati alla loro pseudo-funzione anziché concludere di non avere più alcun ruolo serio da interpretare. Smantellare l'Autorità palestinese e dichiarare gli Accordi di Oslo non soltanto falliti, ma fallimentari, metterebbe Israele e il suo Governo di fronte alla reale responsabilità di dovere gestire milioni di persone di cui occupa illegalmente la terra in Cisgiordania (non lo dico io, lo dice il diritto internazionale). 

   C'è un ultimo aspetto positivo: la decisione di Trump ci permette di riflettere. Ad esempio su come i palestinesi siano tenuti in vita artificialmente dai contributi finanziari e dai programmi umanitari internazionali. Senza il fiume di milioni di dollari destinati ogni anno all'Autorità palestinese e senza la miriade di organizzazioni governative e non governative presenti sul terreno in Cisgiordania e Gaza, il compito di affrontare queste spese e di gestire questa rete toccherebbe a chi impedisce (politicamente e con fatti acquisiti sul terreno) la formazione di uno Stato (o di una struttura che gli assomigli) capace di funzionare in modo indipendente e politicamente maturo. Corruzione e clientelismo nell'Autorità nazionale palestinese sono la diretta conseguenza di una politica assistenzialista occidentale ma non soltanto (centrano anche gli Stati arabi) priva di visioni e immaginazione.

   Nel 2002, quando sono andato a vivere a Gerusalemme, avevo conosciuto alcuni ragazzi palestinesi. Li ho rivisti oggi: sono diventati uomini adulti. “È passata (quasi) tutta la vita”, dicono. Non hanno nemmeno quarant'anni. È passata in fretta. Se potessero diventerebbero invisibili e si teletrasporterebbero da un'altra parte. 

venerdì 8 dicembre 2017

Il senso del taccuino.

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Domani nel Senso del taccuino su Faccia da reporter:

"(Quasi) tutta la vita".

Qui di seguito il solito estratto.

Il bullo Trump, Gerusalemme, i palestinesi che sono rimasti a piedi, il mio amico di Betlemme convinto che nelle manifestazioni contro gli israeliani muoiono soltanto i figli degli altri, mai i figli dei leader (ha ragione), uno che al ristorante chiede "Come va la tua vita coniugale?" a una ragazza che sta dall'altra parte del tavolo e che non risponde, ma lo guarda con una faccia che dice tutto. 


martedì 5 dicembre 2017

Quando hai le mani.

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Quando hai le mani:
che sanno di mandarino.
Di gasolio.
Di sporco.
Di terra.
Di te.
Di sigarette.
Di polvere da sparo.

Mi prende paura.

La voglia di provarti.
Anche.

(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).

sabato 2 dicembre 2017

Regala una fotografia.

Mi sono chiesto: perché non scrivere che a Natale si può regalare una fotografia? Si può. Una fotografia racconta la vita: la vita degli altri. Che riguarda la nostra. Sempre di più. È come la nostra. È la nostra.

Gli scatti che vi propongo di seguito sono stati realizzati in Siria, in Iraq, in Libano, in Grecia, altrove ancora. Dentro, c'è la vita. Non sono scatti "leggeri", ma sono veri.

C'è la vita dei cristiani in Medio Oriente, degli yazidi, dei musulmani, di tutti gli esseri umani costretti a subire la violenza e le guerre: quelle di invasione e quelle di liberazione. Non sempre queste persone sono nella condizione di fuggire e di cercare riparo altrove.

Il mio lavoro è questo: andare a vedere come vive chi è investito dalla guerra. È un lavoro semplice: chiede curiosità e un po' di coraggio. Soprattutto indipendenza.

A che cosa serve il mio mestiere? Serve a sapere come è messo il mondo.

Ecco: forse qualcuno fra i lettori di Faccia da reporter avrà il desiderio di regalare un'istantanea che racconta come è messo il mondo ritratto attraverso lo sguardo di Gianluca Grossi.

Gli scatti qui riportati in bassa risoluzione e con logo sono disponibili nei formati 30 x 40 cm nonché 50 x 70 cm (entrambi i formati senza cornice). Sono stampati su carta cotone Museo Portfolio RAG da 300 g (ottima fattura). A richiesta con o senza bordo bianco incluso nella stampa (passepartout). Ciascuna tiratura sarà firmata dall'autore. Ulteriori formati disponibili su richiesta.

Insieme alla fotografia verrà fornito il suo racconto, affidato a una intera pagina (A4).

Le fotografie saranno consegnate a domicilio (formato 50 x 70 cm) oppure inviate per posta (formato 30 x 40 cm).

Per ottenere le informazioni relative al prezzo di una o più riproduzioni si prega di scrivere a info@weastproductions.tv.

Vogliate indicare il numero della/e fotografia/e (riportato in didascalia) quale riferimento.

Risponderò subito.

Ecco gli scatti ordinabili:


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mercoledì 29 novembre 2017

Se.

(c) 2017 weast productions / all rights reserved.

La faccia che faresti
se venissero tutti a guardarti.
Per vedere:
se piangi o ridi,
se muori di fame,
se stai al buio,
se mangi e dormi,
se vai di corpo,
se sei viva o sei morta,
se sei viva quanto,
se sei morta come, e perché,
se puoi farlo vedere, come sei morta,
se le bombe ammazzano davvero,
se ti è rimasta una gamba,
o se ti è rimasto un braccio, se sei morta senza,
senza una gamba,
senza un braccio,
che brutta morte,
se preghi, se preghi,
se credi in dio,
se credi in dio,
se non ci credi.
Come, non credi
a niente?

Se ti vengono le infezioni.
Dove ti vengono.
Ci sarà un motivo.
Se ti lavi.
Se studi.
Se leggi.

Se commetti peccato.

Se fai all'amore.
Se sei sposata.
Se digiuni.
Se mangi cani.
Se mangi gatti.

Se ti tocchi.
Quanto ti tocchi.
Se pensi alla condizione delle donne.
Se sei per la libertà delle donne.
Se sei per l'asservimento delle donne.
Se sei coperta,
quanto sei coperta.
Se nascondi il volto,
quanto volto nascondi.
Se non lo nascondi: quanto
di esso
non nascondi. E perché.
Se nascondi i piedi.
O no.
Le mani.
O no.
Se sono scalzi,
i piedi,
o con le calze.

Se ti lacchi le unghie.
Quante?
Tutte?
Di che colore?
È importante.
Di che colore?

Se pensi agli uomini.
Ai maschi.
Quanto ci pensi.
A quanti.
A quanti nello stesso istante.
Se sei per o contro gli uomini.
Se ti piacciono gli uomini.
Se ti piacciono: le donne.
Rilasceresti, in questo
ultimo
caso,
un'intervista?

Se non ti piace nessuno.

Se pensi.
Quanto e quando.
Se sei sola.
Se sei male accompagnata.
Se fumi. Quanto. Dove.
Se fumi. Rispondi!
Se leggi libri.
Se ti senti sfigata per non essere
nata altrove.

Se fumi di notte.

Se rimproveri ai tuoi genitori
di essersi accoppiati a Gaza,
non altrove.
Di averti messa al mondo nella Striscia.

Se ti sei già fatta
una striscia.
Per sopravvivere.
Se sei contro le strisce.
Se attraversi sulle strisce.
Se ci sono le strisce:
a Gaza.
Se le auto si fermano,
quando sei 
sulle strisce.
O no.
Se ti piacerebbe che si fermassero.
Come si fermano
da noi.

Se hai qualcosa da dire
in televisione.
Da aggiungere.

Se hai ancora il ciclo:
con tutta la paura che hai avuto.
Se è vero che la guerra,
che la guerra:
rende tutti arrapati.
E fate figli.

Se pensi che poteva andarti peggio.
Se provi rabbia per chi
gli va meglio.

Se preferisci i fiori ai fucili.
Se hai mai imbracciato un fucile.
Se è vero che hai pianto:
quando un drone ha spappolato
tua madre e tuo fratello.

Se è vero che a Gaza si ride.

La faccia che faresti
tu
a essere nato a Gaza.

La faccia che faresti
davanti a quelli
che vengono qui e chiedono
della nostra vita.

Dov'è il reparto dei surgelati?
Dov'è la verdura.
La frutta, il pane.
Lo shampoo.
Il deodorante.
Il dentifricio.
Il filo inter-
dentale.
La mia vita.

La faccia che faresti
se tu fossi nato qui.
Non è perché mi ami,
non è perché ti amo,
che mi capisci.

E che sai
qualcosa
di me.


(Continua la serie di poesie inviatemi da Gaza. Autrice è una giovane donna che desidera restare anonima, che evidentemente non si rivolge a me in ciò che scrive, ma si rivolge a me per essere pubblicata. Il Blog la pubblica e apre, forse, una finestra su una realtà che siamo abituati a osservare appesantiti dai luoghi comuni. La traduzione è di Faccia da reporter, al quale manca il tempo per la costanza e traghettamenti più accurati).