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Raccontare
sabato 10 ottobre 2015
La Storia, nel suo farsi.
venerdì 9 ottobre 2015
Il senso del taccuino.
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Il mondo è fatto di storie parallele. Accadono tutte insieme. La miniera che si mangia i villaggi (e la vita degli abitanti) nel nord della Grecia. Il prete ortodosso ubriaco. La ragazza nata a Grozny e finita profuga per la seconda volta. Il bambino rifugiato trovato morto su una spiaggia di Lesbo, morto lì, nel buio e nel freddo di due notti fa.
domenica 27 settembre 2015
La tessera stampa. O la carta Cumulus.
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Quale essere umano dorme per terra? Gli animali, dormono per terra. Quale essere umano si mette a piangere, alza le mani al cielo urlando, cede all'eccesso dei sentimenti una volta toccata la terra ferma? Gli esaltati, si capisce. I-meno-umani-di-noi. Funzioniamo così.
La disumanizzazione: è un'esperienza attraverso la quale sono passati, subendola, si capisce, non innescandola, tutti quanti questi individui, nel loro paese, dall'Afghanistan alla Siria. In Occidente riusciamo ad accettare (senza scendere per strada, per protestare) che esseri umani possano vivere nella loro situazione soltanto pensandoli diversi da noi: vale a direi non umani, privati di umanità. E soltanto così, pensando che si consumino dove non esistono esseri umani ma bestie, accettiamo che ci siano ancora guerre. E miserie. Che sono sempre collegate alle guerre. Accettiamo, infine, che alle guerre si possa fare un processo, con tanto di riflettori puntati soprattutto sugli officianti protagonisti, sui loro comunicati stampa, sul loro essere-dalla-parte-giusta, sulle loro dirette televisive e televisivamente vuote, in luogo di fermarle prima, queste guerre; accettiamo le guerre perché ci illudiamo che in conclusione i buoni chiederanno conto ai cattivi delle loro azioni.
Pubblico questa foto, che mostra una ragazza afgana appena sbarcata su un'isola greca, per mostrare l'energia di questi esseri umani: la voglia che hanno di costruirsi una vita, di farsi una nuova vita. Di lavorare. Quante persone, qui da noi, il lunedì mattina, vanno al lavoro detestando il lavoro e se stesse per accettare di farlo? Detestando colleghi, capi ufficio, i capi e supercapi e i capi dei supercapi?
Credo che raccontare il mondo, oggi, equivalga a sottrarre queste persone alla minaccia della disumanizzazione (alla disumanizzazione e basta) imposta sopra di loro dal terrificante meccanismo dell'omologazione del racconto. Tutti, insomma, raccontano la stessa situazione, al punto tale che questa situazione diventa insignificante per rapporto al significato di una situazione più originale: la fuga; lo sbarco; la gioia e l'energia di vita ricostruita e rinnovata che lo sbarco reca con sé e traduce per noi. Dovrebbe tradurre.
E invece no: è sempre più supermercato dei sentimenti e delle situazioni. Un rifugiato che sbarca in Grecia serve a strappare due lacrime; uno che dorme sul confine fra Serbia e Ungheria riuscirà, se va bene, a garantirsi dieci secondi di attenzione; cento tedeschi che applaudono alla stazione di Monaco mille rifugiati in arrivo attirano l'attenzione sui tedeschi, meno sui rifugiati. E se l'attirano su questi ultimi, è per forza perché sono dei povericristi.
Non sono dei povericristi. Sono esseri umani pieni di voglia di ricominciare a vivere. A dirlo, oggi, uno si sente un pirla.
E tuttavia: se noi giornalisti non riusciamo a tradurre l'energia vitale di queste persone, se accettiamo di ignorare il loro non-essere-dei-poveri-cristi, se li condanniamo ad essere dei povericristi perché è molto più facile raccontarli così, dovremmo consegnare la tessera stampa e chiedere, in cambio, la carta Cumulus.
venerdì 25 settembre 2015
Il senso del taccuino.
Domani, sabato, nel Senso del taccuino sulla Regione: "Due che si guardano". Qui di seguito il (consueto) estratto:
Un campo. Non dritto: ondulato. Come il
mare. Se c'è da fare un paragone, è questo il più preciso. E
infatti dice: “sembra il mare”. Con un mezzo sorriso, che le
viene dagli occhi, più che farsi sulla bocca. Le labbra sono secche.
Lui la guarda e pensa: “ruvide”. E pensa, anche: “è bella”.
O forse è soltanto perché si trovano lì, in mezzo a un campo
chissà dove di preciso, perché lei porta uno zaino sulle spalle e
nella mano destra stringe un sacchetto di plastica con dentro un paio
di scarpe e qualche vestito, perché ha la faccia stanca, perché
viaggia da sola, perché porta una camicia blu e il blu sembra essere
il colore perfetto per la sua pelle, perché non si lava da giorni e
non se ne vergogna, perché negli occhi c'è dentro dolore e forza,
perché sembra fidarsi di lui, perché è solo anch'egli, forse
perché tutto questo ha un senso, lei che lo guarda e lui che la
guarda, altrimenti non avrebbe senso nulla nella vita, perché lei sa
cos'è la guerra e non ha paura, lo sa, glielo leggi in faccia che lo
sa, che l'ha vista, che lo sa.
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venerdì 18 settembre 2015
Un essere umano. Non un pezzente.
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Sul cellulare arriva un messaggio, due minuti fa. Dalla Germania. Un ragazzo curdo di Siria che avevo incontrato dapprima in Grecia e poi di nuovo in Serbia. È arrivato, non lontano da Francoforte, in un campo di accoglienza. Si fa vivo: significa che si è fidato del giornalista che faceva domande e scattava fotografie. Dice che forse fra qualche giorno lo sposteranno di nuovo. In un campo diverso. “Campo” è una parola difficile in Germania. Lui, tuttavia, è contento. In Siria faceva l'ingegnere. Non il pezzente. Faceva l'ingegnere.
Stanno chiudendo tutto. Ungheria:
chiusa. Croazia: quasi chiusa. Slovenia: chiusa. Gli altri paesi?
Chiusi, anch'essi?
Si constata una tendenza, anche in
Europa centrale, anche in Svizzera: quella che esprime un giudizio
confessionale su chi è più profugo di un altro. È pericoloso oltre
che ingiusto giudicare i profughi sulla base della loro religione. Lo
si sta, tuttavia, facendo con le campagne di aiuto lanciate e
riservate a questi piuttosto che a quelli, ai cristiani piuttosto che
agli altri, musulmani, yazidi, sciiti afgani, sunniti iracheni, ecc.;
e lo si sta facendo parimenti con criteri di giudizio di carattere
confessionale molto spesso applicati nella selezione destinata a
decidere chi entra e chi invece se ne sta fuori. È il modo più sempliciotto di cadere nella trappola preparata da altri, quelli che ti frustano mille volte per la religione, per non dire peggio. Vogliamo, per davvero, finirci in questa trappola?
Quello confessionale è un criterio
(esplosivo) che – parlando della Siria, che produce il numero
maggiore di profughi, di richiedenti l'asilo - in quel Paese non è
mai esistito prima della mattanza di cui siamo (ma lo siamo davvero?)
testimoni. Se viene applicato ora, dall'Occidente, si innesca una
miccia artificiale: costringiamo chi ci chiede aiuto a professare una
fede, nel momento stesso in cui temiamo, di queste persone, proprio
la fede.
E inoltre (e per dirla in modo diverso): chi fa questo si rende complice delle cieche
strategie di coloro (serve fare i nomi?) che hanno trasformato la
Siria (senza curarsene: anzi, auspicando questo esito) in un teatro
di guerra per procura. È un atteggiamento da denunciare e
combattere. Se acconsentiamo a indirizzare gli aiuti secondo criteri
e pregiudizi confessionali, un giorno la Storia (e non soltanto la
Storia) ci chiederà conto di questo. Ci chiederà perché lo abbiamo
fatto.
giovedì 17 settembre 2015
Parole a perdere.
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venerdì 11 settembre 2015
Il senso del taccuino.
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Dice Frèèèèènkfurt con la
sigaretta infilata fra le labbra. Storta in un angolo della bocca.
Uno si chiede come fa a non cadergli. Adesso gli cade. I am
goooing to Frèèèèènkfurt. Suona tutto così strascicato e
masticato, nasale che uno potrebbe anche scambiarlo davvero per un
turista americano incapace di parlare a bassa voce e di passare
inosservato, finito per caso in un villaggio greco con un sacco in
spalla, sandali ai piedi e un paio di grosse scarpe legate
all'esterno del sacco, due scarpe del 46 come minimo, ha dei piedi
enormi, gli americani solitamente hanno dei piedoni. Se lui è
americano, gli altri chi sono? Europei? Mai visti, però, europei
sdraiarsi per terra, nemmeno dopo una lunga camminata, sdraiarsi
addirittura uno sopra l'altro, se non proprio sopra, poco ci manca,
guarda quello che ha le gambe allungate sulla schiena del suo
vicino... Mai visti nemmeno degli europei con tanti bambini. Quanti
saranno? E le donne, anche loro, sdraiate. Immobili. No, europee
quelle non sono. Dormono? O sono morti, tutti quanti morti? Toccarne
uno, per vedere se si muove. Frèèèèènkfurt! La scena è
sua. La tiene da professionista. La piazza del piccolo villaggio di
Madamados, sull'isola di Lesbo, è immersa in quello che, se non ci
fosse lui, sarebbe un silenzio perfetto. Ci starebbe anche “perfetta
immobilità” come descrizione. Ora si spiega: che viene da Damasco,
Siria, e che in 56 anni di vita non gli era mai passato per la testa
che un giorno si sarebbe trovato qui. Qui e messo così. Sbarcato,
ore prima, da un gommone. A Damasco aveva due lavori: giornalista
sportivo e attore comico. Lo conoscono tutti. Tiene su di giri la
decina di siriani che viaggiano insieme a lui. E tutti garantiscono
che in Siria persino le pietre, se potessero, farebbero il suo nome.
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