Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

sabato 10 ottobre 2015

La Storia, nel suo farsi.

(c) 2015 weast productions
Una giovane coppia appena scesa dal gommone a bordo del quale ha attraversato lo stretto fra la Turchia e la Grecia. Sull'isola di Lesbo, nella sola giornata di oggi, ho contato una trentina di barconi: significa che sono sbarcate oltre mille persone. Gli arrivi sono continuati anche quando è`scesa la notte: donne e bambini arrivano molto spesso in stato di ipotermia. Se gli spieghi che sul loro cammino ci sono reticolati e frontiere chiuse, sorridono: hanno l'aria di dire "non ci ferma nessuno". La Storia (scriviamola con la maiuscola) quando fa sul serio fa una certa impressione. Incute, perlomeno, rispetto. Da prenderla sul serio. 

venerdì 9 ottobre 2015

Il senso del taccuino.

(c) 2015 weast productions
Domani, sabato, nel Senso del taccuino sulla Regione: "Come cani randagi". Qui di seguito il (consueto) estratto:

Il mondo è fatto di storie parallele. Accadono tutte insieme. La miniera che si mangia i villaggi (e la vita degli abitanti) nel nord della Grecia. Il prete ortodosso ubriaco. La ragazza nata a Grozny e finita profuga per la seconda volta. Il bambino rifugiato trovato morto su una spiaggia di Lesbo, morto lì, nel buio e nel freddo di due notti fa. 

domenica 27 settembre 2015

La tessera stampa. O la carta Cumulus.

(c) 2015 weast productions
Quando sbarcano in Grecia, hanno l'espressione di questa ragazza afgana. Siccome la Germania, la Svezia, e la Svizzera pure, ecc. se le devono guadagnare, passano per i Balcani. Dove succede quello che ormai sappiamo. È durante il viaggio attraverso i Balcani che queste persone vengono filmate e fotografate: in situazioni che si assomigliano tutte. Gente che dorme per terra. Un'immagine che precipita nuovamente questi esseri umani nella assenza di umanità che prende forma nella percezione che ne abbiamo, anche involontariamente: nessuna predica, è un meccanismo. Un meccanismo che si sta impossessando anche delle immagini che ci mostrano gli sbarchi, quindi ancora prima che queste persone si mettano a dormire per terra.

Quale essere umano dorme per terra? Gli animali, dormono per terra. Quale essere umano si mette a piangere, alza le mani al cielo urlando, cede all'eccesso dei sentimenti una volta toccata la terra ferma? Gli esaltati, si capisce. I-meno-umani-di-noi. Funzioniamo così.

La disumanizzazione: è un'esperienza attraverso la quale sono passati, subendola, si capisce, non innescandola, tutti quanti questi individui, nel loro paese, dall'Afghanistan alla Siria. In Occidente riusciamo ad accettare (senza scendere per strada, per protestare) che esseri umani possano vivere nella loro situazione soltanto pensandoli diversi da noi: vale a direi non umani, privati di umanità. E soltanto così, pensando che si consumino dove non esistono esseri umani ma bestie, accettiamo che ci siano ancora guerre. E miserie. Che sono sempre collegate alle guerre. Accettiamo, infine, che alle guerre si possa fare un processo, con tanto di riflettori puntati soprattutto sugli officianti protagonisti, sui loro comunicati stampa, sul loro essere-dalla-parte-giusta, sulle loro dirette televisive e televisivamente vuote, in luogo di fermarle prima, queste guerre; accettiamo le guerre perché ci illudiamo che in conclusione i buoni chiederanno conto ai cattivi delle loro azioni.

Pubblico questa foto, che mostra una ragazza afgana appena sbarcata su un'isola greca, per mostrare l'energia di questi esseri umani: la voglia che hanno di costruirsi una vita, di farsi una nuova vita. Di lavorare. Quante persone, qui da noi, il lunedì mattina, vanno al lavoro detestando il lavoro e se stesse per accettare di farlo? Detestando colleghi, capi ufficio, i capi e supercapi e i capi dei supercapi?

Credo che raccontare il mondo, oggi, equivalga a sottrarre queste persone alla minaccia della disumanizzazione (alla disumanizzazione e basta) imposta sopra di loro dal terrificante meccanismo dell'omologazione del racconto. Tutti, insomma, raccontano la stessa situazione, al punto tale che questa situazione diventa insignificante per rapporto al significato di una situazione più originale: la fuga; lo sbarco; la gioia e l'energia di vita ricostruita e rinnovata che lo sbarco reca con sé e traduce per noi. Dovrebbe tradurre.

E invece no: è sempre più supermercato dei sentimenti e delle situazioni. Un rifugiato che sbarca in Grecia serve a strappare due lacrime; uno che dorme sul confine fra Serbia e Ungheria riuscirà, se va bene, a garantirsi dieci secondi di attenzione; cento tedeschi che applaudono alla stazione di Monaco mille rifugiati in arrivo attirano l'attenzione sui tedeschi, meno sui rifugiati. E se l'attirano su questi ultimi, è per forza perché sono dei povericristi.

Non sono dei povericristi. Sono esseri umani pieni di voglia di ricominciare a vivere. A dirlo, oggi, uno si sente un pirla.

E tuttavia: se noi giornalisti non riusciamo a tradurre l'energia vitale di queste persone, se accettiamo di ignorare il loro non-essere-dei-poveri-cristi, se li condanniamo ad essere dei povericristi perché è molto più facile raccontarli così, dovremmo consegnare la tessera stampa e chiedere, in cambio, la carta Cumulus.


venerdì 25 settembre 2015

Il senso del taccuino.


Domani, sabato, nel Senso del taccuino sulla Regione: "Due che si guardano". Qui di seguito il (consueto) estratto:

Un campo. Non dritto: ondulato. Come il mare. Se c'è da fare un paragone, è questo il più preciso. E infatti dice: “sembra il mare”. Con un mezzo sorriso, che le viene dagli occhi, più che farsi sulla bocca. Le labbra sono secche. Lui la guarda e pensa: “ruvide”. E pensa, anche: “è bella”. O forse è soltanto perché si trovano lì, in mezzo a un campo chissà dove di preciso, perché lei porta uno zaino sulle spalle e nella mano destra stringe un sacchetto di plastica con dentro un paio di scarpe e qualche vestito, perché ha la faccia stanca, perché viaggia da sola, perché porta una camicia blu e il blu sembra essere il colore perfetto per la sua pelle, perché non si lava da giorni e non se ne vergogna, perché negli occhi c'è dentro dolore e forza, perché sembra fidarsi di lui, perché è solo anch'egli, forse perché tutto questo ha un senso, lei che lo guarda e lui che la guarda, altrimenti non avrebbe senso nulla nella vita, perché lei sa cos'è la guerra e non ha paura, lo sa, glielo leggi in faccia che lo sa, che l'ha vista, che lo sa.


© 2015 weast productions

venerdì 18 settembre 2015

Un essere umano. Non un pezzente.

© 2015 weast productions

Sul cellulare arriva un messaggio, due minuti fa. Dalla Germania. Un ragazzo curdo di Siria che avevo incontrato dapprima in Grecia e poi di nuovo in Serbia. È arrivato, non lontano da Francoforte, in un campo di accoglienza. Si fa vivo: significa che si è fidato del giornalista che faceva domande e scattava fotografie. Dice che forse fra qualche giorno lo sposteranno di nuovo. In un campo diverso. “Campo” è una parola difficile in Germania. Lui, tuttavia, è contento. In Siria faceva l'ingegnere. Non il pezzente. Faceva l'ingegnere.

Stanno chiudendo tutto. Ungheria: chiusa. Croazia: quasi chiusa. Slovenia: chiusa. Gli altri paesi? Chiusi, anch'essi?

Si constata una tendenza, anche in Europa centrale, anche in Svizzera: quella che esprime un giudizio confessionale su chi è più profugo di un altro. È pericoloso oltre che ingiusto giudicare i profughi sulla base della loro religione. Lo si sta, tuttavia, facendo con le campagne di aiuto lanciate e riservate a questi piuttosto che a quelli, ai cristiani piuttosto che agli altri, musulmani, yazidi, sciiti afgani, sunniti iracheni, ecc.; e lo si sta facendo parimenti con criteri di giudizio di carattere confessionale molto spesso applicati nella selezione destinata a decidere chi entra e chi invece se ne sta fuori. È il modo più sempliciotto di cadere nella trappola preparata da altri, quelli che ti frustano mille volte per la religione, per non dire peggio. Vogliamo, per davvero, finirci in questa trappola?

Quello confessionale è un criterio (esplosivo) che – parlando della Siria, che produce il numero maggiore di profughi, di richiedenti l'asilo - in quel Paese non è mai esistito prima della mattanza di cui siamo (ma lo siamo davvero?) testimoni. Se viene applicato ora, dall'Occidente, si innesca una miccia artificiale: costringiamo chi ci chiede aiuto a professare una fede, nel momento stesso in cui temiamo, di queste persone, proprio la fede. 

E inoltre (e per dirla in modo diverso): chi fa questo si rende complice delle cieche strategie di coloro (serve fare i nomi?) che hanno trasformato la Siria (senza curarsene: anzi, auspicando questo esito) in un teatro di guerra per procura. È un atteggiamento da denunciare e combattere. Se acconsentiamo a indirizzare gli aiuti secondo criteri e pregiudizi confessionali, un giorno la Storia (e non soltanto la Storia) ci chiederà conto di questo. Ci chiederà perché lo abbiamo fatto.

Il ragazzo ingegnere curdo siriano mi ha promesso che mi terrà al corrente dei suoi spostamenti futuri in Germania. Aggiornerò anche il lettori del Blog. Per raccontare la storia di un essere umano. Non di un pezzente. E nemmeno di un musulmano, oppure di un cristiano o di chissà cos'altro. (Segue).

giovedì 17 settembre 2015

Parole a perdere.

(c) 2015 weast productions
Se uno dice: "non sappiamo nulla di loro", che figura ci fa? Siamo a questo punto. Dico: non sappiamo nulla di loro. Della loro vita. Da dove provengono. Cosa hanno visto? Sopportato? Subito? Quella infinità di gente in cammino. Tutta quella gente che pensavamo non sarebbe mai venuta a chiederci il conto di nulla. Siamo messi che sembra ovatta e retorica questo chiedere e volere capire. Ci stanno convincendo - e qualcuno è già convinto - che le notizie sul traffico facciano parte davvero della nostra vita. E che della nostra vita facciano parte anche le notizie del tempo che farà domani. Le firmano, con nome e cognome. Così come firmano le veline e le minestre riscaldate su come va il mondo. E addirittura gli appelli ad aiutare questi esseri umani: lo fanno come se parlassero di insalata. La vita, quella vera, dov'è? Con quale linguaggio la vogliamo raccontare? Lo si sta facendo con gli scarti. Gli scarti delle parole e delle frasi: gli scarti di un linguaggio che ha smarrito il peso. Vale, per quello in cui credo e per il poco che capisco, per tutto il mondo. Raccontato con parole che non dicono nulla, pigramente sottratte alla discarica. Parole a perdere.

(c) 2015 weast productions
Per quello zero che vale, dico che sono un profugo. Sono un rifugiato. Sto dalla loro parte, con gli errori che compiono, i trucchi che si inventano, le prediche che devono sopportare, i rimproveri, i rimproveri, i rimproveri, e con l'illusione che disperatamente nutrono in una vita davvero migliore. Ascolto le parole libertà e dignità e giustizia, che gli vengono fuori mentre camminano. Credono, disperatamente, che le troveranno in questa parte di mondo. Libertà, dignità e giustizia. E in questo crederci, fino in fondo, possono risvegliare in noi perlomeno la nostalgia del senso della ricerca. Della ricerca. Che è un modo per lasciare un segno nella vita. Per tutto questo, e soprattutto aldilà delle balle dei buonisti (che tanto buoni non sono) e delle minacce dei falchi (che vedono a un centimetro), io dico e ridico che sono un profugo. Sono uno di loro. A metà strada. Anzi proprio in mezzo. 

venerdì 11 settembre 2015

Il senso del taccuino.

© 2015 weast productions 
Torna, domani, sabato 12 settembre, il Senso del taccuino sulla Regione dopo la pausa estiva. Il titolo, questa volta, per ripartire, è: Il coraggio è contagioso. Qui di seguito il (solito) estratto:

Dice Frèèèèènkfurt con la sigaretta infilata fra le labbra. Storta in un angolo della bocca. Uno si chiede come fa a non cadergli. Adesso gli cade. I am goooing to Frèèèèènkfurt. Suona tutto così strascicato e masticato, nasale che uno potrebbe anche scambiarlo davvero per un turista americano incapace di parlare a bassa voce e di passare inosservato, finito per caso in un villaggio greco con un sacco in spalla, sandali ai piedi e un paio di grosse scarpe legate all'esterno del sacco, due scarpe del 46 come minimo, ha dei piedi enormi, gli americani solitamente hanno dei piedoni. Se lui è americano, gli altri chi sono? Europei? Mai visti, però, europei sdraiarsi per terra, nemmeno dopo una lunga camminata, sdraiarsi addirittura uno sopra l'altro, se non proprio sopra, poco ci manca, guarda quello che ha le gambe allungate sulla schiena del suo vicino... Mai visti nemmeno degli europei con tanti bambini. Quanti saranno? E le donne, anche loro, sdraiate. Immobili. No, europee quelle non sono. Dormono? O sono morti, tutti quanti morti? Toccarne uno, per vedere se si muove. Frèèèèènkfurt! La scena è sua. La tiene da professionista. La piazza del piccolo villaggio di Madamados, sull'isola di Lesbo, è immersa in quello che, se non ci fosse lui, sarebbe un silenzio perfetto. Ci starebbe anche “perfetta immobilità” come descrizione. Ora si spiega: che viene da Damasco, Siria, e che in 56 anni di vita non gli era mai passato per la testa che un giorno si sarebbe trovato qui. Qui e messo così. Sbarcato, ore prima, da un gommone. A Damasco aveva due lavori: giornalista sportivo e attore comico. Lo conoscono tutti. Tiene su di giri la decina di siriani che viaggiano insieme a lui. E tutti garantiscono che in Siria persino le pietre, se potessero, farebbero il suo nome.