Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

sabato 5 settembre 2015

Io sono uno di loro.

(c) 2015 weast productions
Uno: che fra un passo è in Serbia, e un passo prima era in Macedonia. Uno che alza e fa vedere al fotoreporter un sacchetto, una busta della Lidl. Che è il supermercato tedesco che, stando a quanto ho visto, a partire perlomeno dalla Grecia ci guadagna con la fame dei richiedenti rifugio, con gli esseri umani che hanno fame e camminano e fuggono.

Ieri mattina, tornando da un viaggio, ho trovato un pieghevole nella cassetta delle lettere. Un pezzo di carta strappato a un albero. Un pezzo di carta che dice "Ticinesi siamo con voi". Quattro pagine photoshoppate di gente che invade il Ticino (le scritte sono in italiano), disperati che corrono o che cercano di varcare una distesa di filo spinato, di quello che in gergo si definisce Nato Barber Wire: filo spinato che ti taglia a pezzi se ci finisci sopra. Una terrificante bugia. Una odiosa manipolazione della realtà.

Il pieghevole è firmato dall'"Azione per una Svizzera neutrale e indipendente". Io sono ticinese, anche se vivo in albergo, in giro per il mondo. Con me, signore  e signori, non state. Non con me, seppure siete finiti, senza invito, nella mia buca delle lettere.

Va bene qualsiasi discussione, qualsiasi. Non va bene l'ignoranza. E non va bene l'odio. La storia è una cosa lunga, che va avanti e ci supera.

Io sto con i rifugiati in fuga dalla guerra. Io sono uno di loro. Fino in fondo. Mi sento uno di loro. Senza casa. Senza una terra davvero ferma sotto i piedi. So che cosa significa, che cosa significa essere in giro. Che cosa significa volersi fare una doccia quando invece una doccia non c'è.

La storia giudica gli atti degli esseri umani: la nostra generosità oppure (e parimenti) la nostra indifferenza.

Io sto con gli esseri umani in cammino. E a chi mi dice che sta con me, con me quale ticinese, gli dico: chi sei e chi ti vuole?

Io sto con chi fugge dalla guerra. Perché un giorno potrebbe toccare a noi. E perché io sono uno di loro. Loro sono come noi.


Incollati a una sedia.

Volevo non scrivere. Non di questo. Attendere e lasciare che tutto finisse dentro quello che sto preparando ma non per il Blog. Ora devo farlo. Scriverò, qui di seguito, di due argomenti: il primo è semantico, riguarda l'utilizzo delle parole e il significato che esse hanno sulla realtà e su di noi, sul nostro modo di registrarla. Il secondo riguarda il bambino siriano senza vita fotografato su una spiaggia turca.

Primo argomento. Accendo raramente la radio, a casa (quando sono in Ticino) o in macchina. Questa mattina l'ho accesa (in macchina). In un notiziario RSI (ma non sono i soli, i più blasonati tuttavia) si parlava degli esseri umani in fuga (la maggior parte) dalla guerra e fermi a Budapest, in Ungheria. La voce diceva (vado a memoria, ma ho una buona memoria) che si erano messi in cammino verso l'Austria dopo che altri “avevano preso d'assalto alcuni treni”. Prendere d'assalto: la scelta di questa espressione è terrificante e pericolosa, irresponsabile. Nessun essere umano sulla via dei Balcani ha mai “preso d'assalto” un treno, non in Macedonia, non in Ungheria, da nessuna parte. Nessuno ha mai imbracciato un'arma o un bastone o altro per farlo. Nessuno si è mai comportato, nemmeno in senso figurato, in questo modo. Tutti hanno cercato, disperatamente, e cercano, disperatamente, di trovare un posto, per primi, su un treno. Producendo scene di sconvolgente agitazione e anche di violenza umana: esseri spinti dall'istinto di sopravvivenza.

Utilizzare, riferita ai rifugiati in cammino, a chi cerca rifugio, l'espressione “prendere d'assalto” equivale a veicolare, al pubblico, una immagine minacciosa di questi esseri umani.

L'”informazione” sta manifestando il proprio fallimento nel raccontare questo storico flusso migratorio: non sa raccontarlo. Non sa trovare le parole giuste, corrette. Si aggrappa a formule fatte, precostituite. E pericolose: per l'effetto che producono, anche inconsapevolmente, su chi le ascolta. La fretta e l'ignoranza.

Utilizzare questa espressione riferita ai rifugiati è, anche, un modo per significare la “nostra” ostilità alla loro richiesta di accoglienza.

Secondo argomento. La fotografia del bambino siriano senza vita su una spiaggia turca. L'”informazione” non sa come comportarsi di fronte alle immagini. Ho spiegato, in un'intervista, cosa penso di quelle testate (nazionali e internazionali) che hanno scelto di pubblicarla accompagnandola con editoriali che chiedono scusa ai lettori per la decisione presa. Come se i lettori si aspettassero qualcosa di diverso, dai mezzi di informazione, che non la descrizione della realtà. Il racconto di come va il mondo.

Aggiungo, qui, un'ulteriore riflessione: la fotografia del bambino siriano fa (finalmente) emergere la crisi del “sistema informazione” occidentale. Che si è ormai addormentata, schiava dei contabili (che impongono tagli sul racconto del mondo) e di chi la realtà non sa vederla se non attraverso i luoghi comuni (per poi, attraverso questi stessi luoghi comuni, raccontarla al pubblico dei lettori, ascoltatori e spettatori). C'è un sacco di gente che non si schioda dalla sedia di una redazione e che si è messa a ragionare sul senso o meno della pubblicazione di questa immagine. La democrazia è di manica larga e di bocca buona.

Eppure, da reporter che ha trascorso un buon pezzo di vita sul terreno (pagando in tutti i sensi questa scelta individuale e dettata da nessuno se non da me stesso: la realtà ti corrode, ti consuma, dentro), scrivo che: il significato di questo mestiere è mostrare e raccontare il mondo. C'è chi fotografa attrici e calciatori su una spiaggia vippaiola, c'è chi dedica paginate e ore di diretta radio e TV a una partita di calcio, alle accelerazioni di un atleta dopato, alle sbandate inquinanti di un'automobile in corsa, e c'è chi fotografa i rifugiati in viaggio verso la speranza di una vita normale, come quella che viviamo noi, dalle nostre parti. Appartengo alla seconda categoria. A Ramallah, Gerusalemme, Gaza, Bagdad, Tikrit, Kabul, in Georgia, a Kiev, a Beirut, a Tiro, altrove e altrove e chissà dove ancora ho filmato e fotografato corpi senza vita: uomini, donne, bambini. Ho raccontato, nella mia vita, e ancora lo faccio, guerre e conflitti: il comportamento dell'essere umano. In ogni fotogramma filmato, in ogni scatto ho preso e prendo in consegna la vita delle persone ritratte, vive o morte: me ne faccio garante. Prometto a loro che mi batterò, fino all'ultimo, affinché la dignità della loro vita, di quella che continua sotto le bombe o di quella che una bomba ha spezzato o un pezzo di mare ha spezzato, diventi parte della vita degli individui che guarderanno queste immagini. Metto la mia vita e il prezzo che ho pagato quale garanzia del rispetto portato alle vite filmate e fotografate e raccontate.

C'è questa promessa, in ogni immagine che realizzo. Una promessa che, ogni volta che la pronunci, ti mangia un pezzo di vita. C'è un prezzo da pagare, quando scegli di fare il mestiere del reporter.

Ecco perché contesto, nel modo più fermo, le riflessioni – quelle più elaborate e quelle più sempliciotte – espresse sulla stampa internazionale, ma anche su quella locale, ticinese (che mi è capitato, essendo in Ticino, in questo momento, di leggere). C'è, nello sforzo argomentativo di chi sostiene che l'immagine del bambino siriano non andava pubblicata, un trucco malriuscito e malcelato: il trucco della censura accomodatrice.

Chi fa il reporter, dedicando a questa professione e al significato che ha tutta la propria esistenza, non censura: vuole che si mostri tutto. Per fare vedere e capire, a chi si trova lontano e ha altre cose da fare, un'altra vita alla quale badare, la vita (e la morte) degli altri. È questo il senso del giornalismo: del giornalismo vissuto sul terreno, non di quello che ha le chiappe inchiodate a una sedia.

Se, dalle testate locali, lasciamo che si dica che la realtà non va raccontata tutta, che il racconto della realtà ha dei limiti, accettiamo che l'informazione diventi uno strapotere libero di decidere su che cosa dire e che cosa tacere, su come raccontare il mondo oppure non raccontarlo. Oggi non lo si racconta più.

Mi auguro, nel modo più forte, che in Ticino si formi una generazione di reporter da terreno, di giovani che hanno voglia di sacrificare la propria vita per questo mestiere (molti mi scrivono, manifestando questo desiderio, ma io sono un solitario, uno che va in giro da solo, fatico a prendermi cura di loro, ci sarebbe, magari, qualcuno in grado di dare, a queste aspirazioni e a questi talenti, lo sbocco che meritano, il lavoro che meritano, ci sarebbe qualcuno di interessato?) Auguro a tutti di restare vivi, ma a tutti dico che c'è un prezzo. Il prezzo che paghiamo, sul terreno, con la nostra vita, con ciò che alla nostra vita succede, con i malanni che ci prendiamo, con la vita consumata che ci portiamo dietro è la dichiarazione di onestà che pronunciamo di fronte ai vivi e di fronte ai morti che fotografiamo e filmiamo e consegnamo a un taccuino. Anche di fronte ai rifugiati in cammino e a chi, invece, non ce l'ha fatta.

Nel mio viaggio dalla Grecia alla Svezia ho incontrato migliaia di persone e ho parlato con decine e decine di loro. Molte mi hanno chiesto perché le fotografassi e che cosa la mia immagine avrebbe cambiato nella loro esistenza. Ogni volta ho spento la videocamera o la macchina fotografica e mi sono messo a spiegare loro il senso del mio mestiere. E' a loro che dobbiamo una spiegazione. Non hai lettori o agli spettatori per avere scelto di pubblicare una fotografia che mostra la realtà. Che mostra che cosa succede agli esseri umani in fuga dalla guerra in questo medesimo istante. I lettori, il pubblico capiscono: commentano, partecipano, si esprimono. Non producono editoriali: frasi semplici, soltanto queste. Alle redazioni piacciono poco, le frasi semplici. Eppure bastano: testimoniano ai vivi in cammino e ai morti la consapevolezza e il senso della dignità che non hanno mai smarrito.

Questo e non un altro è il lavoro del reporter. Il resto sono chiappe incollate a una sedia.

Qui di seguito, uno scatto che ritrae Fatma, una bambina irachena di 7 anni nata con una grave malformazione del cervello a causa delle bombe alleate sganciate sulla sua città dall'inizio della “guerra di democratizzazione” nel 2003 (spiegazione fornita dalla famiglia). Ne ho già parlato, sul Blog e in alcuni articoli. Il giornalista e una sua collega, subito dopo questo scatto, si sono adoperati affinché Fatma e la sua famiglia potessero salire su un treno, a Gevgelija, in Macedonia, in modo umano. È successo, in modo più o meno umano, grazie anche all'aiuto di un interprete dell'ONU (UNHCR). Fatma non ha preso d'assalto un treno. E nessun altro, in verità. Volevano, tutti quanti, soltanto salirci. Erano in migliaia e il treno aveva due vagoni.

© 2015 weast productions



venerdì 21 agosto 2015

Oggetti per la (nostra) vita.

Quegli oggetti che si lasciano alle spalle.

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I giubbotti galleggianti, un bracciolo: messi ai bambini che attraversano il mare dalla Turchia alla Grecia. Me ne sono portati a casa alcuni.

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Mi sono portato a casa anche il filtro dell'obiettivo a pezzi, dopo essere salito su un treno in Macedonia, con la gente che spingeva e schiacciava e si schiacciava e lottava e urlava e piangeva per fare i tre scalini che portavano dentro la carrozza.

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Diamo per scontata l'esistenza di una "crisi dei migranti" di cui parlano politica e mass media. "Crisi" è una parola. "Migranti" è una parola. C'è, in realtà, una crisi del linguaggio. Come raccontare le decine e decine di migliaia di persone in cammino? Le situazione dentro le quali sono costrette a vivere? La realtà dalla quale fuggono?

Senza predica: l'Europa ha chiuso le ambasciate nei Paesi dove queste persone avrebbero potuto chiedere ufficialmente asilo, protezione dalla guerra (i siriani, gli iracheni, gli afgani). Quando arrivano, in Europa, vengono accolti, alla maggior parte di loro viene concesso asilo. Se lo devono, però, guadagnare. Diciamo: sudare. La "crisi" alla quale assistiamo (in Grecia, in Macedonia, negli snodi più drammatici. La Macedonia ha chiuso ieri le frontiere agli esseri umani in cammino) è stata generata dalla decisione di disattivare il meccanismo di richiesta d'asilo al di fuori dell'Europa. Se i conti tornano, sembra una "crisi pensata", un "crisi preparata". Per generare che cosa? Il disordine, forse. La diffidenza, forse. L'indifferenza, forse. La circolazione e l'accettazione crescente di parole e pensieri fino a ieri non accettabili e non proponibili, forse. La messa fuori gioco di chi la pensa in modo diverso, forse. La convinzione che chi sta bene starà bene per sempre e chi sta peggio si arrangi, forse. E, soprattutto, l'idea che a noi non succederà mai di trovarci in queste condizioni, forse.

È in "crisi" anche il linguaggio dei mass media (lascia stare della politica, in chiave internazionale): non racconta, ripete. Serve un linguaggio che sappia recuperare il senso della realtà, individuare le cuciture, gli elementi che si tengono. Serve un linguaggio per raccontare queste migliaia di persone in cammino. La loro vita. Per fare in modo che ce la portiamo a casa, come un oggetto trovato durante un viaggio, su una spiaggia, o un filtro fotografico a pezzi. Non è soltanto un ricordo: per infinite ragioni non possiamo separarcene, significa qualcosa per noi. Anche, vedi un po' che strano è il mondo, per la nostra vita.

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sabato 15 agosto 2015

Fatma, la bambina irachena. E l'interprete.

Di Fatma, che è nel titolo, parlerò più avanti.

Faccia da reporter è tornato sul cammino degli esseri umani che fuggono dai loro paesi che sono in guerra o nella miseria. Questo lungo viaggio diventerà, ora posso dirlo ufficialmente, un libro. Per raccontare queste vite. Qui di seguito, alcuni scatti, appena realizzati, di documentazione dalla stazione ferroviaria di Gevgelija, in Macedonia, a un chilometro dal confine con la Grecia. Migliaia di persone, ogni giorno, attendono di potere salire sui treni (due, al massimo tre collegamenti, a volte soltanto due vagoni per mille persone, come ci entrano?) che li portano a Tabanovze, da dove a piedi continueranno il cammino verso la Serbia. Aggiungo, dove necessario,
qualche indispensabile commento, altrimenti nulla.

Non c'è nessuna organizzazione internazionale sul posto che seriamente abbia preparato un dispositivo per aiutare queste persone. Chi sostiene il contrario racconta balle. Aiutarle come? Dandogli acqua, qualcosa da mangiare e soprattutto occupandosi delle persone malate, dei disabili, degli andicappati, che sono fra gli esseri umani in fuga dai loro paesi. È ridicola la presenza dell'ONU (UNHCR), ridicola la presenza del Comitato Internazionale della Croce Rossa, ridicola la presenza delle Organizzazioni non governative. Tutte quante, queste organizzazioni, non risparmiano fiumi di inchiostro per i loro comunicati stampa. Sul terreno, sono ridicolmente invisibili. Quando li incontri, i collaboratori in divisa (maglietta con logo o cappellino, tesserino plastificato di identificazione, palle e palle e palle, ecc.) di queste organizzazioni guardano i giornalisti con la solita aria di superiorità e, diciamolo pure, disprezzo. Fanno ridere. E sono colpevoli  di un'assenza spacciata invece per impegno e intervento. Anche quando c'è, questo intervento è soltanto insufficiente e spocchioso, anzi complice dell'abbandono al quale sono lasciati questi esseri umani, accompagnato dall'atteggiamento di vuota superbia di chi vuole promuovere soltanto un logo. Un logo. Un logo. Un logo.

A Tabanovze, il CICR ha preparato un campo di "accoglienza" per gli esseri umani che arrivano in treno: quando, un giorno fa, li ho visti scendere, chiedevano acqua al CICR. Il CICR, però, di acqua, di bottiglie d'acqua, non ne aveva. "La trovate più avanti", dicevano i collaboratori in tuta rossa con la croce agli esseri umani, avvolti nella calura e nell'odore dei propri corpi non lavati da giorni. Più avanti l'acqua c'era: in bottigliette vendute da alcuni abitanti di Tabanovze: 1 euro la bottiglietta piccola. Benvenuti. Più avanti ancora, in mezzo ai campi e sotto il sole che bruciava, quattro o cinque ragazzi con le magliette e i tesserini di identificazione dell'UNHCR (Alto - ma alto in che senso, per cosa? - Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) camminavano isolati dal resto del mondo. Mi fermo e gli dico: dovreste aiutare queste persone, è una vergogna che non lo stiate facendo. E ho aggiunto: denuncerò questa situazione. Lo faccio qui e lo farò altrove.

Questi esseri umani sono lasciati soli a se stessi. Per una decisione politica che scende dall'alto al basso. E per il disinteresse totale.

Alle organizzazioni non governative, le cosiddette organizzazioni umanitarie, interessa soltanto qualche fotografia scattata bene con, sullo sfondo, centinaia di esseri umani in terrificante difficoltà. Che non ricevono aiuto: servono, soltanto, all'autopromozione delle ONG e di quelle governative pure, ecc. Servono a mobilitare i cosiddetti "donors", gli sponsor, quelli che sganciano, a smuovere fondi, soldi. Dove finiscono, questi soldi?

Denuncio tutto questo perché l'ho visto. E lo ridenuncio. È vergognoso. E inaccettabile.

Ora le foto dalla stazione macedone di Gevgelija. Anche le autorità macedoni sono lasciate sole ad affrontare la crisi.

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Questa bambina (a paratire dalla foto sotto) ha sette anni e si chiama Fatma Mohammed Bakir. È irachena, di Bagdad. Suo padre è morto 5 anni fa. Fatma è nata con una grave menomazione cerebrale che, stando a quanto mi ha spiegato la madre, è stata causata sin dalla nascita, da prima, dalle sostanze contenute nelle bombe sganciate dagli americani (o alleati) su Bagdad. Indipendentemente dall'origine della sua malattia, questa bambina è malata. Un parente mi ha preso per mano, mentre fotografavo, e mi ha detto: "vieni a vedere". Poi: "aiutaci". Aiutaci a farci salire su un treno senza che la massa di persone ci schiacci, ci spinga indietro. Succede questo quando arriva un treno: il finimondo. Un assalto fuori controllo. Quando arriva un treno non esistono più bambini, donne, malati, anziani. È una corsa a chi ce la fa.

Sono riuscito ad aiutare questa famiglia, a far salire in modo umano sul treno Fatma. Grazie a un ragazzo di cui voglio fare il nome: Mudjteba Djebr. Lavora come interpetre per l'UNHCR. Siamo andati a chiamarlo, chiedendogli di darci una mano per aiutare questa famiglia. Dapprima ha esitato. Poi, credo si sia guardato dentro. Quando il treno, di notte, si è avvicinato alla stazione, si è messo davanti a una delle porte e, urlando contro chi - uomini - la prendeva d'assalto, è riuscito a creare un corridoio per Fatma e la madre. Poi, l'assalto è stato incontenibile. Per fare salire anche il resto della famiglia (nessuno vuole dividersi) è stata una lotta. Davvero.

Fatma, ieri, era a Belgrado. Ce l'hanno fatta, almeno fino a lì.

Il ragazzo dell'UNHCR, Mudjteba: alla fine sono andato da lui e gli ho detto: "sei una grande persona". Lui: "l'ho fatto perché ho un cuore, faccio quello che sento dentro". A scriverlo, sembra una cazzata, ma credetemi, in momenti come questi è quello che conta. Un interprete delle Nazioni Unite è la sola persona che ha aiutato Fatma, la bambina con una grave malformazione cerebrale (a causa delle bombe alleate sulla sua città). Grazie.

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 Ultimi tentativi di salire sul treno in partenza.


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martedì 4 agosto 2015

Famiglia siriana okay. E: una domanda soltanto.

La famiglia di siriani cristiani che avevo incontrato nel momento dello sbarco sull'isola di Lesbo e che ho seguito per giorni è arrivata a destinazione in Europa: chi in Germania, chi in Olanda, chi in Svezia. In Svezia la madre con la piccola Rita e un cugino. Seguirà il seguito del viaggio e del racconto. Le immagini dei giorni trascorsi finiranno, se troveranno un porto di arrivo anch'esse (dovrebbero...), in un volume stampato.

In questo scatto, un gruppo di migranti afgani riposano davanti a una stazione di polizia sull'isola di Lesbo, presso la quale speravano di ottenere la registrazione ufficiale di "profughi" (grazie alla quale possono eventualmente affittare una camera - non gli afgani, che sono poveri -  e, soprattutto, acquistare i biglietti per il traghetto verso Atene e da lì i biglietti del treno verso il confine con la Macedonia). Altri chilometri li separano invece dalla città di Mitilene, dove avverrà la registrazione ufficiale. Nessuno li informa. Nessuno li assiste. Nessuno. Faccia da reporter non fa alcuna predica. Formula una domanda soltanto: e se un giorno toccasse a noi?

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sabato 1 agosto 2015

Arrivi.

La stazione centrale di Vienna: per molti migranti, che hanno preso il treno a Budapest, in Ungheria, è il luogo dal quale partire per raggiungere le destinazioni finali, in Germania, Olanda, Svezia, ecc.

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Altri migranti (chi non ha i soldi per continuare il viaggio, chi vuole restare in Austria, chi viene fermato dalle forze dell'ordine) finiscono nel centro di prima accoglienza di Traiskirchen, a circa 30 chilometri a sud di Vienna. La struttura ospita 4,500 esseri umani. Ci sono letti per 2,300. 480 (secondo le stime ufficiali, molti di più secondo me, perché altrimenti dove sono tutti gli altri esseri umani?) vivono in tende all'aperto, nel parco circostante il centro. La popolazione della cittadina è poco favorevole alla presenza di queste persone, per usare una formula neutra.

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500 migranti attualmente registrati nel Centro di prima accoglienza di Traiskirchen dovrebbero essere trasferiti a Gabcikovo, nella Slovacchia meridionale, in seguito a un accordo fra Vienna e Bratislava. Gli abitanti della cittadina slovacca (5,000 anime) voteranno domani, domenica 2 agosto, per decidere se accettare o meno (i segnali sono sul "meno") queste persone. Due scatti, a seguire, da Traiskirchen.

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giovedì 30 luglio 2015

Treni.

Giovani migranti sul treno delle Ferrovie nazionali austriache in viaggio da Budapest a Vienna.
È l'ultima grande sfida prima di giungere in Germania o nei Paesi scandinavi. I migranti, partiti dalla Turchia, sono arrivati in Grecia a bordo di piccoli gommoni. Hanno attraversato la Macedonia, la Serbia e l'Ungheria. Hanno dormito, i più poveri, in mezzo ai campi e alle foreste e dentro fabbriche abbandonate, in condizioni terrificanti che Faccia da Reporter ha documentato e presenterà. Per il viaggio da Budapest a Vienna indossano tutti vestiti occidentali e alla moda con la speranza di passare inosservati in caso di controlli. C'è chi viaggia in gruppo e chi solo. A bordo del treno di mercoledì 29 luglio i loro volti sono tesi. Provengono dalla Siria, dall'Afghanistan, dall'Iraq, dal Bangladesh, dal Pakistan, eccetera. Tre scatti.

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