Raccontare


SPAZIO ALLE STORIE CHE NON SONO STATE RACCONTATE ALTROVE. ALLE PERSONE INCONTRATE E RIMASTE SUL TACCUINO. OPPURE A QUEI PENSIERI CHE MI PASSANO PER LA TESTA VELOCI COME UNA PALLOTTOLA: SE NON LI FERMASSI, LI PERDEREI.

lunedì 15 ottobre 2012

Vado a tre tempi.

(c) 2012 weast productions / n.c.


(c) 2012 weast productions / n.c.


(c) 2012 weast productions / n.c.
Domani sera, 16 ottobre, vi aspetto tutti al Teatro Sociale di Bellinzona. Iniziamo alle 20.45. Porto, sul palco, la fiction di un reporter. O la realtà. O entrambe. Credo, alla fine, che ci porto soltanto me stesso. "Raccontami una fotografia" sarà anche la riflessione senza filtri di uno innamorato del suo mestiere. Perché è un modo per guardare in faccia, conoscere e raccontare il mondo. Nelle tre immagini, i tre tempi dello spettacolo. Ecco, ho trovato la frase: saranno le confessioni di un reporter che ha scelto la fiction per rivendicare il valore della realtà. Tante fotografie sul grande schermo del palco con il commento musicale dal vivo di Ivano Torre. Vi aspetto.

giovedì 11 ottobre 2012

16 ottobre: vi aspetto a Teatro. La realtà della mia fiction.

Il 16 ottobre che arriva, ore 20.45: vi aspetto al Teatro Sociale di Bellinzona. Se non sapete dov'è Bellinzona, inseritela nel navigatore, dovrebbe risultare. Entrata libera, tipo volo low cost: chi arriva per primo (o è palestrato e mette pauuuuura) se la gode e ha il posto assicurato. Il mondo va paro paro così. Sul palco ci saranno (proiettate su grande schermo) le mie fotografie dal Resto del vita e oltre; un giro del mondo in 9120 battiti del cuore. Dal palco giungerà qualche mio commento a voce; forse a volte, mezza al buio, vedrete la mia faccia da reporter. Ci sarà il commento in musica di Ivano Torre, il dialogo senzaparole con le mie zavorre, i miei fondali, i miei voli infinitesimali, totali, senzarete nel buio dell'universo umano: musica a provocarvi, assecondarvi, proiettarvi, fiondarvi dentro le immagini, a rendere tutto più coinvolgente. Tornerete a casa con le immagini incollate ai vostri corpi. E con le note che vi tenderanno l'imboscata davanti allo specchio del bagno, per l'ultimo faccia a faccia della giornata. Un reporter a teatro? Oooohhh. Credo che soltanto a teatro si possano dire certe cose oggi: così, semmai ti denunciano, puoi sempre dire che era una fiction. Se resti senza lavoro puoi sempre dire che è stata la sfortuna. Se ti prendono sul serio concludi, esterefatto, che le cose, a volte, vanno come dovrebbero andare, in realtà. Ci vediamo. 

martedì 9 ottobre 2012

Stodadio. O quasi.

Oggi sto da dio. Stodadio. Ho pagato l'IVA aziendale con ritardo (ero via, ero via, la busta si era nascosta da sola, giuro!): mi hanno scritto una lettera che se ammazzo qualcuno sono piu' gentili. Sto da dio perché mi era sfuggita (quasi) anche questa. Oggistodadio perché la Merkel è stata la mia prima lettura del mattino: ad Atene sotto chiave, con quelli che protestavano sulla piazza guardati da poliziotti greci modificati geneticamente in dobermann. Nessuno in fila davanti alla vecchia signora dell'eurodisneylandia. Che bello. Sto di un bene perché mi sono ascoltato i rosari degli esperti (economia, finanza, politica) senza fine e senza senso. Che botta, che dose. Sono rimasto staccato da terra per ore. Io, solo, in volo. Loro, dietro, in cravatta, ma senza fiato, ormai. Stodadio perché pare sia un ticinese il ladro di informazioni riservatissime sottratte alla CIA svizzera, i nostri servizi SEGRETI. Non è vero che a Berna non sappiamo farci notare. Ci facciamo addirittura riconoscere. Stodadio perché finalmente qualcuno ammette che l'esercito svizzero è infiltrato da estremisti di destra: vivevo angosciato dal sospetto che fosse un nido di trotzkisti. Stodadio perché la Turchia non ce la fa piu' a gestire l'afflusso di profughi siriani e allora sposta gli F-16 lungo il confine: giu' bombe. Pensavo di essere nato irrimediabilmente troppo tardi per assistere a certe cose. Stodadio perché mi sveglio ogni notte alla 1 e 58 e da un po' di tempo, alla stessa precisa ora, sotto la mia finestra passa un tipo con la barba che dice “povera me”, al femminile. E stodiunbenepazzesco perché oggi ho sentito una ragazza dire alla sua amica, parlando del suo ragazzo, che gli avrebbe fatto vedere chi ha le palle. Stodadio perché uno studio americano ha finalmente dimostrato che i droni (aerei senza piloti) armati di Obama fanno piu' morti fra i civili che fra i militanti radicali pakistano-afgani e yemeniti.
I talebani hanno sparato alla giovane Malala Yousafzai, ferendola  gravemente. A soli 14 anni in Pakistan si batteva per il diritto all'istruzione delle ragazzine, nelle scuole vere, non in quelle lavacervello coraniche. E' un simbolo che merita le prime pagine e una lezione speciale nelle scuole svizzere. Mi spiace, mi spiace moltissimo che tutti, informazione mondiale compresa, la utilizzeranno (l'hanno già utilizzata) per darsi una sciacquata di candeggina alla coscienza: appesantita e annerita dalla superficialità e smemoratezza riservate alla notizia sui droni. Stodadio perché ho quasi capito come vanno le cose. 

venerdì 5 ottobre 2012

Il carcere del traffico e lo spettacolo della vita.


Domani sulla Regione, nel Senso del taccuino, elogio del traffico incolonnato. Come ermeneutica dell'esistenza. Un estratto.     

Sto per scrivere qualcosa che mi procurerà qualche nemico. O mi farà passare per pazzo. Adoro finire nel traffico incolonnato. Restarmene fermo dentro la mia gabbia metallica trasparente accanto alle gabbie metalliche e trasparenti degli altri. Mi piace rimanere incollato all'asfalto davanti a un semaforo pigro che se la prende comoda, in mezzo a file di automobili. Ho imparato a trasformare l'inquietudine, l'insofferenza, la rabbia in sguardo. L'ho imparato da un amico costretto a vivere in una megalopoli mediorientale. Un giorno, eravamo entrambi seduti in un taxi prigioniero di un ingorgo. Avevo l'impressione di essere finito tra le ganasce di una enorme tenaglia, immobilizzato dalla sua stretta impassibile. “Invecchiate nel traffico”, avevo detto al mio amico, che osservava dal finestrino le altre automobili ferme accanto a noi. “Ti sbagli”, mi aveva risposto. “Nel traffico viaggio con la mia mente, riempio i miei occhi di immagini, vengo a sapere molte cose sulla vita e sugli altri.” Confesso che, da qualche parte dentro di me, la pensavo anch'io in questo modo. Eppure, non avevo mai avuto l'audacia di confessarmelo. Quel giorno, dentro il ventre incandescente e senza forma del traffico, ho aperto gli occhi. E ho capito.

lunedì 1 ottobre 2012

Talento.

Vi invito a guardare le fotografie che Givanna Scaja ha scattato a SpazioReale. Dentro e fuori. Cliccate QUI. Quando gli sguardi si incontrano.

domenica 30 settembre 2012

SpazioReale: le fotografie dell'inaugurazione.

(c) 2012 weast productions / Manrico Pierangeli
Se vuoi vedere le fotografie dell'inaugurazione di SpazioReale e di "Il resto della vita" clicca QUI.

Lo sguardo è dissidenza.

(c) 2012 weast productions / gg.


Grazie al numerosissimo pubblico intervenuto all'inaugurazione di SpazioReale e di Il resto della vita. Con piacere assecondo le richieste di molti di leggere il testo del mio intervento. I video di tutti gli interventi, questo incluso, sulla pagina Facebook di SpazioReale. Clicca QUI.

Grazie al pubblico per essere intervenuto cosi' numeroso. Nonostante il tempo avverso. Alcuni, vedo, hanno addirittura osato varcare il Monte Ceneri, altri il San Gottardo. Benvenuti a tutti, con affetto. 

Desidero ringraziare il Municipio di Monte Carasso per avere creduto in questo progetto e averlo, insieme ad altri, sostenuto.

Desidero in particolare esprimere il mio grazie alla squadra di SpazioReale, che ha lavorato con passione, ingegno e creatività all'allestimento di questo spazio e dell'esposizione che lo inaugura. Grazie, quindi, a Rossana Martini, che un po' come Milla lo aveva per la neve, ha il senso per le esposizioni. Grazie a Luca Tanner, segretario comunale di Monte Carasso, che ha saputo trovare le soluzioni che spesso necessitavano, grazie al grafico Manrico Pierangeli, al suo lavoro sensibile e puntuale, grazie Naima Chicherio che ha trascorso molto tempo negli spazi di SpazioReale e a Maurizio Secundo, che con la professionalità di chi padroneggia l'informatica ha curato la stampa delle fotografie arricchendola dell'innamoramento dell'artigiano per il suo mestiere.

Sto per raccontarvi una storia, signore e signori.

Un giorno, in un paese lontano, me ne stavo tranquillo a sorseggiare il tè seduto su una minuscola sedia di paglia davanti a un tavolino rotondo con le gambe cosi' basse che quasi toccava terra.

Avevo tracorso la giornata fotografando. Mi ero recato nella periferia polverosa di una città già polverosa di suo per incontrare chi fuggiva dalla guerra. Bambini orfani, donne ammalate, uomini accecati da esplosioni o da malattie non curabili in quel paese. Qualcuno avrebbe potuto definire quel posto e quella gente POCO RACCOMANDABILI. Insomma, da starci alla larga.

Io li avevo avvicinati. E avevo trascorso delle ore, osservandoli, ascoltandoli e fotografandoli quando avevo capito che il mio sguardo non li avrebbe turbati o offesi.

Il popolo di cui parlo ha una caratteristica: quando qualcuno capisce che lo vuoi fotografare si immobilizza. E ti fissa.

Risponde al tuo sguardo. Restituisce cio' che tu in quel momento sei: sguardo.

Hai di fronte lo specchio di te stesso. E in quell'istante capisci che lo sguardo puo' ingannare oppure spalancare le porte della realtà.


Lo sguardo che ti spinge a definire, identificare le persone che quel giorno avevo incontrato come POCO RACCOMANDABILI è uno sguardo che INGANNA.

L'altro sguardo, quello che scopre, rivela, rende trasparente la superficie della realtà è diverso: è lo sguardo di cui parlavo, quello che gli individui immobili davanti alla tua macchina fotografica restituiscono. E' uno sguardo lucido, penetrante.

E' uno sguardo da allenare. Ma è il solo in grado di restituirci la realtà nella sua integrale verità.

Al tavolino al quale me ne stavo seduto, non ero piu' solo. Si era avvicinato, silenzioso come un pensiero che ti ritrovi a rincorrere, un signore. Anziano. Dov'ero, sei anziano a 50 anni. Si era accorto delle mie macchine fotografiche e si era incuriosito. Ce ne stavamo li' in silenzio, come fossimo stati sempre amici. Poi, in un inglese ben costruito, il mio compagno di tè mi aveva fatto una domanda, una soltanto. Mi aveva chiesto quale sguardo avevo portato nel suo paese e quale sguardo avrei lasciato che gli altri, chi cioè avrebbe visto le fotografie, esercitassero su di loro.

Aveva colto nel segno.

Aveva voluto indagare se il fotografo era giunto nel suo paese con uno sguardo condizionato, viziato. Lo sguardo che trae in inganno.

Nella sua domanda avevo colto la speranza che, invece, il mio sguardo fosse quello totalmente imbevuto di soggettività. Uno sguardo, voglio dire, che fosse esclusivamente rivendicazione del fatto che fossi io a guardare. Io come individuo.

Si augurava, questo signore, che il mio sguardo riuscisse a compiere un fulmineo viaggio a ritroso nel tempo – nel tempo della mia vita – e riuscisse a tornare a esprimere la sorpresa del primo sguardo sul mondo. La sorpresa che abbiamo provato tutti guardando per la prima volta il mondo. C'è un solo problema: non ne abbiamo consapevolezza.

E' questo sguardo che definisco SGUARDO SOGGETTIVO.

Uno sguardo che, ancora, non è stato viziato da nulla. Che non è stato ammaestrato, sviato, manipolato, relativizzato.

Rivendico, signore e signori, la necessità di questo sguardo soggettivo sul mondo, uno sguardo che abbia memoria del primo sguardo, del nostro primo sguardo.

E' uno sguardo intriso di stupore, creatività e fantasia. Creatività e fantasia intese come facoltà, capacità di mettere in relazione cio' che del mondo vediamo, di farlo senza seguire il cammino che i poteri infiltrati nella nostra esistenza – la politica, l'economia, l'informazione, una certa educazione, eccetera – suggeriscono, dissimulando questo imperativo nella carta regalo del buon senso.

La creatività, signore e signori, è dissidenza, lo insegna un'arzilla signora ottantenne egiziana, Nawal El Saddawi. Dissidenza intesa come percezione controcorrente della realtà. Dissidenza come sguardo soggettivo sulla realtà.

SpazioReale, nel quale vi apprestate a entrare, vuole suggerire questa esperienza della realtà.

Il resto della vita è la prima sfida lanciata. Uno sguardo su chi è sopravvissuto alle guerre. Che cosa ci dà la forza di andare avanti, ricominciare a vivere dopo avere subito la guerra, la violenza, ma non soltanto. Andare avanti nonostante il dolore, la perdita di una persona amata, lo smarrimento?

Sono queste le domande del Resto della vita. Agli scatti ho consegnato la mia risposta.

Dedico l'esposizione a mio padre, Plinio, che se ne è andato poco tempo fa. E' stato, questo, l'ultimo lavoro fatto insieme. i titoli delle fotografie sono suoi.

E' suo anche il titolo Il resto della vita.

Che cosa voleva dire mio padre proponendomi questo titolo, consapevole ormai che la vita gli avrebbe concesso ancora soltanto qualche giorno?

Credo sia, il resto della vita, il tempo e lo spazio che l'esistenza ci concede per guardare alla realtà con lo sguardo soggettivo. Il primo sguardo. Lo sguardo di un bambino. Uno sguardo che rivendica il valore pieno e inalienabile di un essere umano.

Uno sguardo imbarazzante per il potere, per i poteri che vorrebbero controllare ogni aspetto della nostra esistenza. Tanto piu' imbarazzante oggi, che ci vorrebbero tutti in fila, obbedienti, muti, senza sguardo.

Ecco perché questo sguardo va esercitato. Questo sguardo è uno slogan. Una rivendicazione. Questo sguardo è dissidenza.

Non voglio, tuttavia, signore e signori, suggerire risposte al significato del Resto della vita. La risposta all'interrogativo suggerito da questo titolo è nel vostro sguardo.

Vi ringrazio con affetto per essere qui. E vi auguro un buon viaggio dentro SpazioReale.